venerdì 9 dicembre 2016

"ER SOLA" AMERICANO

Il venerdì prima del referendum molti italiani, oltre a un pacco di email, hanno ricevuto un sms che diceva: “stiamo rimontando, Basta un Sì”. Ma sappiamo poi come è andata.
L’autore anche degli altri slogan “se votate No vi tenete quello che c’è”, oppure “se volete meno politici basta un sì”, si chiama Jim Messina ed è un importante consulente politico italo-americano assunto da Matteo Renzi per coordinare la campagna a favore del Sì. 
Dei 2,8 milioni di euro spesi dal PD per quella campagna, 400 mila sono andati a questo “para-guru”, che ha consacrato la sua vita alla matematica applicata alla politica e alla strategia dei flussi elettorali.
Molto conosciuto negli ambienti politici internazionali per essere stato il capo della campagna elettorale di Barack Obama nel 2012, lo spin doctor - oggi si dice così - aveva già fallito l’obiettivo di evitare la Brexit e di far vincere Hillary Clinton: Cameron si è dimesso, Hillary è tornata a casa (non quella bianca) e Renzi s’è beccato oltre diciannove milioni di NO. 
Insomma, negli ultimi tempi il para-guru non ne ha azzeccata una.
Ma uno italiano, più economico, più esperto di cose e psicologie nostrane e meno para-guru non c’era in questo Paese?
Non credo lo abbia imposto l’Europa, né consigliato Obama. 
Fatevi ridà i soldi da 'sto “Sola”!
(Alfredo Laurano)

L’AGNESE, DOLCE AGNESE

Non so, e non lo voglio pensare, se nella notte del referendum la regia del collegamento con Palazzo Chigi per le dichiarazioni di Renzi, fosse dello stesso dimissionario. Tutti gli italiani hanno osservato, in ogni caso, la Agnese, dolce Agnese non “seduta sul manubrio a cantar canzoni”, ma lì a tre passi di distanza dal marito premier sconfitto, mentre lui annunciava le sue dimissioni.
Era lì, in piedi, dignitosa, composta e silenziosa, con le mani raccolte, vestita non di pizzi e di chiffon, ma in pantaloni neri e maglione chiaro a collo alto, come quando si sta in casa ed in famiglia. 
Agnese era lì accanto, nella sede del governo, nel giorno più amaro di Matteo Renzi, illuminato da luci e telecamere, con la sua complicità di moglie, sentimenti e solidarietà, come di solito fanno tutte le mogli, vicino ai mariti nei momenti più difficili di vita o di malattia. Senza un velato sorriso, senza espressione, ma quella sua presenza in piedi, in quel salone, parlava nel silenzio. 
Agnese era lì per suo marito, per il bullo di Rignano sicuro, arrogante e spaccone che davanti a lei recitava, con voce incrinata dalla commozione (per la prima volta), il suo ultimo discorso (per ora) da capo del governo italiano.
Agnese era lì, sorda alle tante voci festanti della piazza dei NO, con lo sguardo fisso sul marito e con il dolore ben nascosto, con la delusione mascherata, senza isterie, senza drammi e soprattutto senza parole.
Era lì, riservata e rassicurante, mentre forse nella mente ripercorreva veloci le immagini delle visite di Stato, i ricevimenti, le cene con la Merkel, le foto con gli Obama, gli incontri istituzionali di un complesso e intenso mondo finito (sempre, per ora), con un sipario calato all' improvviso.
Finito l’annuncio alla nazione, gli ha offerto la sua spalla, per non fargli tradire l’emozione, e si è lasciata portar via, quasi conducendo il suo braccio bisognoso di conforto, per tornare a casa al riparo dagli odi e dai rancori, che proprio lui, quasi smarrito in quel momento, aveva a lungo suscitato. 
Agnese, dolce Agnese, “Se la mia chitarra piange dolcemente, stasera non è sera di vedere gente.”
(Alfredo Laurano)



giovedì 8 dicembre 2016

NEL SUO AMARAVALDE


“Così forte dentro così labile fuori!
Ho paura, paura per la mia salute mentale, sono un insegnante, un maestro ma soprattutto un uomo che non ha una soluzione ai tanti nodi che stringono l'anima sanguinante”.


Quando l’urgenza del dolore diventa una preghiera.
Continua il cammino di Gian Piero Ferri lungo la impervia strada della spiritualità. Spiritualità come abito dell’anima, come presa d’atto della coscienza, come base dei rapporti umani, come fine nell’incontro con Dio, ma anche come sollievo e contenimento della sofferenza.
E’ la sublimazione impercepibile di quel dolore antico, legato anche alla fantasia e alle sensazioni visionarie e titubanti “che tormentano la mia vita da sempre, come lacrime perse e diluite nel mare.
Ferri confida in quel conforto che lo rende forte e resistente. Che gli fa superare paure e debolezze che si porta dentro, in un'unica stagione che esprime la sua natura di uomo, padre e nonno, lungo il suo cammino, “come ubriaco nella notte senza luna”.

Ogni esperienza appartiene all’esistenza: dalla più tragica alla più felice, si fa contemplativa, si fissa, si ingloba e si rimira in un momento mistico che insegue la fede e la speranza.
Come si annunciava in Die Illa, sono tante pennellate che si sfumano intrecciandosi in quella complessa tela dell’esistenza: l’infanzia, l’adolescenza, gli affetti, l’amicizia, le perdite e le delusioni, l’amore, lo sport, il lavoro. Si compongono in un affresco incastonato nei profumi e nei colori della terra, nei diversi luoghi dei fatti e degli eventi, nelle forme stagionali di una natura cangiante e indifferente.
E’ una costante ricerca che oltrepassa la dimensione quotidiana e le proprie radici culturali. Una continua occasione di ammirazione del creato e di ciò che è intorno, oltre il proprio io.
Quella “realtà fulgidissima che emana da Dio l'atto finale di pietà”, si riflette negli occhi del mondo e nella forza della devozione. Lì si fondono il ricordo e tutti gli elementi che vanno a riempire le pagine bianche della sua vita, che la coscienza sfoglia e scambia incessantemente. Che gli fa scoprire la meraviglia e la negazione del tempo.
Che gli fa scrivere il suo Amaravalde.

“Ancora mi sento addosso quel profumo di vita, quando d'improvviso il presente muta la gioia in dolore”.
Rendere, allora, il bene per il male, perché, se restituisci il male per il male, non rimedi al male, ma lo raddoppi.
E nell’epilogo dell’amara, ma consapevole scrittura, si riafferma, prepotente, il principio d’amore, non solo nelle sue tracce che lascia la memoria: “ora sono davanti a questo limite disumano d’amore”.
E’ il trionfo di un’armonia più grande che accorda la ricerca di Gian Piero Ferri con l’euritmica logica dell’universo a cui già tutti partecipiamo, essendone noi stessi espressione.
Il flusso incessante e compulsivo del pensiero mi fa perdere la voce che amo, che lontanamente si allontana….
Ma lo avvicina alla divina trascendenza.
8 dicembre (Alfredo Laurano)

UNA FACCIA COME…

Durante la seduta del Consiglio comunale, l’altra sera a Torino, amministrata dai 5 Stelle, c’è stato l’intervento di una consigliera stellata, Carlotta Tevere, che ha espresso solidarietà ai 38 condannati del maxi processo No Tav. 
Ciò ha scatenato le ire dell’ineffabile Osvaldo Napoli – consigliere gaudente e para-spiritoso di Forza Italia – che, indignato e offeso (… “è una vergogna, un intollerabile attacco alla Magistratura”), ha invitato la sindaca Appendino a prendere le distanze dalla sua consigliera, già aspramente rimproverata per aver osato schierarsi con cotali delinquenti. 
E’ incredibile, comico e strabiliante. Da quale pulpito!
Urla, attacca e induce al riso proprio un personaggetto come l’Osvaldo, il cui leader di partito è stato condannato e pregiudicato per frode fiscale, che ha sempre disprezzato e attaccato la Magistratura. Il cui PDL è pieno di indagati, imputati, inquisiti, venduti, traditori e condannati o con problemi seri con la giustizia, come Dell’Utri, Cosentino, Cuffaro, Cesaro e il transfuga Verdini, poi è passato con l'attuale maggioranza.
Ma con quale faccia e bocca costui parla?
E’ quanto meno buffa questa concezione della legalità a proprio uso, consumo e convenienza.
7 dicembre 2016 (Alfredo Laurano)


AL VOTO? PERCHÉ’ NO /976

Si, anch’io penso come molti renziani, pur non essendolo affatto: non ha perso il fiorentino, ma hanno sbagliato a votare due terzi di italiani.
Lui, da solo, ha preso il 40%, tutti gli altri, contro – partiti, sindacati, associazioni, giuristi, lavoratori, disoccupati, giovani e cittadini d’ogni razza e pianeta - il 60%. Non è poi tanto un paradosso!

Tutto ciò, a voler prescindere, un po’ arbitrariamente, dal merito della orribile riforma costituzionale, rifiutata e condannata, che poi era il vero senso della chiamata obbligatoria a Referendum. Magari, ci sarà stato pure qualche poveretto che, per caso o per errore, ha votato non contro il ducetto fiorentino, ma proprio contro lo stravolgimento della Carta. Ma per lui e per i suoi, meglio far credere il contrario: è più facile far passare il concetto di vittoria personale e sacrificio, nonostante i numeri del Viminale.

E proprio per questo, per battere il ferro ancora caldo e fumante – visto che mi pare difficile voglia ritirarsi a vita privata o in un convento fiesolano per un improbabile bagno d’umiltà, come aveva annunciato qualche mese fa in caso di sconfitta – non credo aspiri a un altro incarico dal Capo dello Stato.
E’ più probabile che cerchi di “ripartire dal quel 40%”, come ha detto il suo fido Lotti, il che, tradotto in pragmatico politichese, potrebbe voler dire rivendicare un forte consenso, ripartire da quei 13 milioni e mezzo dei voti del SI, rilanciarsi con una nuova veste, più umana e con le penne più abbassate.
Insomma, capitalizzare quel bottino di consensi referendari, tramutandoli in voti elettorali, come se il travaso fosse automatico! Senza mollare la guida del PD, ma lanciato verso le elezioni il prima possibile, cavalcando l’onda, appena pronta una nuova, o corretta alla svelta, legge elettorale.
In fondo, da furbino e intelligente venditore, sa bene che dietro quel fragoroso NO del referendum (19 milioni e mezzo) non esiste una coalizione di partiti ed elettori: la Destra è piuttosto divisa e frantumata e tutti sono in lotta per la leadership, la Sinistra è come sempre sparpagliata e residuale, i dissidenti del PD sono non più di un quinto e quindi in netta minoranza, i Cinque Stelle sono forti, in piazza, ma non disposti ad alleanze: pretendono di scalare il Montecitorio da soli, senza funi e ganci  e senza alcuna compagnia.
Allora, perché non tentare? Ci lo può battere e contrastare efficacemente?
Non certo Berlusconi, né Salvini, né la Meloni, né il “solo” Grillo.
Magari chiudendo magicamente qualche altra trattativa, come quella appena conclusa con gli statali, dando qualche altra mancetta ai pensionati, annunciando una promessa di maggiore occupazione con la revisione del Jobs Act o una riduzione delle tasse.
Senza dimenticare che, restando in carica per l’ordinaria amministrazione, può gestire l’apparato e la programmazione elettorale, oltre a mantenere l’appoggio sicuro e ampio dei suoi alleati verdiniani, alfaniani e transfughi vari che lo sosterrebbero in cambio di qualcosa (seggi, poltrone, incarichi), non volendo certo rinunciare a concludere la legislatura, perdendo i cospicui vitalizi.
6 dicembre 2016 (Alfredo Laurano)


lunedì 5 dicembre 2016

ERA IL 4 DICEMBRE

Un giorno importante, ieri, 4 dicembre 2016. Sotto vari profili, di diversa importanza, di vari significati. Tanti eventi si sono sovrapposti.
Un travolgente NO ha vinto il referendum costituzionale;
Renzi ha lasciato commosso, con la sua Agnese, Palazzo Chigi;
gli italiani sono tornati alle urne in modo massiccio (70%);
il nuovo presidente Verde si è affermato in Austria contro il candidato di estrema destra, segnale in forte controtendenza per tutta l’Europa;
le spoglie di Fidel sono state seppellite a Cuba, dopo nove giorni di lacrime e di lutto nazionale;
la Roma batte sul campo la Lazio che si rifà, a chiacchiere, con un po’ di insano razzismo.
Nel frattempo, a De Luca è andata di traverso una frittura di pesce, un po’ avariata.
(Alfredo Laurano)



DERBY ETNICI

Prima del derby, alcuni capi clan laziali hanno incitato alla guerra etnica. 
Dopo la sconfitta, si sono rifatti e rifocillati con il vergognoso razzismo di Lulic."Fino a poco tempo fa, Rudiger vendeva calzini e cinture in Germania, ora fa il fenomeno!"
Vergognatevi!