venerdì 30 agosto 2019

QUESTO MATRIMONIO S’HA DA FARE!

Intanto, per favore, non chiamatelo governo giallorosso, tutt’al più, giallofucsia o giallorosa, per giunta, pallido. Quello che sta nascendo, in realtà, ha i colori neutri della convenienza e dell’opportunismo, in attesa di conoscerne programmi, ambizioni e soluzioni.
Da una parte un movimento che si definisce post-ideologico, né di destra, né di sinistra, che guarda al pragmatismo e ai programmi, lontano da schemi e gabbie fideistiche.
Dall’altra un partito ancor più post ideologico, post comunista, post democristiano e forse pure post democratico: infatti ora è guidato da un segretario sempre sorridente, Zingaretti, ma condizionato, ricattato e ancora comandato da un ex premier, trombato, ma ancora in piedi, nonostante le promesse fatte.

Questo nuovo governo non è certo un matrimonio d'amore, ma nemmeno solo d'interesse: è una scelta obbligata, fondata su una serie di normali tradimenti e colpi bassi, di false e rinnegate promesse, di pesanti e reiterati insulti, di colpo dimenticati, e, soprattutto, sulla paura di perdere e far vincere Salvini. Di perdere consensi, poltrone, consistenza, ruoli e prestigio (e anche pensioni) nella spietata savana elettorale. Forse, potremmo dire, un matrimonio riparatore, pur senza peccato consumato.
C’eravamo tanto odiati… ma ora dobbiamo in qualche modo amarci.
Se dovesse abortire o fallire presto, per i due contraenti sarebbe un disastro annunciato, elettoralmente parlando. Se si andasse al voto, non ne uscirebbero solo perdenti, ma completamente a pezzi e vicini all’estinzione.
Uno stato di necessità, quindi, alla faccia di capitan Cocoricò che ignorava, forse, che, secondo democrazia e Costituzione, non si va a votare, sempre e comunque, in caso di crisi, quando esiste un’altra possibile maggioranza in Parlamento. Altrimenti si andrebbe alle urne ad ogni starnuto di governo, anche ogni quattro, cinque mesi.

Ma il futuro resta incerto, in attesa di far digerire alle rispettive basi - le famiglie e i parenti degli sposi - tutte le contraddizioni di questa storia d’amore forzato, che si sta dipanando sotto gli occhi del Quirinale consenziente e di un intero popolo, sconcertato come non mai.
In fondo, quello fra M5S e Pd, nonostante i reciproci anatemi e il disprezzo di facciata, era un appuntamento fatale: tutti sapevano che prima o poi si sarebbe concretizzato, anche se nessuno lo diceva.
E poteva realizzarsi già da tempo, dalle battute stonate di Fassino, dai tentativi del buon Bersani e, soprattutto, in occasione dell’elezione del capo dello Stato, quando Grillo lanciò la sfida al Pd: “Votiamo insieme Rodotà e poi facciamo il governo insieme”. Lì si vide, ricorda Travaglio, che Bersani era solo: Napolitano, Letta e il grosso del Pd avevano già in tasca l’inciucio con Berlusconi &Verdini.
E anche l’anno scorso, dopo la sonante vittoria del quattro marzo, Di Maio propose un contratto di governo anzitutto al Pd, che Renzi fece saltare con i suoi niet e con orrore, spingendo gli entusiasti vincitori tra le braccia della Lega, e regalando a Salvini 14 mesi di ascesa e di trionfi, scioccamente poi dallo stesso buttati al vento.
Ora, nonostante i Don Abbondio e i Don Rodrigo, questo sposalizio si farà, anche se, fra diffidenze e gelosie, il nuovo esecutivo non avrà vita facile e subirà presto il contraccolpo delle elezioni regionali e della manovra finanziaria. E la discontinuità antisovranista e antipopulista, che, sindacati, partiti, Vaticano e fronte popolare anti-Salvini, schierati a difesa del sistema, annunciano convinti, sarà reale?
E “l’avvocato di tutti gli Italiani”, Giuseppe Conte, quotato pure da Trump e da Bill Gates, saprà garantirla e realizzarla??
30 agosto 2019 (Alfredo Laurano)




mercoledì 28 agosto 2019

IL MILITE SUDATO


Mamma ti ricordi quando ero piccoletto, che mi ci voleva la scaletta andando a letto, come son cresciuto mamma mia devi vedere…figurati che faccio il corazziere!
Così cantava Renato Rascel nel lontano 1953. 

I Corazzieri sono l’unità più antica delle Forze Armate Italiane e fanno parte di un corpo specializzato dell’Arma dei Carabinieri che svolge l’alta funzione di guardia d’onore e la scorta del Presidente della Repubblica.
Le uniformi sono affascinanti. In occasioni particolari come i servizi di Guardia, i Corazzieri indossano uniformi che prevedono l’elmo con la criniera di cavallo e il sottogola. Nonostante le aspirazioni del piccoletto Renatino Rascel, sono richiesti anche determinati requisiti fisici: devono possedere un’ottima resistenza fisica per sopportare il peso della divisa (corazza compresa) per molte ore e, proprio per questo, seguono un duro addestramento che prevede esercitazioni nelle tecniche di arti marziali e della difesa personale, ma devono essere anche degli ottimi tiratori scelti. Devono essere in grado di gestire con grande abilità e prontezza situazioni che prevedono un gran flusso di gente e, dal punto di vista prettamente fisico, devono essere alti non meno di 1,90 cm e devono saper cavalcare e saper guidare le possenti Moto Guzzi California.
Devono inoltre possedere un’indiscussa moralità e i loro trascorsi lavorativi devono essere eccellenti.

I Corazzieri, tuttavia, anche se dotati, preparati e straordinari, non sono comunque dei superuomini o semidei, sono esseri umani e sotto quelle pesanti divise, soffrono e sudano in silenzio.
Sono come quello che Gabriele Romagnoli definisce “il milite ignoto, il corazziere sudato”. Quello che, impietosamente, le telecamere inquadrano spesso durante le consultazioni al Quirinale, mentre gocciola sotto il peso dell’elmo di Scipio.
In quella sala affollata dove manca l’aria, dove, per necessità di riprese TV, si accendono le potenti luci che inquadrano la porta e il leggio, i suoi turni diventano estenuanti, sotto la corazza di quattordici chili in acciaio, in attesa che i politici di turno escano, con i foglietti in mano, dove hanno scritto frasi contorte e di routine, da leggere alla nazione annoiata e stanca.
E lui, il milite ignoto, sta lì a far la guardia a una stupida porta.
E continua sudare, immobile.
Sta faticando. Sta soffrendo in compunto silenzio. Lo angosciano lo spettacolo sgangherato e il protagonismo degli attori variamente disperati, come aggiunge Romagnoli.
E’ impassibile come il suo presidente, con cui condivide una inconfessabile speranza: che tutto questo finisca, per poi, già lo sa, ricominciare.

Ma a che serve questo inutile tormento, questa pena e questo inutile patimento?
A salvare formalmente la faccia offesa delle istituzioni, dei riti assurdi e tribali che democrazia pretende?
Forse è la metafora di un popolo disgustato che suda in silenzio, magari sul materassino dei sogni che, al mare, ti porta lontano.

lunedì 26 agosto 2019

CIAO, MITICO PECORINO!


Carlo Delle Piane, morto tre giorni fa a 83 anni, è stato prima un grande caratterista, poi - grazie soprattutto al folgorante incontro con Pupi Avati, con cui ha girato tredici film - un attore capace, bravo e intenso nei suoi ruoli, sul filo di un sottile equilibrio psicologico, fra il comico e il drammatico.
Nato a Roma, in Campo de’ Fiori, interpretò ad inizio carriera, piccoli ruoli con grandi partner: Eduardo, Rascel, Sordi, De Sica, Totò, Aldo Fabrizi.
Data l’età, faceva spesso il figlio (Pecorino, gli rimase addosso) in film che fecero storia come Guardie e Ladri e la Famiglia Passaguai. 
E quel nasone che andava subito in primo piano era frutto di una pallonata in faccia, che lo colpì con violenza, a dieci anni, rompendogli il setto nasale. Chissà che non sia stato quell’incidente alla base della sua carriera artistica. “Con quel fisico così particolare, dice Avati, coltivava dentro una voglia di rivalsa, una potenzialità e una malinconia che formavano un insieme esplosivo”.
In realtà Delle Piane aveva già tutto l’occorrente, era provvisto di malinconia esistenziale, come quel Buster Keaton che amava. 
Ricorda, ancora, Pupi: “All’inizio non lo volevo, ma scoprii un po’ alla volta in Carlo uno spessore che non avevo immaginato. Girai Una gita scolastica, travestendolo all’inizio con una parrucca bionda perché al produttore non piaceva, ma fu un successo”.
Per la prima volta protagonista in un ruolo di minimalismo sentimentale, come sarà poi per Festa di laurea, sempre un gioco di timidezze incrociate, di ricordi e sentimenti veri, velati di tristezza, con un superbo Nik Novecento, scomparso giovanissimo. 
Fino a Regalo di Natale che fu un grande successo di critica e di pubblico.
Ora, per il mitico Pecorino si chiude una carriera incredibile, fatta di puro talento e nessuna accademia. Da moccioso mingherlino, a interprete premiato di tanti film, oltre la TV, dove era spesso malmenato dal destino, solo e solitario e infelice dentro.
La sua morte ci commuove come la maggior parte dei suoi personaggi, in una dimensione sospesa fra il sogno, l’ingenuità e la dimenticata semplicità.
26 agosto 2019 (Alfredo Laurano)

giovedì 22 agosto 2019

CHE SOTTILE STRATEGA!

Anche in Europa se lo chiedono. 
Anche i suoi alleati, compari di populismo sovranista, come la Le Pen in Francia e Orban in Ungheria, si chiedono il perché del suicidio politico di Salvini, forse vittima di un colpo di calore agostano. In realtà, ce lo chiediamo tutti o in tanti - opinionisti, analisti e osservatori politici, comuni cittadini -  a prescindere dalle proprie convinzioni o posizioni politiche.
Il suo comportamento stride con la logica, la crisi di governo che inspiegabilmente ha scatenato si è consumata soprattutto contro lui stesso, premiando, in un certo senso, proprio gli altri attori della commedia giallo-verde: il presidente Conte e le truppe disastrate degli stellati, in forte calo di consensi, che voleva sovrastare.
Ma ha rinvigorito e riportato a galla anche tutte le altre forze di opposizione, che erano tranquillamente sopite e rassegnate, sotto il sole di questa torrida estate. Una specie di inattesa benedizione, un imprevisto invito a recuperare scopi e identità. E ciò vale anche per “Fratelli d’Italia” e per quel che rimane del partito di Berlusconi.

Invece di raccontare balle, di parlare “dei troppi no” alle sue iniziative, di ipotizzare surrettizie manovre e fantasiosi inciuci di palazzo, ci dovrebbe semplicemente spiegare, ma dovrebbe farlo capire soprattutto ai suoi esterrefatti e increduli barbari padani, perché:
- ha fatto cadere un governo in cui spadroneggiava col suo solo (e reale) 17% di parlamentari. Lo aveva praticamente in mano e pontificava come fosse l’effettivo premier, avocandosi anche le competenze di altri ministri e ministeri;
- ha rinunciato al Viminale, che era ormai di sua esclusiva proprietà, che gli garantiva potere, propaganda e visibilità, anche internazionale, ipertrofizzando il suo smisurato ego (vedi il continuo teatrino delle navi Ong e dei porti chiusi, sulla pelle dei disperati);
- ha resuscitato Renzi, perdente e in punizione nel Partito Democratico - anche se ancora padrone in parte dello stesso, con i suoi fedelissimi - che stava riflettendo, in un dorato angolo, sul suo prossimo partito da fondare. Ora, cogliendo l’occasione propizia, ha ripreso forza e si è subito lanciato in nuove sfide e proposte che rinnegano totalmente le sue indiscutibili scelte di un anno e mezzo fa contro i Cinque Stelle. Ma per alcuni la politica è l’arte di cambiare: idee, pensieri, uomini, azioni, alleanze, come abiti di stagione e convenienze;
- ha rivitalizzato proprio il triste e rassegnato Di Maio e i pentastellati che, in crisi nera dopo l’Europee, che ne avevano dimezzato i consensi, teneva sotto scacco e costretti ai suoi voleri. Ora, si sono avvinghiati, come non mai, al premier Conte, garante della loro identità e sopravvivenza.

A suo dispetto, un governo dovranno quindi farlo per forza: per non perdere l’occasione di ritorno al potere, per non affossare definitivamente l’economia del Paese (manovra finanziaria alle porte, aumento Iva al 25%, riduzione tasse), per non perdere altri consensi (il M5S è dato intorno al 10%) in caso di elezioni e per non consegnare l’inno e la guida d’Italia alle fanciulle sculettanti del Papeete.
Ma davvero, lo sciocco e ingenuo capitan Cocoricò pensava che, per intercessione del sacro cuore di Maria, lo avrebbero lasciato andare al voto subito, col picchetto d’onore e il tappeto rosso sotto i piedi? E con il rosario sventolato in mano, come il lazo dei cow boy?
Che avrebbero brindato alle sue nuove nozze con “sorella Giorgia” e con un eventuale pezzetto di forzisti a far da interessati testimoni a un governo di estrema destra e anche razzista??
22 agosto 2019 (Alfredo Laurano)



mercoledì 21 agosto 2019

UMILIATO CAPITAN COCORICO’


Come non essere d’accordo con Travaglio: Giuseppe Conte ha sottoposto ieri Salvini al trattamento dell' asfaltatura completa, aiutato dall' ennesimo harakiri mediatico del Cazzaro Verde che si è piazzato al suo fianco sperando di spaventarlo e poi riducendosi a fargli le faccette: solo che era seduto sotto, in posizione di minorità rispetto al premier in piedi che lo prendeva a sberle dall' alto al basso, con una lezione di politica, democrazia, diritto parlamentare e costituzionale, ma anche di dignità e di stile allo scolaretto bullo e somaro.
Il quale ha raddoppiato l'autogol parlando subito dopo e rendendo ancor più evidente l'abisso morale, intellettuale e dialettico che lo separa dal premier, con un discorso sgangherato, senza capo né coda: doveva almeno spiegare la crisi più pazza del mondo, invece se n' è scordato o non sapeva che dire. Meglio sbaciucchiare rosari e sacri cuori, fra gli applausi dei leghisti più pii, tipo Calderoli che si sposò col rito celtico davanti al druido.

Il confronto ravvicinato fra quei due modelli politico-antropologici crea, agli occhi degl'italiani, un nuovo bipolarismo tutto nel campo "populista".
Conte, a dispetto della doppia propaganda leghista e sinistrista, non è uomo dell'establishment, né del vecchio centrosinistra. È l'interprete più apprezzato di un populismo-sovranismo dal volto umano che ottiene risultati in Italia e in Europa, diversamente da quello parolaio, inconcludente e dannoso delle destre.
Ora il Cazzaro Verde Cocoricò – che, all’esordio della sua replica, ha dichiarato che rifarebbe tutto ciò che ha fatto, mentendo spudoratamente anche a se stesso - è al punto più basso della sua parabola politica.
In realtà è pentitissimo ed ha provato fino all’ultimo a lanciare segnali di riapertura, a immaginare spirargli, a ritirare la mozione di sfiducia, a lavori in corso. E a baciare ripetutamente il rosario, in segno di sfida, sperando in un impossibile miracolo.
Troppo tardi. Conte, più che al Senato, stava già al Quirinale, dimesso ma non vinto.
Solo il Pd può salvarlo, se gli lascia la strada del voto elettorale.
E pare che, ancora una volta, stia lavorando per lui.
 21 agosto 2019 (Alfredo Laurano)

IL PIFFERAIO MATT(E)O





"È FÀTTO CÓM’I PÌFFERI DE MONTÀGNA C’ANDÒNNO PER SONÈRE E FÙNNO SONÈTI" (Ha fatto come i pifferi di montagna, che andarono per suonare e furono suonati). 


Guardando l’attualità politica, a chi si addice questa parabola popolare?
Ricorda forse qualcuno che voleva dirigere la banda, ma - vedremo meglio oggi - ne pagò le conseguenze? 

È un proverbio in aretino stretto. Si dice con tono canzonatorio o di rimprovero a chi intendeva darle e le ha invece prese. 
La storia dei pifferi di montagna nasce in un paesino non precisato delle Alpi dove abitavano tre fratelli che avevano lo sfizio di suonare il piffero. Ognuno di loro sapeva suonare solo due note, ma essi erano convinti di essere dei grandi suonatori. 
Un giorno decisero di andare nel paesello vicino per allietare con la loro musica quella popolazione. 
Quando iniziarono a suonare lo stridore che producevano era indicibile e il fastidio per i poveri abitanti insopportabile, tanto che tutti si rivoltarono loro contro e li riempirono di botte. 
Così tornarono alla loro casa sconsolati e malconci: erano andati per suonare e furono suonati!

Attenzione a non confondere questa storia con la fiaba medioevale del pifferaio magico di Hamelin, creata per spaventare i bambini.
Nel 1284, un suonatore di piffero o di cornamusa promise ai cittadini di sbarazzarli dai topi in cambio di un certo pagamento. Tutti acconsentirono.
Sebbene il pifferaio riuscì a liberare la cittadina dai topi, incantandoli e portandoli via con la sua musica, la gente di Hamelin si rifiutò di pagarlo. Il musicista furioso se ne andò, giurando vendetta. 
Dopo poco tempo tornò e rapi' i bambini del paese, che non vennero mai più visti e ritrovati, proprio come aveva fatto con i topi. 
Suonato o vendicativo il nostro pifferaio? 
20 agosto 2019 (Alfredo Laurano) 

venerdì 16 agosto 2019

COME PRIMA, PIÙ’ DI PRIMA

È sempre più evidente che Salvini ha fatto una stronzata. 
Per ingordigia, per fame e, soprattutto, per sete di potere: siamo in estate, a ferragosto, e si è beccato un bel colpo di calore, che forse pagherà caro.
Ha tradito i suoi alleati, ha chiesto la sfiducia del premier per metter fine all’esperienza di governo, che, ormai, gli stava stretto nei numeri e limitava i suoi poteri. Voleva quegli speciali. Da imperatore.
Ha creato un bel casino e adesso non sa più che fare.
Voleva passare all’incasso, sicuro di poter andare al voto subito, ma non aveva previsto una possibile alternativa: quella di una equivoca alleanza PD e M5S, in un governo di scopo o d’emergenza.
E allora, si è pentito di “aver fatto la frittata”, che non era prevista nel menù concordato, e che rischia di non poter affatto digerire.
Glielo ha fatto capire chiaramente il premier Giuseppe Conte con poche e rabbiose parole, quando lo accusa di “ossessiva concentrazione” sulla questione dei migranti, di essere “proteso a incrementare costantemente i suoi consensi”, per poi rivolgergli la sprezzante accusa di “sleale collaborazione, che “non posso accettare”.

E allora capitan Cocoricò cerca di salvarsi in calcio d’angolo, accettando a sorpresa il taglio dei parlamentari, ben sapendo che se cade prima il governo, i lavori del Parlamento si interrompono e una proposta costituzionale così rilevante non può essere più approvata. Se si andrà al voto entro dicembre, si voterà su 945 parlamentari e non su 600.
E, comunque, la riduzione del numero non sarebbe vigente nella successiva legislatura. Per renderla davvero efficace nella legislatura successiva, bisogna attendere almeno la primavera del 2020, rispettando l’iter dell’articolo 138 della Costituzione.
                 
Nonostante la rissa di mezza estate, il governo è ancora in piedi e lo sarà almeno fino al 20 prossimo, visto che lo stesso Salvini ha evitato di ritirare i suoi ministri. Né è ancora chiaro se mai arriverà a conclusione.
Forse la sua sopravvivenza è la strada più facile per uscire dalla crisi, anche perché le trattative degli antagonisti sono in alto mare.
“Il mio telefono è sempre acceso”, ha fatto sapere il traditor Cocoricò, lanciando chiari segni di riapertura, per un ritorno al dialogo.
Tatticismo, ripensamenti e improvvisazioni di fronte a una pubblica opinione sempre più disorientata, suggeriti forse dal “suocero volpe” Verdini, avvistato in un ristorante romano, con i capigruppo della Lega, a parlar di strategia politica e di conservazione del potere ad ogni costo.
E se la crisi fosse una sceneggiata per continuare come prima, più di prima?
16 agosto 2019 (Alfredo Laurano)

LA COERENZA: VIRTÙ DEGLI IMBECILLI /1841


Coerenza: costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni.
Non vale nella vita quotidiana, negli affetti, nelle scelte e nel lavoro. Figuriamoci in politica – almeno nella sua accezione più prosaica – quale arte dell’utile e del compromesso.
Forse, perché non è un valore assoluto, ma soltanto percepito. Soprattutto, considerando che la nostra cultura occidentale corre dietro a bisogni, interessi, calcoli del momento.
La coerenza spesso viene vista come un elegante, ma non necessario, orpello, da mettere o dismettere; un vincolo lezioso e inutile che limita la propria libertà, che rende schiavi, vittime dei propri interessi, dei propri vizi o bisogni.
Meglio allora l’incoerente, che invece non ha una meta, un obiettivo per cui valga la pena organizzare la sua vita. Che non deve rispondere a nessun ideale, che vive del presente: un opportunista che cavalca l’onda della convenienza, senza preoccuparsi di altro e delle sfumature, anche morali.

Qualche eclatante esempio ce lo fornisce proprio la politica recente.
Chi non ricorda l’ormai storico “stai sereno” che Renzi disse a Enrico Letta, presidente del Consiglio, poche ore prima di pugnalarlo a tradimento per prendere il suo posto?
Quante volte Salvini, nei quattordici mesi di regno giallo-verde, ha dichiarato, promesso e giurato, in tutte le salse e in ogni luogo, che quel governo sarebbe durato cinque anni, cioè l’intera legislatura, per il bene dell’Italia?
Il PD renziano è consapevole che quell’accordo di governo Salvini-Di Maio fu l’unica possibile alternativa, scaturita dalla sua netta chiusura ad ogni minimo e preventivo tentativo di dialogo con i Cinque Stelle?

Oggi, invece, rinnegando l’ostracismo delle porte chiuse, è proprio Renzi che propone loro un’apertura e un possibile governo di tutti contro Salvini. Fino a ieri, accusava pure Zingaretti – oggi contrario a tale ipotesi – di strizzare l’occhio ai pentastellati.
I quali, ovviamente, ora aggrediscono e demoliscono Salvini, come peggior nemico, dopo aver accettato e condiviso le sue scelte e i suoi ricatti.
Non va poi dimenticato il vangelo dell’amore, secondo convenienza, predicato dalla Lega del cazzaro padano, che oggi abbraccia, loda e ringrazia i meridionali puzzolenti, dopo aver a lungo invocato l’Etna e il Vesuvio di lavarli con la lava.
Quando si dice coerenza, che fa solo rima con coscienza.
 13 agosto 2019 (Alfredo Laurano)

lunedì 12 agosto 2019

MANCO FOSSE JOVANOTTI


In principio erano le piazze, poi vennero le spiagge.
L’estate italiana del vicepremier Matteo Salvini, iniziata al Papeete Beach di Milano Marittima, con conferenza stampa e l’inno di Mameli, danzato sulla sabbia da cubiste sculettanti e leopardate, è diventatata un giro d'Italia. In pratica, un tour de force: Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata, Sicilia, Liguria, Campania e Toscana. Ben 21 appuntamenti in 11 giorni. Senza soste per tirare il fiato.
Panza e catenina, e ascella al vento, capitan Cocoricò prosegue il suo beach tour delle spiagge italiane, come fosse Jovanotti. Ma quello, almeno canta e fa ballar la gente!
“Fino a Ferragosto vi aspetto lungo le coste della nostra splendida Italia, soprattutto nelle perle del nostro Sud”.
Il Governo è caduto, ma il beach Tour è confermato: tre mari diversi, una dozzina di stabilimenti lungo le coste più belle dislocati in otto regioni del Centro Sud.

Comizio che vai, striscione che trovi.
Tra la Basilicata, Sicilia e Calabria, regioni protagoniste del tour estivo leghista di campagna elettorale, in piena crisi di governo, sono comparsi diversi striscioni di contestazione, canti e grida contro il leader della Lega, al quale ricordavano le offese e gli insulti ricevuti a suo tempo.
È stato pesantemente contestato a Peschici, a Soverato, a Siracusa, a Catania, al grido di buffone, buffone e con annesso lancio di bottiglie di plastica contro la sua auto. Qualcuno ha scritto su un cartello: "Salvini beach party - ingresso: 5 rubli".
A Policoro, un gruppo di manifestanti, che intonava Bella Ciao, gli ha gettato, in segno di protesta, dell’acqua sul volto.

In questa sua campagna elettorale, tra un selfie e un altro, interviene sulla prossima finanziaria e annuncia una manovra delle meraviglie: tasse ridotte al 15% per milioni di lavoratori italiani, pace fiscale con Equitalia per tanti altri Italiani, nessun aumento dell’Iva, ma riduzione delle tasse sulla casa. Riforma della Giustizia
Promesse e giuramenti da vero marinaio.
Poi, qualcuno gli ha sabotato l’impianto audio e spento il suo microfono.
12 agosto 2019 (Alfredo Laurano)

venerdì 9 agosto 2019

AL CAPOLINEA /1839


Da tempo, era nell’aria. Da tempo, il cazzaro verde aveva programmato la caduta del governo – che sarebbe dovuta avvenire per sola colpa dei suoi appecoronati alleati – per capitalizzare, attraverso le elezioni anticipate possibilmente a ottobre, l’ampio consenso ottenuto alle Europee (raddoppio dei voti) e che, secondo i sondaggi, oggi sarebbe assai vicino al 40 per cento. 
Lo ha dichiarato alla stampa il Presidente del Consiglio Conte, prendendo nettamente le distanze dalla scelta di Salvini, in un sussulto di orgoglio politico e di ritrovata dignità nel ruolo: “Spetterà a Salvini spiegare al Paese e giustificare agli elettori, che hanno creduto nella prospettiva del cambiamento, le ragioni che lo portano a interrompere bruscamente l’azione dell’esecutivo”.
Votando a favore del Tav insieme a Pd, Forza Italia e Fratelli d’Italia (inciucio non da poco), capitan Cocoricò ha voluto dare una spallata decisiva al governo giallo-verde, per passare direttamente all’incasso, monetizzando quel successo. 
La banda sbandata degli stellati, per salvare la faccia dopo tante liti quotidiane e tante umiliazioni subite, aveva, invece, presentato una mozione contraria al TAV, ovviamente bocciata.
La strategia era forse cominciata pochi giorni fa con la buffonata carnevalesca sulla spiaggia del Papeete Beach di Milano Marittima, dove fra sculettanti leopardate, mutande fiorate ed infradito, aveva sputtanato anche l’inno nazionale, lasciando intendere che del bel Paese non gliene fotteva niente.

“Salvini ha pugnalato la nazione alle spalle, ora per colpa sua, c'è il rischio che aumenterà l'Iva. Ha preso in giro gli italiani su tutto, dalla flat tax alle tasse, sapeva di non poterle fare e ha trovato una scusa per aprire la crisi ad agosto, anche per rimandare il concordato taglio di 345 poltrone in parlamento e non fare la legge di Bilancio. Ha pensato ai suoi interessi e non a quello del Paese”, dice Luigi Di Maio, con rabbia, incredulità e rassegnazione, vivendo una drammatica giornata che segna la fine dell’esperienza di governo e, molto probabilmente, apre una nuova fase cadente e rovinosa nella vita del Movimento.
Alessandro Di Battista definisce quello di Salvini uno “spettacolo da vomito, di chi si è mascherato da protettore del popolo ma che è schiavo del sistema”.
E’, quindi, crisi. Dopo quattordici mesi. Crisi al buio che rischia di sancire la fine di un’epoca, quella dei Cinque Stelle e di aprire una nuova fase di profondo buio, con diverse incognite e pochissime certezze. Non escluso, dopo il voto, un possibile governo di ultra destra (Lega-Fratelli d’Italia) o, nel frattempo, l’ennesimo esecutivo tecnico.
Ferma e lontana, la pallida Sinistra di Renzi e Zingaretti che si dice - come da copione - “pronta alla sfida”, ma che brilla soprattutto per la sua assenza.
9 agosto 2019 (Alfredo Laurano)



giovedì 8 agosto 2019

LAPIDI DELLA VERGOGNA


Di passaggio a Pesaro per una breve visita, a Piazza del Popolo, la principale della città, proprio di fronte alla sede del Comune, abbiamo notato fogli e pezzi di giornali sparsi a terra che non “svolazzavano”, anzi, erano incastonati nel marciapiede.
L’idea a monte è: murare col cemento, ad imperitura memoria sul selciato di piazza, alcuni giornali dell’era fascista.
Li chiamano “Fogli Fossili“ e sono stati realizzati in ceramica, secondo un progetto del 2008, da studenti liceali, in collaborazione con insegnanti e Amministrazioni locali.
Si tratta di documenti che testimoniano storie di esclusione e di emarginazione, di vite spezzate, di famiglie sconvolte e di quotidianità, annientate dalle disposizioni di legge dell’epoca del duce.
Sono partiti da un documento del 15 luglio 1938, meglio noto come il “Manifesto degli scienziati razzisti”, poi il giornale locale L’ORA e infine un documento inedito del 16 agosto dello stesso anno, il “Censimento degli ebrei” sul territorio della Provincia. E ancora altri articoli, parti di provvedimenti “in difesa della razza”, divieti di celebrazione dei matrimoni da parte della Prefettura di Pesaro, prescrizioni per i campi di concentramento e per le località di internamento dalla questura.
Il Resto del Carlino del 3 settembre, dello stesso anno, che riportava a tutta pagina il varo delle leggi razziali che discriminavano gli ebrei dalle scuole è sembrato tra gli esempi migliori per rappresentare l’infamia.
Quei titoli e quegli articoli incastonati tra i sampietrini possono così essere giustamente calpestati, odiati e invisi da tutti i passanti di quella grande piazza, a Pesaro. Sono accettati anche sputi ben mirati. 
Disprezzarli e consumarli con i nostri piedi, è un invito a non dimenticare quella vergogna e a manifestare lo sdegno, soprattutto, delle nuove generazioni verso la negazione di ogni forma di discriminazione.
8 agosto 2019 (Alfredo Laurano)

mercoledì 7 agosto 2019

USI AD OBBEDIR TACENDO /1837


Schiavi, correi, camerieri, sempre più umiliati e ricattati, i Cinque Stelle, da tempo, non brillano più. Sono diventate stelle cadenti, come quelle del vicino dieci agosto. 
Stanno facendo vergognare i tanti che li hanno votati, con speranza e con fiducia. Soprattutto quelli di Sinistra, disfatti dal renzismo.
L’onestà non è più di moda, sotto il regime, di fatto, a guida salviniana.
I valori e le ambizioni sbandierati quando volevano Gino Strada, Rodotà o la Gabanelli al Quirinale sono un pallido ricordo, da quando si son fatti schiacciare dal loro alleato di governo.

Ogni giorno peggio, pur di mantenere le poltrone che le ultime Regionali hanno smontato nel numero e nella consistenza politica. In un anno il loro consenso è evaporato, soprattutto a causa di un’alleanza nociva e innaturale.
Hanno dimezzato i voti, mentre i legaioli li hanno raddoppiati. La loro forza parlamentare e contrattuale è quindi ormai virtuale e vale nei seggi solo fino a quando questo esecutivo resterà in carica.
Dopo sarà la diaspora e il Movimento sarà solo quello fisico delle gambe che li porteranno a casa.
E per questo devono far pippa e obbedir tacendo, facendo finta, ogni tanto, di non accettare diktat, ordini o di manifestare dissenso e malumori.
Hanno esaurito le scatolette di tonno da aprire in parlamento, hanno occupato spazi di prestigio e di potere e si son fatti Casta, proprio come quella che in teoria avversavano e aborrivano sdegnati. Molti se ne sono andati, delusi, molti sono stati cacciati perché invocavano coerenza.
Hanno appena votato, meno cinque dissidenti, il vergognoso decreto sicurezza bis, voluto dal ministro di polizia, che ne rafforza il potere e gli umori. Il suo significato profondamente antiumanitario, in tema di migranti e ordine pubblico, fa rabbrividire almeno mezzo Paese, a partire proprio da quel Gino Strada, che ha dedicato la sua vita alla solidarietà, e che oggi, si vergogna solo per essere stato a suo tempo indicato.
Non contenti, hanno approvato lo sgombero, dopo vent’anni, del Centro Sociale di Bologna - primo e immediato effetto di quell’infame decreto - mentre non hanno consentito quello più che abusivo di Casa Pound a Roma.
Ora, dovranno fare marcia indietro pure sul progetto TAV (lo ha già fatto anche il presidente Conte, da loro voluto a fittizio capo del governo), ultimo baluardo di una posizione logica e ideale, contro un’opera inutile, dannosa e senza senso, in un’Italia ferroviaria dimenticata e fatiscente.

La spada di Damocle, brandita da Salvini, oscilla sulle loro teste e, se cade, tutti a spasso con la certezza per la maggior parte di loro di non essere rieletti.
Così finì o finirà la favola dell’onestà, la parabola dei duri e puri, della rivoluzione urlata, sconfitta dall’incapacità.
7 agosto (Alfredo Laurano)

martedì 6 agosto 2019

SICURI E CONTENTI


UDITE, UDITE
Questo post, appena pubblicato su Facebook, mi è stato censurato perché "non rispetta i nostri standard in materia di nudo e atti sessuali". Nessuno può quindi vederlo. 
E mi ha sospeso ogni altra pubblicazione o commento per 24 ore.
La foto incriminata è questa. E' incredibile, ma vero.

“Oggi è festa in Italia, alla faccia vostra e di tutti i comunisti.”
“Oggi giornata felicissima. Grazie Salvini d'esistere.”
Questi sono solo due delle migliaia di commenti euforici per l’approvazione in Senato del Decreto Sicurezza bis, cavallo di battaglia di capitan Cocoricò, ministro dei “porti chiusi” e dei respingimenti.
Dai quei “porti chiusi” alle nuove leggi sull’ordine pubblico, fino alle multe per i comandanti delle navi che violano il divieto d’ingresso in acque italiane.
In totale, 18 articoli che prevedono sanzioni che vanno dai 150 mila euro fino a un milione per il comandante della nave “in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane”. Come sanzione aggiuntiva è previsto anche il sequestro della nave.

L’articolo 2 del decreto prevede anche alcune modifiche al codice della navigazione e, nello specifico, viene attribuito al ministro dell’Interno il potere di “limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili o unità da diporto o di pesca nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica, quando si pensa che sia stato violato il testo unico sull’immigrazione e sia stato compiuto il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. 

Ciò significa che pure una barchetta di semplici pescatori che soccorra i naufraghi, magari finiti nelle reti insieme ai pesci, possa incorrere in quel reato: galera, sanzioni e sequestro dell’imbarcazione.
Chi salverà più qualcuno, a queste condizioni? 
Meglio girarsi dall’altra parte, far finta di non vedere e non sentire. Anche se molti di questi semplici pescatori hanno già detto che continueranno a salvare vite umane, nel rispetto dei principi umanitari e delle legge del mare.

Eppure, il decreto – d’urgenza – “sicurezza bis”, riguarda alla fine poco meno di 250 migranti. Tanti sono quelli sbarcati in Italia, dall’inizio dell’anno a oggi, tramite le navi delle ONG, sulle quali il provvedimento si concentra sanzionando il soccorso e gli sbarchi nei porti italiani.
Ma oltre il 90% dei circa 4000 migranti è arrivato sulle nostre coste con altri mezzi, autonomamente, tramite i cosiddetti “sbarchi fantasma”, o perché salvato dalla Guardia Costiera e della Finanza. Il numero delle persone sbarcate in Italia è talmente basso che un provvedimento legislativo d’urgenza su questi argomenti è inutile e inopportuno.
La questione è strumentale e solo di ordine politico o, meglio, di volgare propaganda. Come ogni altra singola azione, iniziativa comica o dichiarazione balneare dell’ineffabile Cocoricò, che sulle paure ci campa e sull’insicurezza ci specula.
Che, entusiasta, ringrazia i senatori, gli Italiani e, chissà perché, anche la Beata Vergine Maria che, però, non mi risulta abbia votato.
6 agosto 2019 (Alfredo Laurano)

lunedì 5 agosto 2019

TRE SOMARI E TRE BRIGANTI


Tre caricature di politici teatranti, nati per l’avanspettacolo, il cabaret o l’operetta.
Tre somari e tre briganti sulla strada longa longa di Girgenti, come quelli cantati da Modugno.
Tre grandissimi cazzari che hanno devastato l’Italia negli ultimi decenni e fatto vergognare gli italiani, brava gente, o ridotti in schiavitù mentale, soggiogati da chiacchiere, promesse e demagogia.
Tre principi del cazzeggio di colori assai diversi, ma assai simili nel fare ammuina, raccontando frottole e storielle a un Paese rassegnato, che non sa o non può più reagire, pronto a osannare il primo cantastorie di passaggio, che promette e giura, in nome di un sano populismo, che seduce e che attanaglia, come in una barzelletta del mitico Proietti.

Il primo fu quello azzurro, il patetico miracolato d’Arcore che, grazie alle sue TV, ha sfruttato l’intero sistema mediatico.
Quello del milione di posti di lavori, dei cartelloni sei per tre in ogni strada, delle leggi ad personam, costretto a scendere in campo per salvare l’Italia, dopo la disfatta dei partiti, cancellati da Mani Pulite, o per pararsi il culo e lo sterminato patrimonio, come sostiene più di qualcuno.
Per una ventina d’anni ci siamo dovuti sollazzare con le sue peripezie postribolari che non ci hanno risparmiato le Ruby, le D’Addario, le Minetti, le nipotine, le olgettine e zoccole varie, la lap dance e le barzellette sceme, al soave profumo di bernarda.
A lungo perseguitato dai “giudici comunisti” e dalla disgustata moglie, fu processato, condannato, disarcionato da cavaliere e da senatore, per amore del potere e della gnocca - suo chiodo fisso e compulsivo - che, fiorente, si riproduceva nelle sue ville, grazie ai suoi lenoni come Fede, Tarantini e Lele Mora, e cantata in ode dal fedelissimo Apicella.
Esaurito il repertorio di stronzate e portato lo spread al massimo valore, lasciò il Paese ai tecnici di Monti, che, insieme alle lacrime della Fornero, aggiunse il carico da undici alle sofferenze dei poveri italiani esausti.

Poi venne il cazzaro rosa, Matteo I° detto Renzi, che annacquò fino a cancellarlo il vermiglio colore della tradizione di Sinistra, che dalla guerra in poi seppe offrire un riferimento certo, un orgoglio e una fede a tutto un popolo.
Continuando con le bugie, le slide e le assemblee leopoldiane, l’arrogante epigono di Berlusconi, per presentarsi degnamente, pugnalò subito alle spalle  il tranquillo Letta e abolì l’articolo diciotto, cosa che, grazie a Cofferati e ai milioni di lavoratori scesi al Circo Massimo, neanche il suo putativo padre era riuscito a fare.
Si rifece una certa faccia con i famosi ottanta euro, che gli consentirono di fare il pieno alle regionali, ma fu solo una meteora, anche perché, in parte, se li riprese e affondò il partito.
Amava i voli di stato anche per andare in pizzeria a Cortina o a fare la pipì sull’Arno, ma prometteva tutto il meglio agli italiani.
Poi, fra salvataggi di banche e di famiglie, fra scissioni e frantumazioni interne, scelse di passare alla Storia col referendum costituzionale che, al contrario, ne segnò l’ingloriosa fine.

Alla fine della fiera, per naturale continuità prosaica, arrivò il cazzaro verde a deliziarci con le sue gesta rivoluzionarie da paladino dell’ordine e della sicurezza. È Matteo secondo, il ministro di polizia e vice premier che non possiede un suo guardaroba, ma indossa e strumentalizza tutte le divise, di stato, di calcio e di cantiere, le felpe e le magliette, anche con gli slogan più banali e stupidi.
È il Salvin feroce saladino che arringa le folle - non più solo i celtici padani con le corna - che sventola madonne, rosari e crocefissi e difende la famiglia; che recita a soggetto la parte del bullo dell’Interno, spargendo odio, razzismo e intolleranza; che chiude i porti, “bombarda” le navi Ong e i barconi dei migranti, quando stanno per annegare.
Che fino all’altro ieri diceva e scriveva “c’è puzza di cani, sono arrivati napoletani e siciliani, forza Vesuvio, forza Etna, lavali col fuoco” (ora, quei poveretti, per gratitudine, lo votano pure).
Che fonda il suo consenso sulla retorica del padre di 60 milioni di italiani.
Che porta il suo bambino al mare, sui pedalò della polizia, mentre sparge mieloso paternalismo, assai utile al consenso popolare.
Che vive le responsabilità di governo come fosse al luna park o al Truman Show, o come due giorni fa ha fatto in discoteca al mare, cantando, con una folla di cubiste emancipate, l’inno nazionale, sculettando in mutande ed infradito.
Con buona pace di Mameli e di Novaro.
Ma che abbiam fatto di tanto male, da meritarci i tre cazzari?  
(Alfredo Laurano)

LA MACARENA D’ITALIA

La banda Salvini è riuscita a squalificare anche l'inno di Mameli, fra i bagnanti e le cubiste, chiappe al vento.
Il ministro dell’Interno fa il deejay alla consolle, mentre tutti cantano Fratelli d'Italia, come fosse la macarena.
Fa schifo anche a me, che non sono mai stato nazionalista, questa forma di volgarità unita all'arroganza.

A 170 anni dalla sua nascita, l’inno ufficiale d’Italia - al quale, a suo tempo, Bossi mostrò il dito medio - è stato ridicolizzato e umiliato in una esibizione di tracotante squallore sul palco del Papeete di Milano Marittima, con un Salvini sudato ed eccitato, circondato da ninfette provocanti, in costume leopardato, che ballavano e sculettavano al ritmo patriottico del cantico degli Italiani.
Tra selfie, video, fiumi di birra e mani levate al cielo, il vicepremier sorrideva divertito dall’ennesima bravata.
Una scena che neanche Paolo Sorrentino, regista de “La grande bellezza”, avrebbe potuto allestire e filmare meglio.
Esuberanza Cafonal allo stato puro, direbbe Dagospia, per indicarci la strada che abbiamo imboccato, fra declino, degrado e, per molti, pentimento. (Alfredo Laurano)


https://video.repubblica.it/politica/salvini-in-consolle-le-cubiste-ballano-l-inno-di-mameli-al-papeete/341017/341606?fbclid=IwAR0eB-sLLfLmh5seGzwMz8YnrPueJ9PXrSkZ9XaTXGVqQcSl6vWFFNz-DdE

venerdì 2 agosto 2019

IVAN, IL TERRIBILE CRETINO


Caro Scalfarotto, è una tua prerogativa, in qualità di deputato, far visita ai detenuti per verificarne le condizioni psico-fisiche e che vengano assicurati i diritti umani, messi forse in discussione, in questo caso, dalla foto della benda, promulgata sui social. Le regole le modalità di restrizione nelle carceri, sono un "segnale" della civiltà di un popolo.

Capisco che quei giovanissimi assassini, ancorché tali, sono anche due aitanti ragazzoni biondi, curati e belli che forse hanno stimolato la tua curiosità, quali perversi, ma attraenti figli del male.
Che hanno forse risvegliato, inconsapevolmente, il tuo interesse, anche libidico, più o meno latente o manifesto.
Ma c’è stato un terribile omicidio di un carabiniere che ha prodotto un’onda emozionale in tutto il paese. Per la giovane età, per la divisa che portava, per la giovane vedova, per l’efferatezza del fatto, per l’apparente totale insensibilità dei colpevoli.
È per questo che, invece di andare a Regina Coeli a esprimere solidarietà a quei due fighetti americani, il tuo compito sarebbe stato, prima di tutto, quello di condividere il grande cordoglio popolare per l’infame delitto, con una scelta etica, consapevole e giusta.
Avresti potuto partecipare al funerale del povero carabiniere.
Avresti potuto portare una parola e un gesto di conforto ai quei genitori disperati.
Avresti potuto e dovuto far visita a quella moglie rimasta vedova, dopo soli quaranta giorni di matrimonio.
Invece, hai preferito consolare gli assassini. Una decisione sbagliata, un comportamento discutibile, una opportunità mancata.

Come ti ricorda il tuo compagno Fiano, un partito che (sulla carta), ha radici popolari, deve sentire e condividere i sentimenti che si sono diffusi su questo episodio, ovviamente senza mai avallare nessuna strumentalizzazione sull’accaduto. È un’esigenza storica e politica di sintonia con il popolo.

Ma, evidentemente a te, che hai invertito l’ordine delle priorità e rinnegato il buon senso, della sintonia popolare non te ne fotte una mazza. Meglio il masochismo e l’auto lesionismo politico.
Allora è logico e anche giusto che ti insultino. È naturale che finisca alla gogna del web e che ti critichino anche Zingaretti, Calenda e lo spietato Fusaro.
Per non parlare degli ulteriori danni provocati al tuo partito, già disastrato di suo. E Salvini gongola. (Alfredo Laurano)