venerdì 15 luglio 2016

VENDETTA A COLAZIONE

E’ un orrore la mattina prendere il caffè, con il cornetto e la strage quotidiana, accanto, come osserva, con la consueta sensibilità, l’amica Rosaria Renna, la stupenda voce della compagnia in radio.
Scoprirla al computer, al TG e sul giornale. Quasi come il meteo o le notizie del traffico stradale.
Da sempre sappiamo e diciamo che molte cause del terrorismo nascono da scelte scellerate, come le guerre in Iraq, i bombardamenti in Libia, in Siria e Afghanistan, le responsabilità, le ipocrisie, il doppiogiochismo, gli interessi commerciali e le dubbie strategie dell’Occidente che hanno prodotto un’altissima onda d’odio che crea e alimenta altro odio. E tutto si trasforma in terrorismo e si fa strage. 
Quell'odio, unito alla miseria e al fanatismo religioso, si realizza nel massacro e nell'eccidio quotidiano, sempre più diffuso e imprevedibile.

Ma resta un’accademica, superflua considerazione: a rimetterci sono sempre innocenti, civili, donne, bambini, come negli stessi paesi bombardati.
Non pagano mai quei politici che hanno quell’ odio hanno determinato, con le loro scelte sbagliate e irresponsabili.
Qualcuno ha scritto: “isolare l'Islam, sotto ogni sua forma, dalla civiltà, questo è l'unico passo sensato verso la sicurezza”. Come se un miliardo e seicento milioni di musulmani potessero essere ignorati, dimenticati o cancellati dal pianeta.

Siamo, forse, di fronte a un sintomo individuale di un impazzimento collettivo. Infatti stiamo impazzendo tutti.
Statisticamente, sostiene Giulietto Chiesa, quello di Nizza è un attentato, ma ha l'aria di una mostruosa individuale vendetta contro il mondo. Almeno, stando alle circostanze che ora chiunque può vedere su you tube, con tanto di spari, di urla, di sangue e di immagini in diretta.
Sembra la "spiegazione" più logica. La logica di un pazzo.
Gli altri attentati avevano un aspetto un minimo "organizzato", questo sembra qualcosa di diverso, di incredibile, anche se sarà rivendicato e sarà usato come gli altri.

Integralismo e fondamentalismo islamico o meno, al grido di Allah Akbar in tutte le salse, francesi, piccanti e occidentali, siamo entrati in una fase oscura in cui tutti i gatti, di notte, tendono a diventare bigi.
In fondo, rivendicazione viene dal latino vindĭcta, che significa vendetta, liberazione e castigo. E la follia dell’esaltato, del fanatico, di chi vive nel delirio, religioso o meno, quasi sempre la infiamma, l’accompagna e la confonde.
(Alfredo Laurano)

STAVOLTA, BIRILLI

Da dove, stavolta, dalla terra, dal mare, dal cielo?
Come, stavolta, con kalashnikov, con coltelli, con bombe o con granate?
Dove, stavolta, in aeroporto, al teatro, al ristorante o nel metro?
Quando, stavolta, di giorno, di notte o di festa?
Perché e chi, stavolta, ancora una volta, l’ennesima volta? E senza una vaga, impalpabile, possibile ragione?

No, stavolta, è diverso, cambia la scena, il teatro e l’attore, ma il copione e la regia sono gli stessi.
Il terrore viene dalla strada, sulla Promenade, in una sera di festa nazionale - la presa della Bastiglia - su un bellissimo lungomare, con le palme, tra le famiglie che guardano serene i fuochi artificiali.
Un grosso camion bianco si lancia sul pubblico e lo falcia correndo all’impazzata, a 80 all’ora, zigzagando per colpirne di più, per due lunghissimi chilometri. Gli spari della polizia si confondono con i fuochi ed i bengala, le urla coperte dalla musica. Tutti corrono inseguiti da un killer tir, come in un famoso film.
Tanti birilli umani volano in aria e cadono in quel folle strike della spietatezza. E il bowling della Promenade diventa un cimitero, a cielo aperto, sotto l’impotente luna.
Su quei duemila metri insanguinati del celebre lungomare di Nizza restano oltre ottanta morti, compresi bambole e tanti bambini - con ancora negli occhi stelle, girandole e scintille pirotecniche - e centinaia di feriti.
Una folla impazzita e inconsapevole scappa, si rifugia dappertutto, si accalca in preda al panico e non si rende conto di quel accade e del perché di tanta ferocia e crudeltà.

Non c’è più intervallo, ormai, tra stragi e sciagure, tra attentati e crimini devastanti, tra umani e disumani.
Non c’è più tempo per pensare e per comprendere. Per la pietà. Per trovare una risposta a tanto orrore.
Mentre si consuma l’ennesima sconfitta dell’umanità.
(Alfredo Laurano)



mercoledì 13 luglio 2016

BINARIO, TRISTE E SOLITARIO

Come sempre e come al solito, dopo il disastro, partono le polemiche, le inchieste, le ricerche di responsabilità, le commissioni, le chiacchiere infinite. Le ragioni, da raccontare all’opinione pubblica turbata, che possano spiegare, o far digerire, l’ennesima sciagura. Non certo giustificarla.
E arrivano, al tempo stesso, le solenni dichiarazioni, le promesse, la ferma volontà delle istituzioni e del governo: “cercheremo i colpevoli… chi ha sbagliato pagherà… non ci fermeremo… mai più queste catastrofi!”. Esattamente, come dopo il naufragio della Costa Concordia, il rogo della Tyssen, la strage di Viareggio e via ricordando.
E tutti noi, sconcertati e costernati, esprimiamo solidarietà, commozione, partecipazione e doniamo sangue. E’ un rito ormai consolidato che fa parte della quasi quotidianità e dell’assuefazione alla tragedia. Come fosse una calamità naturale.

A Corato, due treni impennati, sbriciolati e accartocciati su un binario unico.  Nascondono centinaia di persone e di corpi altrettanto incastrati. Quelli lontani dalle vetture di testa sono stati fortunati e, in qualche modo, sono riusciti a uscire indenni dai quei vagoni maledetti.
Scene spaventose e allucinanti raccontate, fra lacrime e sudore, dai soccorritori che, per lunghissime ore e in condizioni impossibili (tute, caschi e misure di sicurezza), hanno scavato e cercato, fra i detriti, i rottami e le lamiere arroventate da una temperatura di 40 gradi, superstiti e persone ferite e sanguinanti, tra tanti morti, che chiedevano aiuto, che piangevano terrorizzate.
Su quel binario solitario non c'è automatizzazione, ma è previsto un sistema a chiamata tra le stazioni: il cosiddetto “blocco telefonico”. Le stazioni avvisano dell'arrivo dei treni e trasmettono con dispaccio le informazioni ai macchinisti: una delle due stazioni potrebbe non aver bloccato uno dei due treni o uno dei due non ha ricevuto o rispettato il blocco.

Uno scontro frontale fra due treni locali che viaggiano su rotaia unica e dimenticata, oggi, non si riesce proprio a concepire: le automobili si guidano da sole, i robot esplorano campi e luoghi d’ogni tipo e pericolo, i droni riescono a colpire con precisione chirurgica obiettivi a migliaia di chilometri di distanza. Solo in campo ferroviario si usano ancora sistemi arcaici di segnalazioni di sessant’anni fa e non si riesce ad impedire che due convogli si scontrino su un binario solo, triste e solitario, che ancora, largamente esiste nel sud d’Italia e in buona parte della Puglia.
In quel profondo Sud ma, in qualche caso, anche nel profondo Nord, scopriamo che non esistono tecnologie, quasi elementari, e automatismi che possano prescindere da una dimenticanza, da una leggerezza  o dall’errore umano ed evitare catastrofi e disgrazie.
E vogliono ancora realizzare il Tav! Un'opera costosissima di alta velocità, inutile e superflua, quando una parte dell’Italia, soprattutto il Mezzogiorno -  terra di sprechi, di mafie e clientelismo - si ritrova con infrastrutture ferroviarie da paesi del terzo mondo.
13 luglio 2016 (Alfredo Laurano)




lunedì 11 luglio 2016

UNDICI LUGLIO

Tappe, cicli, scadenze, ricorrenze: nella nostra esistenza, ce ne sono sempre e tanti, in ogni stagione, ad ogni festa comandata. Anzi, ne scandiscono i ritmi stagionali: dalla primavera della giovinezza, all’inverno della maturità, passando attraverso le mezze stagioni dell’infanzia, del dubbio, delle paure, dei desideri. 
Sono, in effetti, bilanci, estratti conto scadenzati del nostro provvisorio mestiere di vivere. 
Sono pagine e riflessioni che il nostro grande archivio personale ci obbliga a visitare, a rileggere, a ricordare, ad indagare, senza sconti per nessuno.
Sono i saldi del confronto, della coscienza, dei valori che ci portiamo dentro, sempre in bilico e a rischio di precarietà.
Dalle aste e le vocali, abbiamo avuto il privilegio o la sventura di scoprire, a tarda età, le lusinghe della tecnologia che hanno cambiato tanti aspetti della vita quotidiana, che ci hanno svelato un mondo nuovo e sconosciuto, attraente e misterioso, senza però riuscire a cancellare del tutto i confini della nostra specificità, nella difficile battaglia culturale per l’autonomia del pensiero e degli affetti. 

Arriva, però, un momento in cui scopriamo il privilegio del non dover mentire a noi stessi, del non dover e non voler fare ciò che non ci va di fare. Che ci consente di decidere, di scegliere, di preferire, di selezionare le cose e le persone, i piaceri e i sentimenti e tutto ciò che amiamo, con una punta di sano egoismo primordiale. 
Non possiamo, in quell’attimo, fermare il tempo, né le mode, né gli obblighi sociali, morali o collettivi, ma possiamo rifiutare i sofisticati totem di certa modernità, come le forme ibride di nuove chiese e religioni, fatte di santi, santini, allegorie, miti fasulli,  arroganti predicatori, anarchici peccatori e brutte figurine, da adorare con ogni possibile riserva e con tutto lo scetticismo dell'eretico convinto.

È bello, tuttavia, dal palchetto del proprio teatrino laico e artigianale, scostare un po' il sipario che ci veste e che ci avvolge, guardarsi dentro e riscoprire ancora emozioni, quasi giovanili o dimenticate. Sono l’altra nostra vera ricchezza: siamo quello che abbiamo pensato, amato, realizzato e condiviso con un altro pezzo di umanità. E siamo, soprattutto, quello che di tutto questo, con commozione, ci rimane. 
Ma ci ricordano, soprattutto, che non dobbiamo inseguire l’esistenza, ma solo viverla fino alla fine del romanzo. 
Non da spettatori, ma da protagonisti consapevoli della tragicomica commedia della vita! 

Auguri. (Alfredo)

MATADOR

E i tori cominciano a correre. E corrono più veloci dei tremila bipedi umani che vogliono con essi competere, ognuno con la propria giornaliera overdose di adrenalina.
Ma la corsa non è un gioco, è una recita per molti emozionante. E’ anche una sfida per la gloria, per il business, per la tradizione e per la vita. E, a mio avviso, per la stupidità.
Sport, arte nobile, folclore, mito o tradizione popolare? 
O spettacolo di esibizionismo, orribile, pittoresco e sanguinario?
La violenza sugli animali, ancor più se istituzionalizzata, aggrava ed esalta i comportamenti aggressivi dell’uomo e la tendenza alla crudeltà nei confronti di umani e non umani.

A Pedreguer, vicino Valencia, un ventottenne ha perso la vita durante una "vaquilla", una sorta di gara con giovani tori nella quale è tradizione che gli uomini dimostrino il loro coraggio sfidando le corna degli animali. Il giovane è stato colpito da una cornata a un polmone.
Un giovane e quotato torero è morto - in diretta TV - durante una corrida in Aragona,  incornato al torace da un toro di oltre 500 chili nell'arena di Teruel.
 Due persone sono rimaste ferite alla festa di San Firmino a Pamplona, nelle corse con i tori che per i nove giorni della "fiesta"- tanto cara ad Hemingway - si svolgono lungo le stradine della città e che attirano ogni anno migliaia di turisti. Molti sono entusiasti, eccitati, ma osservano tutto, in sicurezza, dai balconi.

Altre dodici persone hanno riportato danni lievi in questa festa, tra le più controverse e famose dell’intera Spagna, che continuerà fino al  14 luglio, mescolando cerimonie religiose con quelle profane, iniziative pubbliche con il clamore popolare. 
Tra fiumi di cibo, vino e sofferenze di animali umiliati, strapazzati, impazziti e torturati da una folla di esaltati, c’è chi vive questa violenza atroce, senza nemmeno rendersene conto, in nome di una barbara tradizione. E c’è pure l’idiota chi si fa un selfie, sicuramente mosso, inseguito da uno sbuffante toro.

Come non provare rabbia e ripugnanza?
Le tradizioni nascono e sono importanti nella storia dei popoli. Vanno difese e tutelate, ma possono anche morire quando sono stupide, o quando mettono a rischio la salute e la vita di persone ed animali, distinguendole da quelle che hanno valore culturale, di costume e di testimonianza e che non nuocciono ad alcuno. Altrimenti, avremmo ancora i combattimenti al Colosseo.
Tutto questo si chiama civiltà.

(Alfredo Laurano)


domenica 10 luglio 2016

MARE NUDO

La Gioconda di Leonardo, la Primavera del Botticelli, il Giudizio Universale di Michelangelo, il Guernica di Picasso, i dipinti di Piero della Francesca, di Raffaello, Tiziano, Caravaggio, Monet e Van Gogh, le sculture di Canova e Bernini: tutto questo, e tanto altro ancora, viene in mente quando si parla o si pensa all’arte visiva. All’arte classica, storica, tradizionale, che si conserva, si ammira e si protegge nei musei o nelle chiese. Opere incredibili, di genio e ingegno, senza prezzo, senza tempo e senza scadenza culturale. Sono patrimonio e orgoglio dell’umanità.
Poi, c’è l’arte moderna e, soprattutto, contemporanea: quella, per esempio, delle Installazioni. 
Per Installazione si intende un genere di arte visiva sviluppatosi nella sua forma attuale, a partire dagli anni settanta. 
E’ una rappresentazione in genere tridimensionale che comprende vari elementi: strumenti, oggetti e forme espressive di qualsiasi tipo, collocati in un determinato contesto e che si integra con l’ambiente in cui l’uomo vive.
E’ il confronto tra spazio estetico e spazio sociale - dicono gli esperti - la possibilità, cioè, che l'arte possa configurarsi come una dimensione della storia, mirando a stabilire una certa equivalenza con il mondo che la circonda.

L’installazione, di solito monumentale, poliedrica e composta, è in grado di far vivere allo spettatore un'esperienza surreale e multi-sensoriale, facendolo diventare tutt'uno con le componenti artistiche di cui si forma. 
E’ divenuta occasione di sintesi di linguaggi e mezzi espressivi diversi, dai più tradizionali a quelli tecnologicamente più avanzati, comprendendo materiali grezzi o manipolati, elementi meccanici o elettrici, video, componenti sonore o musicali, immagini computerizzate interattive.
Può essere creata o riproposta in spazi espositivi differenti e particolari, sia permanenti che temporanei, all’interno di una galleria, in un parco o in una piazza, subendo eventuali adattamenti, che non alterino, però, le relazioni tra le varie parti e il senso generale dell’opera.
Partendo da lì, l'installazione è uno dei mezzi più originali di espressione per l'arte contemporanea, attraverso l'opera di molti artisti che, con tecniche diverse e per vie differenti, propongono una loro visione del mondo.
Qualche esempio? La celebre ruota di bicicletta, il tetto di ombrelli colorati sulla strada in Portogallo, l’enorme maglia d’acciaio sospesa di  tre tonnellate, la facciata di palazzo che scivola, lo scolabottiglie, l'orinatoio o la recentissima passerella di Christo sul Lago d’Iseo.

Più di 3mila persone si sono riunite ieri, 9 luglio, e hanno posato nude e completamente dipinte di blu per le strade in una cittadina del nord del Regno Unito, per l'ultima installazione dell'artista americano Spencer Tunick, dal titolo “Mare di Hull”. 
Tutti i partecipanti sono stati colorati con una speciale vernice di colore bluastro per ricordare le diverse tonalità del mare.
Anche questa è arte. Dicono.
10 luglio 2016 (Alfredo Laurano)

sabato 9 luglio 2016

L’AGGUATO NERO

Il presidente nero non è bastato. La società americana, patria del diritto e dell’integrazione, la più grande democrazia del mondo, multi-razziale, multi etnica, e che quella democrazia esporta dappertutto e dove serve - magari con le bombe - resta una società violenta e contraddittoria e la polizia non è che una delle sue espressioni. 
Se l'estrema, cieca brutalità della polizia è quella che si manifesta quasi tutti i giorni, non c'è da stupirsi che la reazione sia altrettanto cruenta!
La strategia della tensione porta solo sangue, da sempre e da ogni parte. 
Fermenti e tumulti razziali, ma anche di più: siamo alla guerra vera. Ma contro quella polizia che brutalizza e ammazza con facilità e, preferibilmente, i neri.

La strage di Dallas, 5 agenti uccisi e 7 feriti, a pochi passi dai luoghi dell’attentato a Kennedy nel 1963, si è consumata durante la marcia di protesta degli afroamericani.
Il cecchino-killer, un govane di 25 anni, incensurato, riservista dell’esercito e simpatizzante delle Pantere Nere, è stato a sua volta eliminato da un robot. 
Negli ultimi due giorni, due persone di colore erano state uccise dagli agenti: Philando Castile, 32 anni, ucciso nel Minnesota, mentre stava prendendo i documenti da mostrare, dopo essere stato fermato perché un fanalino della sua auto era rotto e Alton Sterling, 37 anni, in Lousiana, sparato da due agenti mentre altri lo tenevano immobilizzato a terra, come dimostra un video registrato da un passante.
Sono le ultime di una lunga e documentata catena - su internet ci sono centinaia di filmati di abusi, barbarie e ordinaria crudeltà - che hanno riacceso la rabbia degli afroamericani e scosso le coscienze, con manifestazioni in varie parti degli Stati Uniti, compresa una grande marcia a Washington verso la Casa Bianca.

Per molti, quella strage di Dallas, è stata legittima difesa, organizzata dai membri di una comunità che, da lungo, tempo subisce discriminazioni, attacchi e altrettante uccisioni da parte della popolazione bianca. E vili sono gli attacchi dei poliziotti che uccidono i neri ogni giorno. Nel 97% dei casi nessun agente viene incriminato.
“Tutti noi americani, aveva appena detto Obama, siamo turbati da queste sparatorie, che non sono incidenti isolati, ma sono sintomatici delle disparità razziali".

532 uomini uccisi dalla polizia: compresi alcuni bianchi, nei primi sei mesi dell’anno. L'odio ribolle di nuovo nelle strade americane. Lo scontro assume i peggiori contorni rabbiosi e spietati.
Nei liberi Stati Uniti, la gente ha paura della polizia razzista, gli afroamericani ne hanno, ovviamente, di più.
(Alfredo Laurano)