venerdì 24 aprile 2015

TULULU!

Guerriere in prima linea nella guerra contro l’Isis.
Sono le valorose Peshmerga, combattenti curde, che hanno liberato Kobane, la città più disputata, che è stata riconquistata con il loro intervento decisivo: gli Yazidi assediati, affamati, decimati nei villaggi sulle montagne, sono stati salvati e l'Isis messo in fuga.

Peshmerga significa “coloro che sono pronti a fronteggiare la morte”: uomini e le donne che hanno combattuto per uno Stato curdo libero tra Iran, Iraq, Siria, Turchia
Per la popolazione curda, i Peshmerga non rappresentano solo i militari che combattono, ma sono anche gli angeli che proteggono i loro confini e le loro libertà.

Dopo la recente strage degli yazidi cristiani, molte curde siriane hanno scelto di combattere in prima linea. Sono giovani, belle, coraggiose, decise, dalle lunghe trecce nere. Lasciano figli e famiglie per combattere. Molte sono studentesse.
Mentre le mogli dei guerriglieri dell’Isis sono islamicamente velate dalla testa ai piedi e vivono rinchiuse tra le quattro mura di casa per dare il loro contributo al jihad con la completa sottomissione, a pochi chilometri da loro, nella provincia curda di Jazira, altre donne imbracciano i fucili, accanto agli uomini, per difendere la loro terra.

I tagliateste sanguinari, capaci di eccidi di massa e di trasformare bambini in kamikaze, le temono e sono intimoriti dalla sola vista di una donna in divisa.
Forse è il possibile tallone d’Achille dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico: non vogliono essere uccisi da una donna perché il loro credo promette 72 vergini in paradiso, se verranno sacrificati in guerra come martiri di Allah, ma se muoiono per mano femminile, è scritto che non potranno entrare in paradiso.

Perciò hanno paura del “Tululu”: si chiama così in curdo, l'urlo di guerra di quelle partigiane, la voce del disprezzo, che le guerriere di notte lanciano come animali da preda verso gli uomini dell'Isis, nei villaggi fra la Siria e l'Iraq dove i terroristi hanno ucciso, decapitato e infilzato sulle picche le teste dei bambini.
E’ il grido di liberazione di mogli, madri e figlie che combattono accanto ai loro mariti, padri e figli, senza sconti o favoritismi, per l’indipendenza del loro Paese, ma anche di assicurare un futuro e uno status a tutte le donne curde.
Anche per loro festeggiamo il 25 aprile.
 24 aprile 2015       (Alfredo Laurano)

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