martedì 6 settembre 2016

LE NOSTRE CABINE

L’estate sta finendo e, forse per questo, affiorano ricordi e sensazioni.
Generalmente, avevano una porta, un tetto, le pareti a doghe, una piccola verandina e, all’interno, una panchina e un attaccapanni. 
Poi, c’erano quelle più lussuose ed eleganti, con acqua e luce e tutti i confort. 
Erano e, in parte, sono ancora, le cabine da mare. Strutture che somigliano a delle casette in legno, che un tempo erano utilizzate per spogliarsi degli abiti di città e per indossare zoccoli e costume da bagno: castigato e intero per le donne, ascellare, di lanetta o di spugna, a vita alta, per uomini e ragazzi.

Quand'ero bambino, vi si lasciavano giocattoli, palette, secchielli e ciambelle colorate, nonché borse, asciugamani e le preziose cose da mangiare.
Poi, si usciva da quella casetta, si giocava sotto l’ombrellone, si correva sulla sabbia infuocata e si faceva il bagno…senza allontanarsi troppo!
Il “costumino” fantozziano, una volta usciti dall'acqua, pesava tre o quattro chili, sgocciolava per un’ora e, dato l’elastico precario, il cavallo arrivava alle ginocchia.
Quando scoccava l’ora del mangiare, si tornava nella fresca cabina, si apparecchiava il tavolino e si divorava tutto: cannolicchi al pomodoro, frittata, parmigiana, pomodori al riso, tonno, patate, fagiolini e cocomero insabbiato. Perché il mare mette fame, si diceva allora!
Subito dopo, il riposino sulla sdraio sotto l’ombrellone o sulla fresca verandina.
Dopo la pennichella, i grandi giocavano a carte, i giovani ballavano e rimorchiavano al suono del Jukebox, i piccoli guardavano e succhiavano un ghiacciolo.

Le cabine non hanno avuto sempre la stessa forma e in un lontano periodo storico hanno avuto addirittura le ruote. Cento anni fa si chiamavo bathing machine, le macchine da bagno. Potevano essere tutta di legno, oppure chiuse con una tenda.
Inventata nel Kent, già alla metà del Settecento, quando il costume da bagno non esisteva e i pochi che andavano in vacanza si tuffavano al largo nudi, la macchina da bagno ebbe il suo boom un po' più tardi, in epoca vittoriana, quando anche il nascente fenomeno della villeggiatura borghese e popolare si accompagnava ad una rigida castigatezza nei costumi, non solo da bagno.
Una volta arrivati in spiaggia, i bagnanti entravano in cabina e indossavano il costume; la "macchina" veniva poi trascinata in acqua da un addetto. 
Qui, a una certa distanza dalla spiaggia, ci si poteva finalmente immergere, senza essere visti e senza fare passerella sul bagnasciuga, come richiedeva il galateo balneare dell’epoca.
Oggi, salvo quelle trasformate in piccoli resort in stabilimenti di prestigio, le cabine hanno quasi esaurito la loro funzione: ci si spoglia sulla spiaggia o in macchina e si arriva già in costume, si mangia al ristorantino o un panino sotto l’ombrellone e ci si rosola al sole fino all'ustione, come prevede l’attuale moda dell’abbronzatura.  
Potrà sembrare strano, ma la cabina ha comunque rappresentato un’epoca, un pezzo di storia di costume e società, ben raccontato anche dal nostro cinema.
Ricordate “Una domenica d’agosto”, di Luciano Emmer, ambientato sulla spiaggia di Ostia, nel 1950, e “Il Casotto, di Franco Citti, del 1977?
Due diverse commedie corali, brillanti, ironiche e drammatiche, dove si riflette una parte di mondo e di condizione quotidiana; dove entrano e escono variegate gallerie di personaggi, ognuno con desideri, ansie, speranze e delusioni, in rappresentanza di uno spaccato di umanità.
 (Alfredo Laurano)


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