venerdì 4 settembre 2015

SIMBOLI

Aveva fatto molto discutere, qualche giorno fa, il video editoriale della conduttrice TV tedesca Anjar Reschke che aveva usato la sua striscia di due minuti per lanciare l'allarme sull'esplosione dell'odio contro i rifugiati, che si autoalimenta sui social network: "Fino a poco tempo fa i razzisti commentavano usando pseudonimi. Ora non si vergognano più, anzi frasi come, sporchi parassiti dovete annegare in fondo al mare, ottengono valanghe di mi piace. E' ora di ribellarsi: quelli che fomentano l'odio su internet devono sapere che non sono tollerati".
Un vero e proprio manifesto contro l’odio razziale. "Opponetevi, parlate, svergognateli in pubblico", rivolto della gente per bene.

A chi si bea e si nutre di quel mix di ignoranza, di razzismo, di turpitudine indecente e di brama populista, vorrei anch’io raccomandare una cosa molto semplice: prima di vomitare parole d’odio e manifestare disprezzo, cinismo e indifferenza, pensate nella vostra mente deragliata a questa immagine simbolo, che parla agli occhi e fa male al cuore e alla coscienza.
Un’ immagine che ne rappresenta mille, che descrive una tragedia immensa, che sembra finta o tratta da una fiction, che trasmette un significato che va oltre la presunta razionalità, che denuncia l’egoismo di noi tutti, che racconta l’orrore della guerra e della morte e di un mondo che non sa proteggere i bambini e gli indifesi. Un corpicino minuto e composto, dignitoso nei suoi eleganti abiti e scarpette, che sembra dormire esausto, come un bambolotto abbandonato, in un mare appena conosciuto, ma solo per morire.
Rivedetela, ogni volta, nella vostra testa, prima di aprire bocca o di scrivere cazzate e infamità. Prima di insultare e sputare veleno.
Perché anche i vostri pregiudizi sono simboli, come lo sono la vostra bassezza morale, come lo sono quelli che accompagnano, rappresentano e indirizzano scelte di vita, politiche e religiose di ciascuno.
Perché tutti noi viviamo immersi nei simboli.
Perché i simboli parlano, esprimono e comunicano più delle parole.
Perché i simboli usano un linguaggio metaforico, ma universale.
Perché Aylan, quel bimbo siriano di tre anni, su quella sabbia, non ha mai giocato.
3 settembre 2015   (Alfredo Laurano)




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