giovedì 17 settembre 2015

ABBINE CURA PERCHÉ NON PUOI VIVERLI DI NUOVO

Si rincorrono per entrare, di diritto, nel magico cono di luce dell’attenzione. Si affollano sotto la potente sorgente luminosa del nostro “occhio di bue”, come accade in un qualsiasi grande o piccolo teatro, aristocratico o popolare.
Si impongono disordinatamente, prepotenti e sgomitanti, sgualciti od eleganti, come consumati attori al vaglio di un poco neutrale giudice, regista o spettatore, per trasmettere o risvegliare un’emozione antica. 
Anche se a volte, mentono, esagerano o si fanno interpretare come i sogni: possono cambiare una forma o un colore, modificare una prospettiva o esaltare l’intensità di un gusto o di un piacere. O nascondersi in ambienti irreali e sconosciuti, vestendo panni assurdi, rubati alla fantasia dell’utopia o del desiderio.

Ci sono porte nella nostra vita che non si chiudono mai o mai del tutto.
Come quella dei ricordi e dei sospiri che affaccia su quella più grande dell’esperienza. E’ quella che non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo mai cancellare.
Non vive o non ha vissuto chi non ricorda o chi disprezza la sua storia.
L’infanzia, un capriccio, un gioco, un dono, una scoperta o una paura risolta in braccio a un genitore. Un bacio della mamma, un premio o il piatto preferito. La scuola, i compagni, gli esami, la maturità, la festa di laurea. I primi amori e le tante passioni, le esperienze di vita e di lavoro, la nascita di un figlio, le avventure, i sogni e le speranze. Le gioie, le ansie e l’incertezza del futuro.
Noi siamo anche la nostra memoria selettiva perché la vita sarebbe impossibile se ricordassimo tutto e sempre.

Non tutti i ricordi sono affascinanti e positivi, anzi, al contrario: quelli più brutti o che ci hanno procurato dolore e sofferenza tendiamo a rimuoverli freudianamente, a dimenticarli, ad accantonarli in fondo al quel cassetto, per non averli a vista.
Anche perché, se il ricordo del piacere non è più piacere, il ricordo del dolore è ancora dolore. Tutto sta a scegliere, nei percorsi della mente e delle censure del Super Io, o attraverso il filtro della casualità o della sensibilità, quello che si deve o ci piace dimenticare.
Ogni ricordo è comunque un luogo di incontro, perché ci appartiene e non ci separa definitivamente dal nostro passato, come i sogni non ci separano dal futuro.
Sono e restano tracce della nostra esistenza, anche nella percezione di chi ci ha amato o conosciuto, come tappe di un viaggio che tutti facciamo, da fermi, e che, spesso, in alcune stazioni li trasforma in nostalgia.
Ma sono anche un confronto costante con la nostra solitudine e aiutano a comprendere noi stessi: tutti ne abbiamo bisogno.

E’ proprio così che la Storia universale si fa individuale.
Gli anni della nostra storia personale sono come i secoli della Storia: belli, epici, tristi, felici, tempestosi, tumultuosi, avventurosi. E’ come se quei momenti che abbiamo fabbricato, accumulato e messo da parte, fossero la memoria di un mondo, assai più piccolo e comune di quanto immaginiamo. I suoi grandi avvenimenti, gli stravolgimenti, le crisi, le conquiste, gli eventi collettivi corrispondono, in debita proporzione, ai nostri affanni, alle nostre vittorie, ai nostri turbamenti.
Sono sempre lì, quei ricordi fragili, struggenti e delicati e, soprattutto nel silenzio della notte, si affacciano su quel palchetto personale, come se pretendessero di rivivere una nuova esistenza e guadagnarsi la popolarità.
C’è da chiedersi: siamo noi che li cerchiamo e li inseguiamo, per conforto o per rifugio, o sono loro che si ripropongono con discrezione in autonomia?
Non saprei, ma la loro forza evocativa è tanta perché attinge a una realtà complessa e variegata, che nel tempo si è oggettivizzata.

Più si invecchia, più ovviamente crescono e si moltiplicano.
Soprattutto, quando a una certa età si prende atto o ci si rende conto, anche su suggerimento altrui, che quel resta da vivere è assai meno di ciò che si è vissuto. Volendo quantificare, per amor di pragmatismo, un 10/20%, nella migliore delle ipotesi.
Allora, fingiamo di non saperlo; istintivamente, lo dimentichiamo e andiamo a scalare, con ogni possibile lentezza, tali scoraggianti percentuali.
Qualcuno, mentendo anche a se stesso, sceglie di rifugiarsi nella sindrome di Peter Pan o appende nella sua stanza il ritratto di Dorian Gray: calcetto, palestra, ballo, estetista, abbigliamento giovane per vecchi galli e cotonate panterone. O si avventura, tra silicone e punturine, in patetici tentativi di restauro conservativo, a dispetto della biologia e della carta d’identità, affogando nella ridicola ricerca dell’elisir di giovinezza.
Ma “tempus fugit”, inesorabilmente, e si muove in una sola direzione, mentre i ricordi e le illusioni in quella opposta.

Quasi sempre, dicevo, il ricordo nasce o si estrae dalla nostalgia del passato e, a volte, si esalta e si mitizza: “mi ritorni in mente, bella come sei, forse ancor di più, dolce come mai, come non sei tu…” (L. Battisti)
Se non è scissa dal resto della vita precedente, ma è la continuazione dell’adolescenza, della giovinezza e della maturità (Norberto Bobbio), l’età della vecchiaia – che brutta parolaccia - coincide con il mondo della memoria: alla fine tu sei quello che hai pensato, amato, compiuto. E quello che di ciò - al di là di simboli e leggende - rimane negli occhi e nella mente.
E’ una tua ricchezza, la tua preziosa, privata antologia.
Di quegli attimi che hai conservato e non hai lasciato cancellare sei il solo, unico padrone e fedelissimo custode.
 15 settembre 2015 (Alfredo Laurano)


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