sabato 5 settembre 2015

WHERE IS THE WORLD?

Quanti nuovi fronti caldi si sono aperti e si aprono nell’esodo dei migranti: da Lampedusa alle coste siciliane, della Calabria e della Puglia. Da Mentone a Calais per all’Euro tunnel della Manica, dalle isole greche alla Turchia, alla Macedonia, all’Ungheria, all’Austria e alla Germania. Per mare, per terra, per la rotta dei Balcani, su camion, barchette, barconi o a piedi, lungo i binari. 
O segregati nei Centri, o ammassati nelle stazioni, prigionieri delle autorità. Solo volontari e comuni cittadini, anche nella inflessibile Ungheria, offrono aiuti e solidarietà.
Ciò dà una’ idea della dimensione e del significato della catastrofe umanitaria di milioni di profughi siriani, afgani, iracheni, pakistani, africani che si consuma tutti giorni.
Fuggono dalla guerra e dalla morte quasi certa, da Boko Haram, dall'Isis o semplicemente alla fame per trovare ostilità, violenza, rifiuti, respingimenti e altra morte. E pensare che fino a poco tempo fa, molti “acuti osservatori e lungimiranti” si ostinavano a definirla “un problema di ordine pubblico”.

Lutto globale nella coscienza collettiva e simbolo di una tragedia che accusa l’Europa e il mondo intero è diventata quella foto di Aylan - annegato con la madre e il fratellino Galip - più forte e incisiva di qualsiasi condanna o di indignata requisitoria.
“I miei bambini mi sono scivolati dalle mani - ha spiegato il padre, fuggito con loro e la moglie da Kobane per raggiungere la Turchia e, poi, la sorella in Canada - All'improvviso la barca si è capovolta, perché alcune persone si sono alzate in piedi. Era buio, non si vedeva nulla”.

Per le strade, con icastici disegni e manifesti, i cittadini turchi - dopo quelli austriaci - hanno manifestato la loro solidarietà ai migranti a quest’uomo che, nel tentativo di salvarla e trovare sicurezza, ha perso tutta la sua famiglia.

“Where is the world?”, dicono improvvisati cartelli alzati da qualche disperato per inchiodare il mondo alle sue responsabilità.
5 settembre 2015  (Alfredo Laurano)

venerdì 4 settembre 2015

ELEMENTARE: FERMATE LA GUERRA!

Mentre l’agghiacciante immagine del piccolo Aylan, trovato senza vita su una spiaggia turca, fa il giro del mondo e scuote le coscienze, alla stazione di Budapest per qualche minuto il sorriso ha illuminato i volti dei bambini bloccati lì da giorni insieme alle loro famiglie. Un gruppo di volontari ha installato un maxi schermo e i più piccoli hanno assistito ai cartoni, dopo ore di tensione.

I poliziotti della Repubblica Ceca, intanto, hanno fermato nel sud della Moravia 200 profughi che, provenienti dall'Austria e dall'Ungheria, cercavano di raggiungere in treno la Germania e hanno scritto con pennarelli indelebili sulle braccia di profughi, bambini compresi, i numeri di identificazione. Marchiati come gli ebrei deportati dai nazisti nei campi di concentramento.

Sempre alla stazione di Budapest, è venuta la mondo una bambina, partorita da una donna siriana. L'hanno chiamata Shems, " Speranza". Un giorno, forse saprà perché è nata in una stazione, perché è un po' siriana e un po' ungherese e perché si chiama così.

Dopo sei giorni di attesa, centinaia di migranti hanno lasciando la stazione di Keleti: esasperati dallo stop imposto ai treni, i profughi sono partiti da Budapest a piedi, direzione Austria. La polizia però non è disposta a far passare il confine.
 Il gruppo ha attraversato il Danubio e ha imboccato l'autostrada Budapest-Vienna, con ritratti della Merkel in mano. Dovranno percorrere 240 chilometri.

Enrico Vandini, responsabile della onlus We Are, rifiuta di definire quella che stiamo vivendo una "emergenza" profughi e sottolinea l'assenza di una soluzione concreta alle cause della crisi umanitaria:
“Continuare a chiamare emergenza questo fenomeno è a dir poco ipocrita, considerando che dura da 4 anni e nessuno, dico nessuno, ha davvero cercato soluzioni efficaci. 
Per quanto riguarda i profughi siriani basterebbe dar loro la possibilità di fare domanda di asilo presso le ambasciate situate nei paesi confinanti e la possibilità di prendere un volo e raggiungere la loro destinazione, senza rischiare la vita in mare, arricchendo la malavita che sta dietro a questo traffico di esseri umani disperati.”
Fa male vedere l'opinione pubblica indignarsi per la morte di un solo bambino dopo che per anni si è ignorata la morte di centinaia di migliaia di persone, di cui molti bambini.
E mentre l’Europa discute e si dissolve su frontiere e accoglimenti e studia su come gestire l’emergenza, un ragazzino siriano di 13 anni, ai microfoni Al Jazeera dice la cosa più semplice del mondo: “Fermate la guerra, basta questo, e noi non partiremo più.” 
 (Alfredo Laurano)

SIMBOLI

Aveva fatto molto discutere, qualche giorno fa, il video editoriale della conduttrice TV tedesca Anjar Reschke che aveva usato la sua striscia di due minuti per lanciare l'allarme sull'esplosione dell'odio contro i rifugiati, che si autoalimenta sui social network: "Fino a poco tempo fa i razzisti commentavano usando pseudonimi. Ora non si vergognano più, anzi frasi come, sporchi parassiti dovete annegare in fondo al mare, ottengono valanghe di mi piace. E' ora di ribellarsi: quelli che fomentano l'odio su internet devono sapere che non sono tollerati".
Un vero e proprio manifesto contro l’odio razziale. "Opponetevi, parlate, svergognateli in pubblico", rivolto della gente per bene.

A chi si bea e si nutre di quel mix di ignoranza, di razzismo, di turpitudine indecente e di brama populista, vorrei anch’io raccomandare una cosa molto semplice: prima di vomitare parole d’odio e manifestare disprezzo, cinismo e indifferenza, pensate nella vostra mente deragliata a questa immagine simbolo, che parla agli occhi e fa male al cuore e alla coscienza.
Un’ immagine che ne rappresenta mille, che descrive una tragedia immensa, che sembra finta o tratta da una fiction, che trasmette un significato che va oltre la presunta razionalità, che denuncia l’egoismo di noi tutti, che racconta l’orrore della guerra e della morte e di un mondo che non sa proteggere i bambini e gli indifesi. Un corpicino minuto e composto, dignitoso nei suoi eleganti abiti e scarpette, che sembra dormire esausto, come un bambolotto abbandonato, in un mare appena conosciuto, ma solo per morire.
Rivedetela, ogni volta, nella vostra testa, prima di aprire bocca o di scrivere cazzate e infamità. Prima di insultare e sputare veleno.
Perché anche i vostri pregiudizi sono simboli, come lo sono la vostra bassezza morale, come lo sono quelli che accompagnano, rappresentano e indirizzano scelte di vita, politiche e religiose di ciascuno.
Perché tutti noi viviamo immersi nei simboli.
Perché i simboli parlano, esprimono e comunicano più delle parole.
Perché i simboli usano un linguaggio metaforico, ma universale.
Perché Aylan, quel bimbo siriano di tre anni, su quella sabbia, non ha mai giocato.
3 settembre 2015   (Alfredo Laurano)




mercoledì 2 settembre 2015

TORRE, CASTELLO E CARCIOFI: LA CITTA' DEI BAGNI

Tutti i giorni parecchie centinaia di persone se tuffano soavemente nel bel mare de Ladispoli, dimenticando per qualche ora i 35 gradi della captale…
Così scriveva Trilussa nel 1894 sul Don Chisciotte di Roma.
La storia di Ladispoli è profondamente legata al mare, al microclima e alla sua sabbia nera. 
Ben prima di Ostia e Fregene, fu la Marina di Roma, la spiaggia preferita e frequentata dalla nobiltà romana e dalla ricca borghesia. Negli anni trenta raggiunse il primato per la maggior presenza di villeggianti che dimoravano in armoniose costruzioni liberty.
Fu proprio quella “terra di confine” a far sognare Roberto e Renzo Rossellini, che tra il mare, la palude e le prime alture di Cerveteri avevano vissuto all’inizio del novecento le loro avventure d’infanzia e avevano trovato qui ispirazione per alcune loro opere.
La seconda Guerra Mondiale distrusse i suoi stabilimenti e provocò una certa crisi del turismo, almeno fino alla ricostruzione e alla ripresa negli anni sessanta-settanta, quando iniziarono le “vacanze di massa”. Si costruirono caseggiati e palazzoni, stravolgendo l’aspetto abitativo in un territorio assai appetibile dal mercato immobiliare (mare, monti, vicinanza da Roma).
Dal 1965 al 1990, Ladispoli è stata espressione del turismo popolare e familiare. La sua ferrosa spiaggia e il suo clima mite avevano attratto tantissime famiglie, anche grazie alla straordinaria ricettività dei posti letto che l’ex paesetto di pescatori offriva, in virtù di un insensato boom edilizio: dalla villetta ai grattacieli.
Chi veniva a Ladispoli, vi soggiornava per diversi mesi.
Non più, quindi, turismo elitario, anzi molto popolare, come raccontato nelle battute bonariamente ironiche di Sordi, Costanzo e Verdone.

LE ORIGINI
Poco distante dal centro di Ladispoli, nei pressi del borgo di Palo, sorgeva un tempo la città-porto etrusca di Alsium. 
Fu sicuramente territorio del dominio di Caere, una tra le più potenti città di tutta la storia etrusca, che proprio ad Alsium e a Pyrgi, aveva i suoi porti da dove partivano le navi che, per commercio o per pirateria, solcavano il mare senza paura.
Le prime notizie risalgono al 247 a.C., anno in cui tutto il territorio circostante venne sottratto dai Romani agli Etruschi.
Per l'importanza strategica che tali porti costituivano, gli abitati etruschi furono sostituiti da accampamenti militari, poi da castra (città fortificate) veri e propri ed infine, da enormi ville di proprietà di importanti e nobili famiglie della Roma repubblicana ed imperiale.
Furono secoli di splendori per la piccola comunità sul mare, con ville lussuose ed ospiti illustri. Da Pompeo a Cesare, da Cicerone a Virgilio Rufo: venivano per trascorrere, tra i marmi pregiati delle dimore sul mare, gli ozii in un luogo di voluttàLo testimoniano i resti della villa di Pompeo in zona San Nicola, i resti della villa romana nei giardini della Posta Vecchia e i reperti trovati all’interno del borgo di Palo. 
Ma quando la potenza romana non ci sarà più a governare e rendere sicure le terre, la piccola Alsium scomparirà e tutto sarà sepolto: torneranno a crescere gli acquitrini e per più di cinquecento anni non ci sarà nessuno a contrastare il passaggio degli invasori e lo sbarco dei predoni. Ci passeranno gli Ostrogoti e i Longobardi, mentre saranno i Saraceni a distruggerla completamente nel decimo secolo.
Nel Medio Evo le tracce di nuove edificazioni e nel ‘500 la costruzione del Castello di Palo, sorto su un sito fortificato d’età medievale, il cui nome sembra derivare dalla presenza di paludi molto estese nella zona circostante: qui soggiornarono gli Orsini, papa Alessandro VI (Borgia), i Della Rovere ed i papi Paolo III e Sisto V e cardinali vari.

LA STORIA
A fine ‘800, la zona di Palo era frequentata da qualche buttero che radunava gli armenti nella radura e da braccianti agricoli stagionali. La malaria mieteva vittime ovunque e i mandriani stramazzavano a terra schiantati dalla febbre.
Poi, vennero i villeggianti, sempre più numerosi, chiassosi e invadenti.
Era il 1888 quando il principe Ladislao Odescalchi, un nobile "sui generis", che amava, riamato, il suo popolo, decise di sbarazzarsi degli abitanti del borgo - pescatori e contadini, quasi tutti suoi dipendenti - e dei villeggianti che d'estate arrivavano col treno fin sotto il suo castello, devastando anche gli ingressi, le scale ed i tetti delle abitazioni.
La situazione era diventata insopportabile anche per lui, molto generoso e democratico.
Quella marea di gente gli aveva complicato la vita, la quiete e la pace non esistevano più, il castello ed il borgo non erano più suoi ed il principe volle correre ai ripari.
Ed un bel giorno, le carrozze dei bagnanti romani trovarono la strada di accesso a Palo sbarrata e fece sopprimere quel braccio di ferrovia che portava i bagnanti sulla piazzetta del borgo, passando proprio davanti al suo maniero.
Contemporaneamente, istituì un consorzio insieme all'ingegner Vittorio Cantoni e lottizzò la striscia di terra fra i due torrenti, Vaccino e Sanguinaro.
Un altro braccio ferroviario venne subito costruito verso il nuovo insediamento urbano. Il binario, di circa due chilometri, partiva dalla odierna stazione di Palo e correva parallelo alla carrozzabile, costeggiando il bosco e la riserva di caccia, scavalcando il fiume Sanguinaro con un ponte di ferro. Al centro della ipotetica piazza, una baracca di legno fungeva da stazione ferroviaria, mentre due binari morti portavano a una piattaforma mobile che girava le locomotive e le rimetteva in partenza.
L'ampiezza dell'arenile antistante la nuova realtà invitò i villeggianti ad affluire più numerosi che a Palo, tanto che durante l'estate la strada brulicava di carrozze e calessi, trainati da scalcianti ronzini.
I treni con locomotive a vapore e vagoni semi aperti trasportavano romani in ghette e paglietta e donne con enormi cappelli e variopinti ombrellini.
Dalle capanne alle baracche su palafitte, poi le prime case in muratura.
Questa fu la prima Ladispoli: senza strade, senza fogne, senza luce. L'acqua mancava e la popolazione cresceva.
La prima guerra mondiale arrestò lo sviluppo della nuova stazione balneare. Il dopoguerra sembrò rilanciarne le fortune, ma con un ritmo piuttosto contenuto. Le bonifiche allontanarono lo spettro della malaria e la città di Ladislao riprese a crescere. 

Oggi, Ladispoli è una città moderna di 41mila abitanti, dove convivono oltre cinquanta etnie diverse e ben integrate.
Ricca di spiagge, di strade, di rotonde, di scuole, di servizi, di stabilimenti e ristoranti, si estende dal Castellaccio di Monteroni - casale fortificato nel XIV secolo, sulla via Aurelia, già luogo ideale per la sosta notturna o per il cambio dei cavalli 
- alla cinquecentesca Torre Flavia, facente parte del sistema difensivo contro i Saraceni, voluto dal governo pontificio lungo tutta la costa laziale.
Attuale simbolo della città, la storica torre di avvistamento, danneggiata dai bombardamenti durante l’ultima guerra e immersa nel mare a causa dell'erosione della costa, fu protetta negli anni settanta da una diga di pietre. E’ spaccata in quattro tronconi in via di sgretolamento e in perenne attesa di restauro. 
A sud, accanto al Castello Odescalchi, vi è la famosa Posta Vecchia, edificio seicentesco e antica stazione di posta, poi trasformata in albergo di lusso: residenza del famoso miliardario americano Paul Getty negli anni 60, ospitò anche il Presidente del Consiglio Italiano nel 1994. 
Il Parco circostante, nei primi anni '80, è stato donato dal pronipote al WWF che ne fece un’oasi.
A mescolare storia, finzione e realtà, anche il cinema ha scelto più volte Ladispoli.
Davanti al borgo e al castello, nel 1953, fu costruito un grande galeone in legno, la nave del Corsaro Nero che abbordava i suoi nemici. John Huston ricostruì, per il suo film La Bibbia, il Paradiso Terrestre. E poi ancora, in un set dopo l’altro, furono girate alcune scene importanti della storia del cinema italiano: Umberto D, alla vecchia stazione di Palo, La grande guerra, al Castellaccio dei Monteroni, L’uomo di paglia, sulla spiaggia di Torre Flavia, Il sorpasso sull’Aurelia tra San Nicola ed Osteria Nova.

Quanti spunti di curiosità e riflessioni offre questa troppo spesso bistrattata città - patria del carciofo e sede da sessantacinque anni della relativa sagra - la cui identità plurale, come dice il sindaco Paliotta, contribuisce a costruire quella “città di tutti”, dove nessuno si sente estraneo e nessuno si sente padrone.
2 settembre 2015    (Alfredo Laurano)

lunedì 31 agosto 2015

L'ALTRA VIA

I numeri ormai non contano più, se non a fini statistici 0 per stilare macabri bilanci: sono decine, centinaia, migliaia i morti in questi ultimi anni sui barconi della disperazione, in fuga dall’orrore, dalla miseria e dalle guerre per cercare una possibile, ma spesso improbabile salvezza. Fa poca differenza ormai sapere che in quel singolo naufragio sono affogati pochi, tanti o tantissimi o quante fossero le donne e i bambini, perché la percezione del disastro prescinde dalle sue proporzioni. E’ solo cronaca, è solo una notizia.
L’assuefazione dell’opinione pubblica alle stragi quotidiane dei migranti è quanto mai evidente e sempre più palpabile. Ogni giorno, Rete, giornali e Tv portano nelle nostre case  notizie di annegamenti e barche rovesciate, di corpi recuperati, dispersi o seppelliti nel grande mare della vergogna, mentre mangiamo, beviamo e, distrattamente, commentiamo. Con grande pietà, compassione e con una certa disinvoltura le digeriamo velocemente, come il cibo che assumiamo, senza alcun reflusso etico-esofageo.
Il rullo media­tico macina quei morti a pranzo e a cena, all’ora dell’aperitivo o della siesta, e l’abitudine, cancellando lo stupore e la sorpresa, rende quasi normali e sop­por­ta­bili cose spa­ven­tose: l’orrore, la pena e il dolore sono sempre in onda e per questo perdono di valore e di originalità.

Ma la regia occulta di questa epocale tragedia a puntate quotidiane, spesso, troppo uguali e anche noiose, in questi giorni ci ha regalato qualche diversivo.
Fermi il soggetto, la trama e il contesto ambientale, storico e sociale, abbiamo scoperto che tanti disperati non sono morti affogati nel “mar cimitero”, ma accatastati e sovrapposti come pacchi nella minuscola stiva di un barcone sovraccarico e fatiscente, respirando i veleni e i gas di scarico dei motori. In una bara multipla, appena galleggiante,  senza un grammo d’aria e d’acqua e pressati, calpestati e minacciati dagli scafisti.
Ma non solo. Altri loro fratelli di tortura - oltre settanta, con donne e quattro bambini - sono rimasti asfissiati nel cassone sigillato e privo d’aria di un camion frigorifero, con il quale speravano di passare le frontiere. Morti parcheggiati fra le lamiere arroventate di un grosso mezzo abbandonato in Austria, lungo l’autostrada.
 E per finire, la rotta dei Balcani. Altro calvario, nuove tribolazioni.
Il Mediterraneo che dalle coste africane porta in Italia attraverso il Canale di Sicilia non è più la tratta più utilizzata per entrare in Europa. Oggi, la gran parte dei migranti che cerca di arrivare nell’Unione Europea lo fa tentando di attraversare i Balcani.
Dall’inizio dell’anno, 160mila persone sono giunte in Grecia, partendo dalle coste della Turchia, la maggior parte con l'intenzione di con l’intenzione di proseguire verso nord.
Migliaia di profughi, soprattutto siriani, iracheni e afgani, camminano a piedi per centinaia di chilometri, lungo un binario o sentieri di campagna. 
Attraversano l’Ungheria, la Serbia, la Macedonia, evitando muri, eludendo controlli e fili spinati o trovando i pestaggi della polizia; senz’acqua e senza cibo, con una borsa, uno zainetto o un bambino in braccio: tutto il loro avere, la loro casa, la loro speranza di sopravvivenza.
Si muore e si subisce violenza anche sulla rotta dei Balcani, non solo durante le traversate nel Mediterraneo. Almeno 150 migranti hanno trovato la morte lungo questa pericolosa via: annegati nel tentativo di attraversare il mar Egeo o rimasti uccisi lungo le ferrovie.
Nel corso del tormentato viaggio, subiscono violenze ed estorsioni ad opera delle autorità e di bande criminali e vengono vergognosamente abbandonati a se stessi dal sistema d’immigrazione e asilo dell’Unione Europea, che li lascia intrappolati in Serbia e Macedonia, privi di protezione.
Sono oltre 61mila le persone fermate lungo quei confini. 
Lo denuncia Amnesty International in un nuovo rapporto a proposito delle migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, bambini inclusi che subiscono violazioni in Serbia, Macedonia e Ungheria. 
Forse dovremmo indignarci, manifestare, protestare, costringere l’Europa a intervenire e agevolare l’esodo umanamente, visto che non si può ignorare, né fermare, né, come dice Francesco, far finta di niente. 

A meno che qualcuno non riesca, miracolosamente o per magia, a rimuovere le cause che lo determinano: le guerre, la fame, lo sfruttamento, le disuguaglianze, in tutto il mondo, in tutti i tempi.
Nell’attesa, buon appetito a tutti.

30 agosto 2015   (Alfredo Laurano)



venerdì 28 agosto 2015

GLUTAMMATO DELLA RAGIONE

Non solo, e non più, luogo di risse, di razzismo, di insulti e di offese d’ogni tipo e grado.
Non solo vetrina di esibizionismo e megalomania per narcisi da tastiera.
Non solo sfogatoio di complessi, tabù, ossessioni e paranoie.
Non solo ostentazione incontrollata di furore, rabbia, cattiveria e aggressività verbale. 
I social network ormai segnano - nel bene e nel male, per giovanissimi e maturi, per ignoranti ed eruditi, per barbari o emancipati - la vita più virtuale, che reale di ciascuno. Spesso si sovrappongono i rispettivi piani e il confine si fa labile ed evanescente: è sempre più difficile distinguere la verità dalla finzione.
Se ancora avevamo qualche residuo dubbio, quanto accaduto ieri a Moneta, nella Bedford County in Virginia, è la prova più eclatante che mancava: un afro-americano di 41 anni ha filmato in soggettiva l’attimo in cui ha sparato con la pistola e ucciso - in diretta TV - la reporter di 24 anni Alison Parker e il suo cameraman di 27, Adam Ward, durante un’intervista live.
Poi, come fosse un normale video musicale, una ripresa amatoriale di famiglia o una divertente clip di bambini, papere e gattini, ha postato l’omicidio e invitato i suoi follower ad ammirarlo: "Ho filmato la sparatoria, andate a vedere su Facebook", aveva scritto sul suo profilo”. 
Ma non era un gioco, non era un videogame della PlayStation: era un duplice omicidio vero che sembrava la scena di una fiction: stop, la rifacciamo meglio, ognuno al proprio posto, ciak in campo.

Crimine e violenza nel bello della diretta: possiamo dire che l’uso e l’abuso di mouse e di tastiera, di smartphone, tablet e di milioni di post e messaggini alla grande nazione dei popoli del web uniti, condiziona, favorisce o, in qualche caso, ispira le menti più fragili o malate? O le forme, anche latenti, di mitomanie inconfessate - anche a se stessi - quale moltiplicatore di piaceri perversi e inappaganti soddisfazioni?
Aberrazioni, depravazioni e trasgressioni si rinnovano, si trasformano e si adeguano ai tempi, ai modi, alle occasioni scellerate che la realtà virtuale offre a dismisura e senza fine.

Nel gratuito show dell’egotismo o nella passerella pubblica della propria individualità esasperata, una smisurata voglia di protagonismo, unita a un ingiustificato surplus di autostima, si trasforma in gesto criminale che, insaporito con una specie di nocivo glutammato della ragione, esalta il gusto dell’onnipotenza e della virilità. Un’azione assurda che accentua e celebra una probabile forma di infantilsmo, mai superato da una normale crescita mentale.
Non bastassero stragi e terrorismo, distruzioni di siti culturali, decapitazioni quotidiane e assalti a scuole, redazioni, musei, hotel, treni e centri commerciali, il nostro pane quotidiano dell’informazione si arricchisce tragicamente di un nuovo simbolo dell’orrore: l’assassinio in diretta TV di un pistolero-suicida del web, amplificato, discusso e giudicato sui blog, su pagine e profili.
Mentre spara si filma, in un’ estasi narcisistica, senza precedenti, a vantaggio e beneficio della vetrina internazionale della superbia e della megalomania.
E’ l’altra faccia malata, deviata e maniacale di una ripugnante comunicazione.
 27 agosto 2015   (Alfredo Laurano)


lunedì 24 agosto 2015

PAPAMARKET

“Aoh! - toccando di gomito il vicino - Ma quello seduto lì davanti, vestito di bianco, con lo zucchetto in testa, non è …. Si, anche a me pare proprio Francesco!”
Il Papa seduto, a sorpresa, tra i banchi e poi in fila per la comunione, come un qualsiasi fedele presente ad una messa, era lì, l’altra mattina, alle 7, davanti all'altare di San Pio X, nella Basilica di San Pietro.
La sua attività, il suo lavoro, le sue imprevedibili trovate con conoscono pause.
Come dice Scalfari, viaggia, scrive, parla, prega, incontra e soprattutto pensa e combatte.
È un uomo come noi, la sua vecchiaia avanza e sta sfiorando gli ottant'anni, ma sembra miracolato. Un uomo così, la Chiesa non lo vedeva al suo vertice da centinaia di anni. Solo Wojtyla forse aveva un’energia simile, finché è stato in salute.
Ma non è straordinario per sapienza teologica, né per scaltrezza politica e neppure per inclinazioni mistiche: Francesco ha dentro di sé un che di rivoluzionario e un dono profetico, un’indiscutibile, naturale capacità attrattiva.

Per molti, queste iniziative di "umiltà", manifestate fin dall’inizio del suo pontificato - modesto alloggio, auto utilitaria, spostamenti in pulmann, pasti e visite alla mensa, inviti e servizi igienici ai senzatetto  - sembrano piuttosto un'abile capacità di usare i media e la comunicazione tutta, sfruttando ogni situazione pubblica favorevole, anche casuale, al di là di protocolli e sicurezza.
Un Papa marketing allo stato puro, un  furbissimo e straordinario PR di se stesso e della sua “azienda”.
Battendo sull'accattivante tasto di questa reclamizzata modestia di facciata - ma ben guardandosi dal liquidare lo IOR, pagare l'Imu o rinunciare ai miliardi dell’otto per mille - si adegua agli usi e costumi del suo gregge e alle sue attese solo per fare proselitismo, non astenendosi però, dall’ entrare pesantemente sulle questioni dello Stato e della società, in generale: gestione dei migranti, separati e famiglie di fatto, guerre e terrorismo, armi, denaro, profitto, sfruttamento e indifferenza globalizzata.

Comunque la pensiamo - anch'io, da laico, sono estremamente critico nei confronti dell’istituzione Chiesa, e non solo per le sue tante colpe storiche - è indubbio che questo Papa “strano”, più o meno marketizzato o verace nella collettiva percezione, stia cercando di cambiare regole, tradizioni, principi oscurantisti, etichette e ritualità di quel mondo rigido e monolitico, senza superbia, senza arroganza, senza sentirsi profeta, al di sopra degli altri fedeli. 
Come, invece, fa qualcuno, nell’altra parallela nostra Istituzione, che vuole rottamare tutto e tutti - valori compresi -  per mania di grandezza e mitomania.

23 agosto 2015   (Alfredo Laurano)