sabato 11 febbraio 2017

TUBERI CAPITOLINI

Mi domando, anzi domando a Vittorio Feltri, ma la patata cui si riferisce il titolo in prima pagina di “Libero” è proprio quella di Virginia che “bolle” di fremiti d’amore o è quella che allude all’impicciata e bollente soap opera alla romana, che cuoce in ricette varie, amare e avvelenate, della giunta comunale?
Stando all’occhiello, “La vita agrodolce della Raggi” - cioè quella privata e sentimentale - vale la prima interpretazione, che pretende di giocare sull’ironia e sullo sberleffo, quando invece è solo una volgare forma si sessismo e misoginia, tipica di certa stampa e di certi personaggi che cercano di mantenere fama e protagonismo. Non fanno informazione, ma producono insolente giornalettismo, a base di gossip e di fumetti, e tuttavia creano opinione. 
10 febbraio 2017 (Alfredo Laurano)

LO STAKANOV DELL’ETNA /1025

A Sanremo, città dal cartellino facile, come da tempo in uso al suo celebre Festival, non solo fiori, musica e canzoni. Record, curiosità, personaggi singolari e stravaganti: insomma, tutto ciò che può colpire, attrarre, interessare e far discutere la pubblica opinione.
Come in una fiera, dove si espongono rarità e cose strane. Come mimi, acrobati, nani, giganti, donne cannone e animali esotici del Circo di una volta.
Sul palco e davanti a quella orribile scenografia metallica che ricorda una sala Tac e Risonanze (cit. Crozza), sono comparsi, tra gli ospiti della società civile, i gloriosi soccorritori che si sono prodigati nelle recenti sciagure e terremoti, l ’ostetrica di 92 anni che ha fatto nascere nella sua lunga carriera quasi ottomila bambini, il mitico Totti che fa sempre share.
Ma si è scelto anche di invitare l’impiegato modello, che in 40 anni non ha mai fatto un giorno di assenza o malattia. Un altro eroe, per la TV di Stato.
Il Monsù Travet di Catania, che nella sua vita non è mai mancato dal lavoro, quando ha dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico, ha preso le ferie, arrivando comunque a fine carriera con più di duecentoquaranta giorni di ferie non godute.
Uno stoico votato al sacrificio, un lavoratore atipico e bizzarro, una vittima della retorica del dovere? O non sopporta la moglie, la suocera o i vicini?

In forza di tale sua prerogativa, ha rivolto un accorato appello ai lavoratori pubblici, invitandoli a non fare i furbetti con finte malattie e a ricordare che avere un lavoro che ti garantisce uno stipendio fisso tutti i mesi della tua vita è “un privilegio”.
Caro il mio Stakanov dell’Etna, Salvatore, per gli amici (ma li ha?) Turi, proprio non ci siamo.
Qualcuno dovrebbe spiegarti, e i “promessi sponsor” Carlo e Maria si son ben guardati dal farlo, che quello, il lavoro, non è un privilegio ma il più elementare dei diritti, anche se oggi può sembrare una vera lotteria. Semmai è il non godere di quel diritto che rappresenta una terribile anomalia.
E, poi, le ferie. Non sono solo un diritto, sono un dovere, altrimenti la Costituzione non avrebbe stabilito che sono irrinunciabili.
Non sai e non ti hanno detto che le ferie servono per riposarsi, per ricaricarsi, per dedicare del tempo a se stessi e alle proprie famiglie, per coltivare altri interessi, per andare in giro, per allacciare nuove relazioni e conoscenze?
Bisogna essere degli asociali anaffettivi se non si avvertono queste esigenze naturali.
Se al profumo della propria libertà individuale, si preferisce l’odore stantio dell’ufficio che si trasforma in perverso feticismo per le carte, i timbri, l’inchiostro e la burocrazia della mediocrità. 
Oltre i faldoni, oltre il tuo zelo e la tua assoluta dedizione, novello Policarpo, ufficiale di scrittura - che ti vanti di non esserti mai ammalato, ma questo non è un merito, è solo una questione di culo - esiste un mondo diverso e da scoprire, fatto anche di piaceri, sentimenti e umanità.
Sei mai è andato in vacanza con moglie e figli, o anche solo al mare, al parco o in trattoria? Hai dedicato loro un po' del tuo prezioso tempo?
Forse, per incorniciare l’illusione di un tuo malinteso senso del dovere, avresti dovuto lavorare sempre gratis e anche la domenica.
Ma il sindacato, di cui certo ignori il senso e l’esistenza, non te l’avrebbe consentito.

10 febbraio 2017 (Alfredo Laurano)

MISERANDO ATQUE ELIGENDO

Letteralmente, "con misericordia e predilezione": è il motto di papa Francesco.
Tutti ci siamo chiesti il perché di quegli strani manifesti contro di lui, comparsi in varie parti Roma.
Manifesti di contestazione al suo operato, che riportavano una sua immagine inusuale, con una espressione particolarmente severa e accigliata, e in basso, su fondo violaceo, una scritta accusatoria, con venature romanesche: «A Francè, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l'Ordine di Malta e i Francescani dell'Immacolata, ignorato Cardinali... ma n'do sta la tua misericordia?».
Il poster anonimo, non riportava sigle, né simboli, ma è facilmente riconducibile agli ambienti conservatori che da sempre esprimono la loro opposizione al magistero, ai provvedimenti e alla linea pontificale di Bergoglio.

La risposta a quei perché, comunque, è arrivata ieri, indirettamente, dallo stesso papa.
“C’è corruzione in Vaticano “, ha detto in una lunga intervista a Civiltà Cattolica, “nella Chiesa entra il clima mondano e principesco, non c’è bisogno di diventare cardinali per credersi principi, e i religiosi possono contribuire a distruggere questo clima nefasto”.
Come ha già fatto in tante altre occasioni - quando ha parlato di guerra, traffico d’armi, migranti, ricchezza, sfruttamento - Francesco usa toni lievi, ma diretti e precisi, per parlare di temi complessi, pesanti come macigni: scandali finanziari, pedofilia, marinai che nella barca di Pietro, sballottata nella Storia dalle onde, remano in senso contrario.
Parole forti e appassionate, d'impegno apostolico e quasi missionario, che inducono sconcerto nei credenti e non, e che, al di là degli insegnamenti evangelici, svelano la presenza di tanti “anticristi” che - come riporta un commento sulla stessa rivista - lo circondano, adulandolo e consigliandolo e che lo stanno avvelenando con il germe insidioso della loro cattiva dottrina.

Che esista un partito anti-Bergoglio nella Chiesa è ormai noto e risaputo. Che questa ostilità possa anche giungere a praticare la via della propaganda classica dei partiti, murales, dichiarazioni o manifesti, rappresenta una certa novità.
Negli ambienti cattolici tradizionalisti, quelli più a destra e più reazionari, Francesco non è ben visto sia per la posizione sui migranti, sia per le aperture a divorziati e omosessuali. E anche, e soprattutto, per aver voluto mettere il naso negli affari dello Ior e nelle finanze vaticane.
Come ha scherzato ieri sera Crozza a Sanremo, “anche nella Chiesa ci sono dei contrasti, come nei Subsonica”.
Ma non sono proprio musicali e artistici.
10 febbraio 2017 (Alfredo Laurano)
Lo stemma e il motto di Francesco




martedì 7 febbraio 2017

QUANDO CANTA LA POESIA

Ariecco Sanremo, ariecco il festival della canzone italiana: un mito antico di musica e folclore, il sessantasettesimo del suo calendario.
Molti ancora lo amano e lo aspettano con ansia, quale più luminosa vetrina non solo di orchestre e di cantanti, ma di ospiti, di vip e di emergenti, di mode, di generi, di look, chiacchiere e pettegolezzi vari. Per poi commentare, criticare, spulciare tra i dettagli.
Altri non lo sopportano, lo disprezzano, lo contestano, lo ignorano, lo stroncano.
Ha ancora un senso questo rito, quasi mistico e canonico, a tutto campo fra note, simboli, feticci e lustrini? Quasi scritto nel Dna della nazione, come pizza, sole, mafia e mandolino?

Non è certo la centralità della musica, quale eccelsa forma d’arte e di comunicazione, che viene messa in discussione - in quanto tale, è di per sé bella e interessante in ogni sua coniugazione, o quasi: classica, leggera, pop, rock, jazz, blues, folk, metal - quanto i suoi vari e insopportabili contorni ed effetti collaterali: la martellante, noiosissima pubblicità, i trailer, i numeri che contano, lo share, gli ascolti ed i confronti, gli abiti stravaganti e, quest’anno, per stupire ancora, la sospirata ottava meraviglia televisiva nei panni di Maria De Filippi, venuta in riviera dall’etere concorrente "a miracol mostrare”,
Per non parlare delle troppe trasmissioni pre e post, delle dirette e dei collegamenti, dei mille inviati e dei microfoni sprecati, dei selfie e delle patetiche interviste.
Forse è un po’ troppo per tutti.
La gara ormai conta poco e la rassegna, che ha perso anche i fiori e l’antico appeal, è diventata, nel tempo, una ricorrenza obbligatoria e nemmeno molto ambita, una rampa di lancio per intese di mercato. Un salotto classico, un po’ sdrucito, che il tempo ha logorato, ma, rilucidato, è ancora buono per riempire i palinsesti e onorare il culto e la funzione.

Una volta, quando le canzoni facevano innamorare e i 45 giri si regalavano alle feste e ai compleanni, quando il festival era solo della musica e dei fiori, e non degli sponsor e dei pettegolezzi alimentati ad arte, un senso probabilmente c’era: si giudicavano i testi, le voci, le musiche, gli autori e su quel palco delle vere meraviglie sfilavano Villa, Modugno, Mina, Pavone, Dalla, Celentano e il grande Tenco, ucciso cinquant’anni fa dall’incompetenza e dal sistema, già allora spietatamente commerciale.
Stasera il teatro Ariston gli tributerà un doveroso omaggio, come negli anni a seguire hanno già fatto altri artisti come De André, Lauzi, Paoli e Bindi, esponenti della cosiddetta sua stessa scuola genovese, che lo hanno pianto, amato e ricordato.
Soltanto dopo la sua morte, a ventinove anni, Luigi Tenco ricevette quel favore del pubblico e della critica che gli erano stati negati in vita. Troppo tardi si è capito quanto avesse rinnovato il panorama della composizione melodica italiana.

Appena terminato quel disgraziato Festival del 1967, il suo ultimo disco "Ciao Amore, Ciao" - alla cui dolcezza si sommò l’ulteriore significato simbolico della sua fine - andò letteralmente a ruba nei negozi e tutte le sue canzoni - Vedrai vedrai, Un giorno dopo l’altro, Mi sono innamorato di te, Se stasera sono qui, Lontano lontano - entrarono di diritto nella storia della musica italiana.
Ancora oggi, così profondamente avvolte di triste bellezza, sono pezzi di autentica poesia che commuovono e lasciano il segno.
Come fa la vera arte che non conosce tempo.
7 febbraio 2017 (Alfredo Laurano)

“Guardare ogni giorno se piove o se c'è il sole, per saper se domani si vive o si muore e un bel giorno dire basta e andare via.  Ciao amore, ciao!”

LA VENDETTA DI MERIDIO

Forse è bene, ogni tanto, ricordarlo: giustizia non può essere mai sinonimo di vendetta.
Chi sbaglia deve pagare e, magari, pentirsi e ravvedersi e, ove possibile, rimediare, in qualsiasi rapporto umano, sentimentale o di lavoro. 
Chi commette un reato deve essere punito dalla legge degli uomini, non dagli uomini, in giusta proporzione al fatto commesso. Perché la legge deve essere al di sopra delle parti, delle ragioni degli uni e degli altri, delle motivazioni che inducono a delinquere o all’errore. 
Questo perché viviamo nell’era della ragione e della civiltà giuridica, non abbiamo, in teoria, più la clava, non siamo più barbari, non viviamo più nel Far West.
L’odio però corre e dilaga sull’odierno Far Web e scrive, disegna e moltiplica infinite pagine che lo alimentano e lo diffondono a piene mani, che inneggiano spudoratamente alla legge del taglione, della replica all’offesa morale e fisica, all’uso del facile e immediato fai da te, in ogni caso o aspetto della vicenda umana, anche il più tragico e imprevedibile. 
Lo sappiamo ormai tutti, lo diciamo, lo scriviamo e lo denunciamo continuamente. 
Ne siamo tutti convinti e consapevoli, sempre in teoria, ma di fatto non troviamo una soluzione rapida per arginarlo, contenerlo, cancellarlo. 
Anzi, quell’astio continuiamo a coltivarlo come una pianta sempreverde e quasi mai ci rendiamo conto di quanto sia pericoloso, di quanto di grave ed esiziale possa provocare nella mente di molte persone deboli, fragili, provate dal dolore e dalla vita, fortemente influenzabili a livello di reazione emotiva e di equilibrio razionale.
Spesso, lo si nutre per inerzia e consuetudine, ma quasi sempre si tratta di puro accanimento, espresso con l’esibizione reiterata di volgarità, che riflettono riserve mentali di gente repressa e insoddisfatta che si sente protetta dall’anonimato e dal mucchio selvaggio. Soprattutto on line. 
I social network sono strumenti che hanno sdoganato maleducazione, cinismo e intolleranza, attraverso la separazione fisica di chi dialoga. Vetrine di consenso e di facile notorietà che permettono ogni sfogo, ogni sproloquio o delirio di onnipotenza, quasi impossibile in una contatto fisico che costringerebbero le persone ad elaborare obiezioni e dialoghi accettabili nella forma e compiute nel senso, se avessero di fronte l’interlocutore. 
E, siccome l’unione fa la forza, nascono così anche tanti gruppi spontanei che, all’apparenza e nelle prime nobili intenzioni, chiedono giustizia, esprimono solidarietà alle vittime e partecipazione al dolore di chi è colpito da un evento drammatico e sconvolgente. Ma poi, col tempo, scivolano nel più banale fanatismo e, per esaurimento di forza, costanza e contenuti, finiscono spesso per fomentare, caricare, incoraggiare la violenza. Pur fra mille fronzoli e feticci, santini e preghiere, riti paramagici e reiterati slogan da mantra casareccio.

Anche nella tragedia di Vasto, tutto questo ha avuto probabilmente un ruolo, terribile ed esemplare, che ha eccitato gli animi, cavalcato una certa rabbia sociale e sovraccaricato il clima di forte complicità ambientale. 
C'è la grande responsabilità del coro mediatico, non solo formale, che ha istigato il giovane panettiere Fabio Di Lello a farsi giustizia da solo, nei panni del gladiatore cinematografico, incitato e supportato da manifestazioni, fiaccolate e inviti all'odio che duravano da sette mesi. 
E lui, affranto, turbato, ignorato, chiuso nell’insopportabile dolore, si è sentito, forse suo malgrado, protagonista del suo film e si è infilato in quell’ambiguo personaggio dove convivono fascino, rappresaglia, passione e follia romantica di tutta una comunità, tutt’altro che virtuale. 

Un brutto film della realtà che si è concluso col mito primitivo del sangue chiama altro sangue. Con la fine inaccettabile di un giovane di vent’anni, colpevole di un’altra morte accidentale e di aver scatenato odio di massa e sentimento di vendetta.
Un film noir, annunciato da numerosi trailer, che scrive la parola fine nei titoli di coda con la pistola deposta, come un mazzo di fiori, in un gesto teatrale da occasionale giustiziere per necessità di popolo, sulla tomba della moglie vendicata, alla cui memoria ha dedicato la sua insana pazzia, provocata dalla disperazione. 
Una faida, quasi medievale, forse molto pubblica e poco privata. 
6 febbraio 2017 (Alfredo Laurano)



lunedì 6 febbraio 2017

IL RUGGITO DEI CAVALLI

E’ la nobile arte dello spettacolo che diverte e che coinvolge e che fa pure pensare.
Te vojo di’ che ‘na risata aiuta a vivere, nun se pò sta tutta la vita a baccajà”.
Sulla pista palcoscenico del Verdi di Montecatini, son tornati a correre cavalli di purissima razza, allevati, custoditi e cavalcati nella scuderia dell’arte e del teatro, da un unico, epico Gigi Proietti.
Da quel prezioso maneggio, che si ammanta di un vasto  repertorio popolare, canoro, mimico, drammaturgico, parodistico, comico, poetico e multiculturale, “Cavalli di Battaglia” ha sancito il ritorno in televisione di Gigi Proietti, accompagnato da una puntuale orchestra, dal corpo di ballo e da grandi ospiti del panorama artistico italiano.
Piovani, Baglioni, Venditti, Guzzanti, Dandini, Arbore, Laurito, Teocoli, Marcorè, Guaccero e i suoi figliocci Brignano, Cirilli e Laganà e tanti altri, che hanno aggiunto spessore e qualità a uno show, tutto suo e a tutto campo, che lo ha visto esibirsi in quattro straordinarie serate senza tempo (oltre tre ore e mezzo ciascuna), confrontarsi e duettare con tanti amici e colleghi dello spettacolo, raccontare e rievocare storie e mitici personaggi del passato. Un fantastico mix di comicità e intelligenza, di musica, teatro ed operetta, di nostalgie senza tempo, né retorica.
Tutti gli hanno reso omaggio, come peraltro il pubblico in sala e quello numerosissimo davanti alla TV. Ne hanno sottolineato l’abilità, la capacità, la facilità comunicativa e la straordinaria disinvoltura in tutte le sue interpretazioni.
Tutti si sono inchinati alla sua bravura, gli hanno riconosciuto prestigio, superiorità e sovranità artistica.
Monologhi e canzoni, battute e barzellette, sorrisi e ammiccamenti e una serie infinita di pezzi di bravura ineccepibili, con padronanza assoluta della scena e della tecnica e una buona dose di virtuosismo lo hanno consacrato e collocato, ove ce ne fosse ancora bisogno, nell’Olimpo della genialità.

Cinquant’anni di carriera che sembra appena cominciata, cinquant’anni di emozioni, di pensieri, di varietà e divertimento puro, scaturiti da una straordinaria forza espressiva e da una naturale mimica facciale, da momenti di pianto e di riso, da sguardi, da gesti e movimenti: dal conte Duval a Toto e la sauna, da Gastone a Pietro Ammicca, dal Barcarolo al Fattaccio del vicolo del Moro.
C’è da stupirsi, oltretutto, che a 76 anni conservi ancora i suoi tanti testi a memoria! Forse perché, come ha detto, lui non invecchia…ma si antichizza!
Amato, carismatico e coinvolgente, dialoga col pubblico, che lo asseconda e lo segue in estasi, come si fa con un vecchio amico.
Senza liti e senza urla, senza mai volgarità o esibizioni scontate e banali, l’istrionico guitto della romanità ci ha restituito la dignità dell'intrattenimento e il privilegio di ascoltarlo, di vederlo e dell'essere suoi spettatori.
Ci ha ricordato davvero cosa siano il talento, l'arte, la qualità, la maestria.
Ci ha regalato momenti di felicità e commozione, ci ha ipnotizzato con la sua magia.
 (Alfredo Laurano)


sabato 4 febbraio 2017

IL BALCONE

Un atto di generosità futura in divenire, un singolare tentativo di corruzione in fieri, legato alla precarietà della vita, senza esserci un apparente straccio di legame parentale o sentimentale.
Certo, sta storia della polizza ha dell’incredibile, oltre che essere comica e surreale.
E’ come se Romeo, quello dei Montecchi, avesse stipulato e, pare, non detto alla sua vagheggiata ma eterea Giulietta, quella dei Capuleti, un’assicurazione sulla vita, sulla sua propria vita a rischio: “questa polizza di trentamila scudi l’ho fatta per te, luce degli occhi miei, nel caso i tuoi parenti dovessero ammazzarmi.” Anche se la sua ricca famiglia non ne avesse affatto bisogno.

E’ come se la Giulietta veronese, che a Roma, sette secoli dopo, si chiama Virginia e fa di mestiere il sindaco, forse a sua insaputa, dovesse metterci la faccia, rovinarsi la reputazione politica e personale, premiare il folle stipulatore, previdente e riservato, con un ottimo reincarico (sei mesi dopo) e un cospicuo aumento di stipendio.
Sempre nella segreta speranza che schiatti al più presto!
Magari scivolando dai tetti del Campidoglio, dove a volte consumavano un panino nella pausa pranzo, magari con una lieve spintarella o un casuale contatto ravvicinato. Sempre che Giulietta-Virginia ne fosse consapevole!

E se precipitasse prima lei da quel balcone affacciato sul più bel panorama del mondo?
Forse siamo oltre l’etica, l’estetica e la ragione. Stiamo superando la realtà sensibile per entrare nella dimensione del sogno e della fantasia.
Ma che senso ha?
Insomma, come bell’esempio di sistema corruttivo sui generis, non c’è che dire!
(Alfredo Laurano)