venerdì 8 luglio 2016

PERCHE’ TANTO ACCANIMENTO?

Speranze deluse, sogni infranti, vite spezzate da un triste gioco del destino.
Alcuni articoli di giornale, gelosamente conservati sul telefonino della 24enne Chinyery, definita scimmia africana dal fermano assassino, raccontano la favola della stessa Chinyery e di  Emmanuel, scappati dalla violenza di Boko Haran, che avevano trovato l'amore in Italia. 
Vivevano in Nigeria. Lei studentessa al secondo anno di medicina, lui, Emmanuel, lavorava. Avevamo un bambino di due anni e mezzo.
Dovevano sposarsi un mese dopo, quando una bomba dei terroristi di Boko Haram distrusse il loro sogno, la loro casa e ucciso il loro figlio. Morirono anche i genitori di Emmanuel.
Non avevano più niente, se non il proprio dolore.
Avevano perso ogni cosa e scapparono subito. Sognavano l’Italia.
Quattro mesi di viaggio, un incubo interminabile. Arrivati in Libia, una notte furono aggrediti, derubati e picchiati da comuni criminali, entrati in casa. Lei, incinta, non fu risparmiata e cominciò a perdere sangue. E quelle perdite non si sono mai fermate. Poi, in mare, durarono quattro giorni, fino al sospirato arrivo in Sicilia e poi a Fermo.
La gravidanza non c’era più.
Ma restava la fiducia e un po’ di gioia per essere arrivati lì, dove tutto sarebbe ricominciato, dove sarebbe stato possibile coltivare un nuovo sogno e un progetto di vita, di famiglia e di lavoro.

Ma questa storia triste, nonostante le speranze e l’accoglienza, non era ancora finita.
I due giovani nigeriani non avevano ancora pagato, per intero, il caro prezzo della sofferenza e della persecuzione. Mancava l’epilogo che doveva trasformarla in tragedia della malvagità e della discriminazione, ben lontano, però, dai riconosciuti luoghi del terrore.
Proprio in Italia, a Fermo, la loro terra promessa, doveva concludersi, a soli trentasei anni, la vita di Emmanuel, per mano di uno schifoso razzista locale, e infrangersi quel sogno di normalità, di felicità, di possibile nuova vita e di futuro di quella giovane coppia, fuggita dall’inferno.
(Alfredo Laurano)




MAGIA SOTTO LE STELLE

Guardare un bel film in una notte estiva, all’aperto, in ciabatte e calzoncini, magari fumando - per chi ancora lo fa - o sgranocchiando pop corn e rumorose patatine, accarezzati a intermittenza da un refolo d’arietta fresca della sera o di lieve brezza che dal mare soffia verso terra, è sempre un momento di piacere intenso e rilassante.
L’arena cinema, però, non è più tanto di moda e la sua magica combinazione, che fonde ambiente, suoni e narrazione filmica  - una volta, tanto amata e popolare - non tutti affascina e seduce ancora. Molti la snobbano proprio perché popolare.
A Roma, lo è stata fino agli anni ottanta e, soprattutto, ai tempi dell’Estate Romana, di Massenzio e del “trionfo dell’effimero” del compianto Renato Nicolini.
Poi, lentamente, il declino:
la chiusura di molti cinema, la nascita delle multisale climatizzate, le alternative delle TV satellitari, i Dvd, lo scarso interesse dei più giovani.
Ma le arene resistevano, tuttavia, soprattutto nelle località di mare. Ricordo ancora con diletto quella di S. Felice Circeo che frequentavo, d’estate, da ragazzo.

Oggi, comunque, nella capitale, nonostante i tagli alle risorse nei bandi comunali, l’offerta del cinema sotto le stelle continua ad essere piuttosto ricca: S. Cosimato, la scalinata di viale Glorioso, l’arena Sacher di Nanni Moretti, la Piramide, la Garbatella, il Chiostro di S. Pietro in Vincoli, Villa Lazzaroni, Villa Borghese.
Sempre in buona compagnia di pasciute  e cinefili zanzare che succhiano tanto, ma non pagano il biglietto.
 Schermi all’aperto, anche nei giardini di piazza Vittorio, all’ isola Tiberina e, di recente, nei cortili di alcune scuole e atenei romani (Mamiani), trsformati in arene estive.

Nel litorale a nord di Roma,in questi giorni, Fregene e Fiumicino
- con una programmazione in ricordo di Ettore Scola e di Franco Citti - che nella città canale vi ha vissuto per decenni - scommettono ancora sull'effetto-arena.
Sono due, infatti, i nuovi spazi esterni nei quali vengono proiettati film di  successo o si realizzano spettacoli d’arte varia (musica, teatro).
Per il resto, solo a S. Marinella e, in parte a Civitavecchia, prosegue il cinema all’aperto.  Poi, si deve arrivare in Toscana, a Capalbio e Grosseto.

A Ladispoli, città del cinema, il Lucciola, invece, ha appena chiuso e spento le sue luci, come era già chiusa, da qualche anno, l’annessa arena estiva di via Fiume. 
Pare, diventerà un parcheggio o l’ennesimo supermercato (si spera non nascano altre sale giochi o scommesse, jeanserie o magazzini di cineserie), ma forse, anche questo si spera, si riuscirà a creare un nuovo spazio multimediale, un cine-teatro, presso l’attuale Auditorium, in considerazione di un territorio di ben 90.000 abitanti, più migliaia di villeggianti estivi, rimasto senza il conforto della settima arte dei fratelli Lumière.

Ho da poco scoperto, con sorpresa, che nella giovane cittadina di Ladislao, nel 1920 sorgeva il centralissimo complesso Moretti - un intero isolato triangolare tra via Regina Margherita e il lungomare Regina Elena - che comprendeva bar, sala da ballo, stabilimento balneare, una pensione e un ristorante. Mare, sole, svago per vacanzieri romani, in una sorta di centro divertimento ante litteram.
Nel 1946, la terrazza dell’edificio venne trasformata in arena Ulpietta, unico esempio di cinema all’aperto, in alto, sotto le stelle e in riva al mare. Qualcosa di veramente raro e suggestivo!
Il magico ronzio della pellicola nei denti del proiettore, cessò su quel terrazzo nel 1987, come ricordano con nostalgia gli eredi dei Moretti.
Tutto il fabbricato fu quindi ristrutturato in negozi e uffici.

La storia di Ladispoli è profondamente legata al mare, al microclima e alla sua sabbia nera. Ben prima di Ostia e Fregene, fu la Marina di Roma, la spiaggia preferita e frequentata dalla nobiltà romana e dalla ricca borghesia. Fu proprio quella “terra di confine” a far sognare Roberto e Renzo Rossellini che, tra il mare e la palude, avevano trovato  ispirazione per alcune loro opere.
Ma, è stata ed è, anche, città del cinema e, di recente, ne ha definito, raccontato e contrassegnato i relativi luoghi su pannelli, e con altre lodevoli iniziative, miscelando in un unico, suadente panorama storia, realtà, ricordi e racconti della macchina da presa.
Davanti al vecchio Borgo e al Castello Odescalchi, fu riprodotto un grande galeone in legno, la nave del Corsaro Nero e di sua figlia Jolanda. John Huston ricostruì, per la sua Bibbia, il Paradiso Terrestre. E poi, ancora, in un set dopo l’altro, tante scene importanti del cinema italiano: Umberto D, alla vecchia stazione di Palo, La grande guerra, al Castellaccio dei Monteroni, L’uomo di paglia, sulla spiaggia di Torre Flavia, Il sorpasso sull’Aurelia a San Nicola.
La celebre Posta Vecchia, residenza leggendaria ed esclusiva, è tuttora set di numerose fiction di cinema e TV.

Pochi giorni fa, Carlo Verdone - che spesso l’ha citata nei suoi film - è diventato cittadino onorario di Ladispoli e lo stesso Roberto Rossellini, che con la Magnani amava e frequentava questi luoghi, scrisse:  “Nel 1940 abitavo a Ladispoli, un bellissimo paese sul mare, non lontano da Roma. La piazza del paese era un'immensa arena bruciata dal sole e battuta dai venti, una non piazza in realtà, un semplice spazio per permettere al cielo di giocare con la terra...”.
Oggi, la piazza più importante della città è a lui intitolata e riporta, incisa sul lastricato, la sua dichiarazione d’amore.
Anche se, al momento, questo “suo paese” è rimasto senza schermo, senza pizze e senza  il fascino della sala buia e coinvolgente.
7 luglio 2016 (Alfredo Laurano)


mercoledì 6 luglio 2016

ROTTAMATO ANCHE IL MERCATO

Aveva di recente detto: "La Rai può licenziarmi, il Pd no".
E, infatti, il povero Massimo Giannini e il suo “antico mercato di Ballarò” - quattordici edizioni, le ultime due a lui affidate - è stato chiuso dalla nuova direttora di Raitre, Daria Bignardi, in un attacco, mirato e strategico, da sua “invasione barbarica”, condivisa dal direttore generale Campo Dall’Orto. 
Mai che venga messa in discussione -  chissà perché - la Porta bianca e salottiera di Bruno Vespa: il più antico monumento alla sacra istituzionalità della rete pubblica! Una guida morale, una specie di mediatico vangelo che educa con le sue parabole e annuncia il verbo del controllo e del comando.

Dopo l’addio di Floris e l’arrivo di Giannini come conduttore, il “mercato” di Ballarò - con il suo miscuglio di voci, rumori, odori e colori, ha smontato ieri, definitivamente, i banchi, in compagnia di Travaglio, di Mieli, di Sgarbi e di un mitico e provato Gino Strada. Nella prossima stagione, arriverà, pare, Gianluca Semprini da Sky TG24, per condurre una nuova “rivoluzionaria” trasmissione.
Era inevitabile che Giannini, persona seria e preparata, spesso  criticato per il suo eccessivo garbo, per gli ascolti non eccezionali - mandato in onda, va ricordato, sempre contro “Di martedi” di Floris su La 7 (una vera o premeditata collocazione suicida, all’interno di un allucinante palinsesto) - e oggetto di attacchi da parte di Renzi e del Pd, volesse levarsi qualche sassolino al termine della sua esperienza.
Dopo un rvm con il meglio dei due anni del suo Ballarò, davanti a tutta la redazione di giornalisti e inviati - che ha ringraziato con voce quasi rotta dall'emozione insieme alla regia e ai tecnici e alla Rai - ha salutato così:
“Siamo stati rottamati anche noi.
Due anni entusiasmanti, abbiamo fatto scelte giuste e scelte sbagliate. Ma siamo stati di parte, sempre dalla parte del pubblico che ci ha seguito e non del palazzo.
Siamo stati onesti e abbiamo dato fastidio. Abbiamo pagato qualche prezzo e provato a fare informazione libera, anche all'interno del servizio pubblico, dove spesso la politica cerca di allungare le mani.
Ho voluto tutti qui, perché in questi tempi di liberismo dell'auditel, ci si dimentica che dietro i numeri, dietro le partite iva ci sono loro, delle persone. Grazie a voi e a tutti loro.”

Nulla da aggiungere se non che, ancora una volta, vince il potere, vince chi può permettersi, per definizione, per ruolo e per diritto , di decidere il successo o la caduta di qualcuno o di punirlo per scarsa sudditanza. Di esaltare chi è utile alla causa o di purgare il guastatore, con la consueta protervia del potestà e dell’arbitrio.
Proprio, come si faceva ai tempi di Berlusconi  (appena uscito dall’ospedale, auguri), con proclami e rimozioni, a reti quasi unificate.
(Alfredo Laurano)


martedì 5 luglio 2016

BAMBOLE,TALENT E BURATTINI

Nel panorama odierno, nulla di nuovo, anzi, qualcosa d'antico: altre tangenti, nomine, appalti e ancora tanta, ordinaria corruzione.
Reati che vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale, dal riciclaggio alla truffa ai danni dello Stato e all’appropriazione indebita: 24 arresti (dodici in carcere e dodici ai domiciliari),  sequestri di beni per 1,2 milioni di euro.
Intanto, nel PD volano sempre gli stracci e infuria la tempesta.
Tra le discussioni su tanti temi come il terrorismo, la strage di Dacca, la Brexit, il prossimo referendum costituzionale, l’economia, le elezioni amministrative, il doppio ruolo di presidente del Consiglio e segretario, a chi come Bersani torna a ribadire la necessità che lasci la segreteria del partito, il leader-premier meno amato dagli italiani, di destra e, soprattutto, di sinistra, replica, con la consueta faccia tosta: “Fate un Congresso e vincetelo“.  
“Renzi, esci dal Talent - gli risponde un audace Cuperlo -  sei percepito come un nemico da una parte della sinistra e questo è un dramma. Come tu hai detto a Beppe Grillo un mese e mezzo fa “esci dal web”, io dico a te: esci dal Talent di un’Italia patinata e fatta di opportunità e scopri la modestia. E’ suonato l’allarme, l’ultimo. Per questo, senza una svolta, tu condurrai la sinistra italiana ad una sconfitta storica”. 

Nella stessa direzione, non ha mancato di esibirsi anche il governatore campano Vincenzo De Luca, altro arrogante personaggetto da Talent Show, con un intervento al limite del sessismo:
“Ho visto la Raggi alla finestra del Campidoglio e mi sono intenerito. L’ho vista come una bambolina imbambolata. Guardo con terrore a quando metterà le mani sui quartieri e sul trasporto pubblico locale.”
Poco dopo, il sempre  meno mite Cuperlo-Guevara gli replica che Virginia Raggi non è una bambolina, e il sindaco di Roma e merita rispetto. Come donna, come sindaco e come avversario.
Critico, perfino, Renzi e l’ancella Boschi che definisce sbagliate e ingiuste le parole di De Luca: “è una donna, una professionista ed è la sindaca di tutti i romani, avendo vinto le elezioni”.
E in difesa dell’esponente del Movimento 5 Stelle arriva anche Mara Carfagna, che su Twitter scrive: “Condivisibile o no, l’impegno di Virginia Raggi dimostrerà che non è una bambolina.
Si, "una bambolina che fa no no no no, è cosi’ carina ma fa no no no no...!" La cantava Michel Polnareff cinquant'anni fa.
Medioevo politico, vibrante attualità, in una macchiettistica rappresentazione del Giglio Magico fiorentino e apostoli affiliati, pronti ai reality per talenti naturali, come Grandi Fratelli o Isole dei Famosi, con bambolina in premio e televoto.
(Alfredo Laurano)


domenica 3 luglio 2016

QUANDO IL CARATTERE NON BASTA

E’ chiaro, di fronte all’ennesima strage di italiani e stranieri, consumata a Dacca poche ore prima dal terrorismo islamico, l’uscita dagli Europei di Francia della nazionale italiana è un fatto poco importante, fa meno notizia, appare meno grave e più accettabile. Anche se dispiace e fa un po’ rabbia.
Fuori ai rigori con la Germania, in una sfida storica e infinita, dopo aver tenuto testa per 120 minuti  ai campioni del mondo.
Secondo molti esperti e tecnici, gli azzurri hanno disputato una partita impeccabile. La conclusione ai rigori è stato l’epilogo logico di una partita che si è giocata a lungo a scacchi tra due squadre che si sono fortemente temute.
Insomma, è stata comunque una grande Italia. La Germania non ha dilagato, non si è vista una differenza incommensurabile tra i campioni del mondo e i nostri ragazzi. La nazionale operaia ha tenuto, i giocatori si sono stretti l’uno all’altro, il solito muro eretto dalla difesa è diventato insormontabile, anche per giocatori di grande fama internazionale. Poi è andata come è andata.
Esultano i tedeschi, che per la prima volta nella storia riescono finalmente a eliminare l’ltalia in una gara ufficiale, escono a testa alta gli uomini di Conte che abbandonano la scena consci di aver dato davvero tutto.
Peccato, ma è stato quasi bello.

Sono in parte d’accordo.
Considerando anche le precedenti partite con Belgio, Svezia e Irlanda - dove i risultati sono stati favorevoli per varie ragioni - bisogna chiedersi: sono sufficienti in una squadra l’impegno, la determinazione, la forza del gruppo per vincere le partite ed i tornei?
Credo di no.
Non possono bastare il grande cuore, la compattezza, la determinazione, lo spirito di sacrificio, il senso tattico, le corse, le rincorse e il contropiede.
Non basta opporre resistenza, creare o mantenere una superba linea Maginot di ottimi difensori, quasi insuperabili.
Non basta correre a perdifiato per due ore, finendo stremati e privi di lucidità per calciare una serie di rigori. Anche se, stranamente, i telecronisti vedevano e dicevano stanchi i tedeschi…forse assistevano a  un’altra partita!
A pallone, conta anche la tecnica, bisogna anche inventare, costruire gioco, creare trame, osare…e saper tirare dal dischetto con serietà, non danzare a cento passettini prima di calciare, come ha fatto il limitato Zaza, o  fare il teatrino gestuale per deridere il portiere, come il ridicolo Pellè. Entrambi hanno infatti fallito.
Da questo punto di vista, la nostra è una squadra mediocre: tolti Buffon, i tre difensori centrali migliori del mondo, De Rossi, Florenzi, Candreva e pochi altri, nessun’altro sarebbe convocato in un'altra nazionale di prestigio. Molti non sanno stoppare una palla e sono privi di visione di gioco. Manca un “creativo”, un Totti, un Del Piero, un Pirlo, qualcuno che lo sappia fare con naturalezza e per talento.
In ogni caso, non c’è molto da rimproverare, né da recriminare: in sintesi, la Germania ha giocato, l’Italia ha partecipato. La prima ha meritato la vittoria,
L’Italia, senza i Marchisio, i Verratti e i De Rossi infortunati,  è andata oltre ogni aspettativa, mettendo in ansia anche la nazionale più forte del mondo in questo momento, rispondendo alla non eccezionale qualità tecnica con la tattica, l’organizzazione, la passione, la voglia di fare e di stringere i denti. Forse, di più non si poteva fare.
Così è il calcio, con le vittorie e le sconfitte, con gioie e con dolori, esaltazione e delusioni, ma pur sempre una fabbrica infinita di emozioni.  Con qualche rammarico di troppo.
 3 luglio 2016 (Alfredo Laurano)

ERGASTOLO

Alla fine di un processo indiziario, senza prove certe, oltre l’ormai famoso Dna, Massimo Bossetti è stato condannato all’ergastolo dalla Corte d'Assise di Bergamo.
Quella della povera Yara, uccisa quasi sei anni fa, è una drammatica vicenda che ha sconvolto l'Italia. Uno di quei casi che, insieme ad altri - Sara, Meredhit, Chiara, Melania, Roberta Ragusa - altrettanto eclatanti e dallo stesso coinvolgimento popolare e clamore mediatico, hanno spaccato l’opinione pubblica nei soliti partiti di innocentisti e colpevolisti. Ognuno con le sue rigide convinzioni, con le sue apodittiche verità.

Mi sono sempre chiesto, e continuo a farlo, come sia possibile assumere, nei contrapposti schieramenti, certe posizioni nette, intransigenti e fideistiche, fino ad arrivare agli insulti reciproci, alle accuse di parte, alle campagne denigratorie sul web e anche minacce, senza conoscere i fatti, gli atti processuali, gli umori e la realtà dei luoghi e delle persone, a vario titolo coinvolte. Per empatia, per sensazioni a pelle, per il diffuso orientamento di stampa e TV, per istinto e condizionamento di massa, per percezioni estemporanee di notizie interpretate.
E’ un po’ come quando si accende il tifo per il pallone e durante una partita volano parolacce, pugni, schiaffi e calci fra gli spettatori, a prescindere dalle colpe e dai meriti delle squadre o dell’arbitro.

Tutto il processo ha fatto leva sulla prova regina del Dna, terreno di scontro tra accusa e difesa, trovato sugli slip e sui leggings di Yara. Attraverso questa traccia si è risaliti prima a Ignoto uno, poi all'autista di autobus scomparso nel 1999, Giuseppe Guerinoni e, infine, alla madre di Bossetti, Ester Arzuffi, che ha sempre negato relazioni extraconiugali.
La difesa ha ripetutamente contestato la mancata corrispondenza tra il Dna nucleare, attribuito a Bossetti - costretto a scoprire di essere nato da una relazione extraconiugale - e quello mitocondriale, la cui appartenenza non è stato possibile stabilire. "Siamo veramente convinti della sua innocenza, le 45 udienze non hanno restituito nessuna prova certa a suo carico".

Tutti gli altri indizi, infatti, restano lacunosi e inspiegabili, o quanto meno discordanti: i passaggi del furgone bianco, le minuscole fibre tessili sul corpo, compatibili con la tappezzeria dei sedili, gli agganci alle celle telefoniche contestati dagli esperti, la mancata violenza sessuale, accertata dall’autopsia, il fatto che la ragazza non sia stata strangolata o accoltellata, né uccisa volontariamente, ma sia morta per assideramento. Che, dopo una botta in testa, sia stata lasciata viva e rivestita completamente e con le scarpe ben allacciate (perché? Quale maniaco lo farebbe, invece di farla sparire), senza aver rilevato ulteriori tracce di Dna di Bossetti, ma di altri sconosciuti sui guanti, sul giubotto e nei peli e nei lembi di pelle ritrovati sotto le unghie, che non appartengono allo stesso Bossetti.
Nessuna telecamera, peraltro, ha ripreso Yara all’uscita dalla palestra. E, ce n’erano molte. Secondo una ricostruzione di alcuni innocentisti, sarebbe stata uccisa, per sbaglio, per bullismo e per disgrazia, proprio lì.

Nonostante tutto ciò, la mancanza di un movente certo, le tante incongruenze e le incertezze, “al di là di ogni ragionevole dubbio”, la sentenza di condanna, in ogni caso, credo, non potesse essere che questa, soprattutto, dopo i due anni di carcere già scontati del muratore accusato e i milioni di euro spesi per le indagini e i prelievi di Dna a paesi interi e migliaia di persone, alla ricerca di “ignoto uno”.
Una sentenza attesa, quindi,  forse "politica", per avere il colpevole di un delitto assurdo, per soddisfare anche l’opinione pubblica e la famiglia sempre riservata e dignitosa nel suo dolore.
La piccola Yara deve comunque avere giustizia e chi ha spento la sua vita a soli tredici anni deve pagare: speriamo che le motivazioni di quest’ergastolo e i successivi gradi di giudizio ci spieghino come e perché.
 2 luglio 2016 (Alfredo Laurano)

venerdì 1 luglio 2016

L’ACCADEMIA DIGITALE

La mitica Treccani, l’antica Bompiani, la Utet, la Rizzoli, la Garzanti, l’Universo, la De Agostini o la Fabbri a fascicoli: chi non ha in casa almeno una di queste enciclopedie, su carta e in tanti volumi? 
Fino agli anni ’90, se ne pubblicavano e se ne vendevano tante, anche a rate e porta a porta, a tutte le famiglie. Tutti le consultavamo,  da ragazzi ci studiavano e  facevano ricerche, anche, per i più giovani, con il successivo ausilio di CD-Rom che, con l’introduzione della tecnologia digitale, associavano al testo anche immagini e contenuti multimediali, come brani audio e video. Era il mondo della conoscenza.

Ma la vera rivoluzione nel settore si ebbe quando si diffusero nelle case i personal computer, capaci di contenere ingenti quantità di dati e di memorie, e quando, sfruttando la velocità di internet - che mise presto in crisi  il mercato delle carta - nacquero saggi, romanzi, dizionari, riviste, blog e quotidiani digitali e, 15 anni fa, Wikipedia.
Wikipedia è un'enciclopedia online, collaborativa e culturalmente libera, accessibile e universale. Con più di 35 milioni di voci, in oltre 280 lingue, per un totale di oltre 135 milioni di pagine, modificate  2 miliardi di volte  e con oltre 55 milioni di utenti registrati, è la più grande mai scritta e tra i dieci siti web più visitati al mondo .
E’ la più consultata opera di riferimento generalista di Internet.
Grazie al contributo di volontari di tutto il mondo, i Wikipediani , è continuamente aggiornata e chiunque può contribuire alle voci esistenti o crearne altre, sia su argomenti tipici delle enciclopedie tradizionali, sia su quelli più nuovi o presenti in pubblicazioni specialistiche e di scottante attualità. Anche se non sempre affidabili e del tutto attendibili.
L’ ampiezza di argomenti trattati - dice Jimmy Wales, uno dei suoi fondatori - "Rappresenta uno sforzo per creare e distribuire un'enciclopedia libera della più alta qualità possibile a ogni singola persona, sul pianeta nella sua propria lingua".

Il dodicesimo raduno mondiale dei volontari di questa illimitata summa online, quest'anno, si è svolto a Esino Lario, un paesino di 760 abitanti nella provincia di Lecco, a strapiombo sul lago di Como.
Otre settanta le nazionalità rappresentate e più di milletrecento presenze registrate.
Il piccolo paese è stato invaso ed è letteralmente esploso, come se la popolazione fosse aumentata del 170% . Gli ospiti - anche dalla Nuova Zelanda - sono stati accolti nelle poche pensioni e nelle case dei residenti. Per cinque giorni, Esino è diventato la capitale mondiale del web e della conoscenza condivisa, con decine di incontri quotidiani, conferenze, laboratori, mostre e workshop.
Sembra strano e singolare che un evento planetario, legato ad uno dei più rivoluzionari fenomeni nati sul web, sia stato organizzato in un minuscolo e sconosciuto comune delle prealpi lombarde, battendo la concorrenza di megalopoli come Manila , Londra, Hong Kong. 
Ma ce lo spiega Iolanda Pensa, ricercatrice all’università di Lugano e, soprattutto, abitante di Esino Lario. “Nell’era della condivisione, della conoscenza aperta a tutti, un evento può svolgersi indifferentemente in una città internazionale o in un paesino. In  una piccola comunità, a differenza di una grande città dispersiva, i partecipanti vivranno sempre a stretto contatto, al bar, in piazza e l’atmosfera sarà più amichevole.

La caratteristica primaria di Wikipedia è, dunque, che chiunque può collaborare, utilizzando un sistema di modifica e pubblicazione aperto. Non c'è un comitato di redazione, né alcun controllo preventivo sul contenuto inviato. 
Dietro ogni pagina, ci sono loro, i Wikipedisti volontari: anima e braccio operativo. Qualcuno li definisce  geek (persona con un eccessivo entusiasmo in un certo campo, in particolare, tecnologico)
Li leggiamo quotidianamente senza conoscere i loro nomi, né le loro storie. Non ci mettono la firma, né tantomeno la faccia, hanno colore, opinioni e culture differenti, sono curiosi, appassionati, a volte narcisi e un po’idealisti, ma pragmatici e, come tanti, sognano di cambiare il mondo.
E cercano di farlo diffondendo  sapere e conoscenza: sono quelli che si incontravano in questi giorni tra le ripide viuzze di quel piccolo paese.
Che cosa li accomuna?  Forse un’emozione poco usuale e non remunerativa : scrivere un'enciclopedia, credere nell’incredibile forza delle parole e del sapere.
(Alfredo Laurano)