domenica 15 maggio 2016

TIPITIPITIPITÌ COSA SEI?

“Tipitipitipitì dove vai, cosa fai, come mai…”, così cantava Orietta Berti, nel lontano 1970.
Oggi, scopriamo, invece, il TTPI che, a parte l’assonanza, è ben altra cosa, che non si canta, non si balla, ma un po’ tanto fa preoccupare.
TTPI: poco si conosce, poco se ne sa, poco se ne parla.
Quanti hanno sentito spiegare questo strano acronimo, che sta per “Transatlantic Trade and Investment Partnership”? Qualche rapida notizia ai TG per riferire della manifestazione-anti di qualche giorno fa a Roma, qualche articolo di stampa o sul Web, qualche spunto di dibattito nei talk, con pareri di chef stellati, nutrizionisti e imprenditori di settore.
Chiarimenti, motivazioni e approfondimenti, praticamente nulli: anche i media “tengono famiglia” e non possono inimicarsi fonti pubblicitarie, lobby economiche e multinazionali.

Il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti è un accordo commerciale di libero scambio, in corso di negoziazione segreta, da circa tre anni, tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America, che ha lo scopo dichiarato di modificare regolamentazioni e standard esistenti e di abbattere dazi e dogane, per rendere il commercio più fluido e penetrante. Un sistema per far circolare le merci più facilmente, senza le barriere definite dai tecnici “non tariffarie”.
Ciò genererebbe nuove opportunità economiche e creazione di posti di lavoro, grazie a una crescita determinata anche da una più globale semplificazione normativa.
Sulla carta, e in teoria, tutto giusto e condivisibile.
Ma cosa potrebbe produrre, in realtà, tale liberalizzazione, se venisse approvata nella sua forma attualmente conosciuta?

Essendo i negoziati orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici, si rischia la loro progressiva scomparsa. Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche tutti i diritti connessi a servizi essenziali e di alto valore sociale - come la scuola, la sanità, l’acqua e la previdenza - sarebbero esposti a tale ulteriore, eventualità e alla potenziale acquisizione da parte di imprese e gruppi finanziari più potenti, e dunque, più competitivi. Contratti di lavoro o di protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati, via attraverso adeguate azioni legali.

Molte insidie e conseguenze negative correrebbero anche le piccole e medie imprese agricole che, non essendo in grado di reggere la concorrenza con le multinazionali, entrerebbero in crisi, se non venissero più protette dai dazi doganali e, soprattutto, se venisse dato il via libera alle colture OGM.

Ci sarebbero anche rischi per i consumatori perché le leggi europee sono diverse da quelle americane.
In Europa vige il principio di precauzione - l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi - mentre negli Stati Uniti si procede al contrario: l’osservazione viene fatta in un secondo momento, anche in base alle conseguenze o a eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (denunce, ricorsi collettivi o class action, indennizzazione monetaria).
Oltre alla questione degli OGM, questo riguarda anche l’uso di pesticidi, l’obbligo di etichettatura del cibo, la protezione dei brevetti farmaceutici, ambiti nei quali la normativa europea offre tutele maggiori.

In molti si oppongono all’accordo: dall’organizzazione internazionale Attac, a Greenpeace, a una rete di associazioni di vari Paesi, compresa Slow Food, fino a studiosi ed economisti vari.
Oltre ai temi e ai timori accennati, le principali critiche ai negoziati si riferiscono soprattutto alla loro segretezza, alla mancanza di trasparenza e anche il fatto che il principale studio sui benefici dell’accordo sia stato condotto da un Centro di studi economici di Londra, poco credibile perché finanziato da grandi banche internazionali.

In definitiva, visto che il commercio tra EU e USA è già libero, quasi al 100%, il vero obiettivo del trattato di liberalizzazione commerciale è proprio l’eliminazione delle barriere normative che in Europa hanno standard più rigidi, come le leggi ambientali e di sicurezza alimentare.
Per esempio, il divieto di importare carne trattata con ormoni: in USA, ne è imbottita al 90%. 
Anche se, va comunque detto, negli allevamenti intensivi di polli, suini, bovini e conigli vengono di fatto già somministrati, in Italia e Europa, estrogeni e antibiotici, anche a scopo preventivo.
Ma questa è un’altra dolorosa pagina che riguarda non solo l’alimentazione carnivora, ma anche la crudele condizione e i maltrattamenti degli animali, allevati in immonde strutture lager, chiusi in gabbie piccolissime o costretti a sopravvivere, fino al macello, in recinti senza spazio e senza luce, dove non possono nemmeno muoversi o girarsi. Dove spesso si ammalano e si feriscono, nel lerciume, fra escrementi e topi, anche quando partoriscono o allattano i cuccioli.

Poi, il divieto di importare frutta e verdura geneticamente modificata: non è prevista nessuna etichetta identificativa su prodotti OGM e su quelli trattati con ormoni e pesticida glisofato e quindi nessuna tutela per il consumatore che non è in grado di distinguere.
I prodotti delle multinazionali USA sono molto più economici - oltre che più scadenti - di quelli degli agricoltori e allevatori europei e, una volta introdotti sul mercato, potrebbero provocare la chiusura di molte imprese locali, la perdita di migliaia di posti di lavoro, la scomparsa di prodotti tipici e tradizionali.

Il TTPI vorrebbe quindi uniformare le regole sui controlli delle filiere, delle certificazione delle Dop e dell’Igp, dei sistemi di allevamento, di ormoni nei mangimi, di utilizzo della chimica e di semi transgenici nei campi, di etichettatura e tracciabilità. Per tutto questo è quindi una minaccia, è pericoloso per la salute di tutti e va fermato con ogni mezzo o azione consentiti.       
Ciò che è buono per le aziende e le multinazionali può essere buono anche per i cittadini?
Il giornale britannico Guardian ha scritto: “quando il 92% di coloro che sono coinvolti nelle trattative sono lobbisti, i consumatori hanno tutte le ragioni di sospettare che a beneficiare del TTIP saranno soprattutto le grandi corporation, a scapito della democrazia”.
 14 maggio 2016 (Alfredo Laurano)


venerdì 13 maggio 2016

FELICIA, MADRE D’ANTIMAFIA

Un lungo flash-back che racconta il pensiero e la storia di Felicia, madre di Peppino Impastato, costituisce la struttura di questo film di Gianfranco Albano, che inizia con una scena molto suggestiva: l’ingresso della donna, incerta, intimorita e titubante, nelle grandi sale del Palazzo di Giustizia.
Nella dettagliata deposizione al Tribunale di Palermo nel 2000, Felicia prende coraggio e ripercorre davanti alla Corte quello che è avvenuto dal 1978 al 2000: dall’uccisione di suo figlio Peppino, per mano della Mafia, ai tentativi di infamarlo e di farlo passare per suicida terrorista; dai depistaggi di stato, alle morti violente dei giudici, alla sua implacabile ostinazione di madre che vuole giustizia.
La sua testimonianza si snoda fra le ricorrenti immagini del pestaggio estremo di Peppino, delle iniziative dei suoi compagni e del fratello Giovanni per cercare prove e tracce - che nessun altro vuole trovare - delle minacce di mafiosi, delle reazioni popolari del pigro paese di Cinisi.
Mostrano, soprattutto, la dignità e la fierezza di questa speciale donna siciliana, senza indulgere mai nel dolore e nell'autocommiserazione. Fierezza di una madre per un figlio che ha sostenuto fino alla morte le proprie idee e che in quelle idee si identifica. Che si batte con tutte le sue forze per arrivare a una complessa e, per molti, scomoda verità, che travalica la questione personale, per diventare conquista dell'intera collettività.

Nel film, pur animato dalle migliori intenzioni, tutto questo pathos sopravvive soprattutto grazie all'intensa interpretazione di Lunetta Savino, potente nella mimica e credibile nella sua determinazione.
In alcune sue espressioni più intime si percepisce la solitudine di una donna devastata dalla morte del figlio ma, nello stesso tempo, decisa e consapevole di potergli dare ancora voce e di continuare la sua lotta, anche contro le contaminazioni mafiose, all’interno della stessa sua famiglia, che parlano solo di vendetta.
La sceneggiatura non aiuta molto quel suo lungo percorso di sfida al potere mafioso e delle istituzioni, all’omertà, alla calunnia e all’indifferenza. Appare un po’ approssimativa e lacunosa, non scava a fondo nei risvolti dell’inchiesta, non spiega le responsabilità oggettive e i depistaggi, mentre privilegia alcune sequenze, a volte poco utili nell’economia dei fatti descritti.
I dialoghi, essenziali, si fermano al minimo della costruzione narrativa e alcuni personaggi chiave - il giudice Chinnisi, l’esperto criminologo, la giovane magistrata - hanno scarso rilievo e poca consistenza nella lunga e tortuosa vicenda giudiziaria.
Della convinta battaglia combattuta da Felicia nei corridoi della Procura, contro la burocrazia istituzionale, contro l’inerzia di certi apparati e contro i pregiudizi dei benpensanti, c’è poca traccia o solo qualche accenno.
Come anche del suo costante lavoro di educazione alla legalità, svolto nelle stanze della sua casa museo, tratteggiato con una certa sufficienza e con modalità quasi romantiche.

Un’opera sicuramente difficile da costruire e da realizzare, perché sicuramente difficile è la storia che la ispira.
Si ha la sensazione di una trama fragile e parziale che, pur di restare asciutta e di non rischiare qualsiasi slittamento nella retorica, limita o non favorisce un particolare coinvolgimento emotivo. 
Alcune situazioni si ripetono, senza aggiungere ulteriori contributi alla narrazione e alla naturale commozione, e un po’ annacquano la drammatica condizione vissuta per anni e anni da una madre coraggiosa, per riscattare quel figlio, che ebbe anche il torto di farsi ammazzare proprio il giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro e, quindi, quasi ignorato dalla grande macchina mediatica.
Fino a quando, con orgoglio e con legittima soddisfazione, può finalmente puntare il dito contro colui che, fin dal primo giorno, tutti sapevano essere "il comandante" dell'omicidio del figlio, Tano Badalamenti, dopo soli 22 anni di tormento, di lotta e di infinita attesa.
 12 maggio 2016 (Alfredo Laurano)



mercoledì 11 maggio 2016

LA GUARDIA ROTTAMATA

Continua senza sosta la sistematica opera di smantellamento dello stato sociale di questo povero e ridicolo Paese che, a fronte delle esosissime tasse che paghiamo, dovrebbe garantire diritti e servizi sociali, come l’assistenza sanitaria, la pubblica istruzione, l’indennità di disoccupazione e i sussidi familiari, in caso di accertato stato di povertà o di bisogno, la previdenza sociale.
Ora, dopo le inesorabili riduzioni della spesa pubblica in ambito sanitario e la soppressione di strutture e prestazioni varie, tocca alla Guardia Medica. Deve essere rottamata, per vecchiaia o inutilità, per risparmiare o per creare altri problemi a chi ne ha già tanti di salute e di bilancio.
Il sindacato dei medici italiani protesterà oggi 11 maggio davanti al Palazzo di Montecitorio contro la riforma del governo che, oltre all’abolizione del servizio di Guardia Medica notturna, prevede anche che gli ambulatori dei medici di famiglia restino aperti per sedici ore, dalle 8 alle 24, tutti i giorni, mentre nelle ore notturne sarà operativo solo il 118. Sia in caso d’infarto che di mal di pancia.
Non è difficile ipotizzare che questo provvedimento porterebbe gli ospedali al collasso, intasando i pronto soccorsi, soprattutto per le urgenze e le emergenze, più di quanto già non lo siano.
Inoltre, la questione sarà più difficile e complicata per i piccoli Comuni, lontani dagli ospedali, in cui la Guardia medica è fondamentale per il primo intervento.

Dicevo retoricamente al mio amico, che pochi giorni fa si esprimeva a proposito si sanità pubblica e suggeriva, in buona fede, proposte e soluzioni, da quando e perché mai l’idea neo-liberista che sostiene e ispira il nostro governo dovrebbe avere molto a cuore la salute dei cittadini? Per carità cristiana, per buon auspicio o per speranza? Per un naufragato sogno di uguaglianza e di giustizia sociale? O come favola morale a lieto fine?
Partendo dal dogma della maggiore efficienza dei privati rispetto al pubblico, da sempre auspica la sostituzione dei servizi pubblici con quelli privati e privatizzati, come appunto la Sanità, le Poste, la Scuola, le Pensioni e la drastica riduzione delle spese sociali.
Predica di decurtare misure e previsioni per il sistema pensionistico, per l’assistenza sanitaria, per il salario di disoccupazione e per le tutele sindacali ormai superate. Vedi ex-articolo 18 e Tutele crescenti.

La sanità pubblica non deve funzionare perché deve favorire quella privata, le caste, le lobby e le Assicurazioni.
Infatti, non si fa altro che tagliare fondi, aumentare ticket, escludere prestazioni e accertamenti clinici.
Per fare esami del sangue, oltre al singolo costo del ticket per ognuno, bisogna pagare anche le tante singole ricette (15 euro l’una) che li comprendono, entro un certo limitato numero. Spesso, per risparmiare qualcosa, conviene farli privatamente.
La maggior parte dei farmaci (come quelli dermatologici, ortopedici, antivirali ecc.) sono a pagamento.
Per prenotare un esame, un’ecografia, una risonanza o un intervento chirurgico ci vogliono anche da sei mesi a un anno, con possibili variazioni regionali.
Molti ospedali sono stati recentemente chiusi e in alcune zone del Paese bisogna fare anche 50 km. di strada di montagna per raggiungere la più vicina struttura sanitaria pubblica.
E per chiudere in bellezza, è noto a tutti che molti anziani pensionati non si curano più perché non hanno soldi. Né, tanto meno, una polizza sanitaria.
E, fra poco, nemmeno la Guardia medica notturna.
 11 maggio 2016 (Alfredo Laurano)




martedì 10 maggio 2016

MIGRANTI PER VOTO

E’ una specie di migrazione elettorale quella strana “transumanza” di candidati al voto del prossimo 5 giugno, che si spostano verso i pascoli amministrativi, in una zona collinare-montana dell’Abruzzo.
Arrivano da Barletta, da Catania, da Napoli, dalla Sardegna, oppure dalle più vicine Sulmona e Teramo. Ad accomunarli la voglia matta e incontenibile di fare il sindaco o il consigliere a Carapelle Calvisio.
Nella nostra bella Italia, pochi conoscono Carapelle Calvisio, il più piccolo Comune in provincia dell'Aquila (30 km.), ad un'altitudine di 877 metri, con una popolazione di 85 abitanti, residenti. Paesino tranquillo e sereno, arroccato su una delle propaggini meridionali del Gran Sasso d'Italia, circondato da boschi di querce e pini, gode di un clima eccezionale.
Sarà proprio quell’aria buona, profumata e asciutta, sarà l’olio di oliva particolarmente pregiato che vi si produce, a dispetto dell’altitudine, sarà la cordialità dei suoi pochissimi residenti, sta di fatto che Carapelle, all’improvviso, è diventato il sogno segreto di ogni anelante amministratore.
Un incredibile “caso elettorale” che vede ben 7 candidati per la poltrona di sindaco, per altrettante liste, e ben 55 aspiranti consiglieri in un Comune in cui votano solo 67 persone.
Il sindaco uscente, Domenico Di Cesare, afferma che tre delle sette liste sono riconducibili a persone che puntano a giocarsi la poltrona di primo cittadino, quattro invece sono costituite da decine e decine di appartenenti alle Forze dell’Ordine - poliziotti, carabinieri e agenti penitenziari - che hanno diritto a 30 giorni di aspettativa retribuita perché la legge vieta loro di prestare servizio durante la campagna elettorale. Una ragione, quindi, ben lontana dalla tensione ideale che muove il perseguimento dell’interesse pubblico. Una sorta di vacanza premio, un mesetto di ferie aggiuntive.
Nulla da ridire, comunque, se le candidature fossero state presentate nei rispettivi Comuni di nascita o di residenza, visto che è un diritto di tutti candidarsi, per dare un contributo al proprio territorio. Molti di loro, però, a Carapelle Calvisio non ci sono mai stati e forse, fino a pochi giorni fa, ne ignoravano addirittura l’esistenza.
Tra i concorrenti a sindaco, c’è anche una signora di 72 anni che è arrivata lì, per la prima volta in vita sua, solo per autenticare la firma per la propria candidatura. 
Mi viene in mente un po' dello sciocco pensiero di Pertini, che affermava che chi approfitta della politica, per guadagnare poltrone o prebende, non è un politico, bensì un affarista, un disonesto.
Mi permetto di aggiungere: anche se ancora non è corrotto e non ha rubato. 
Per il momento, è solo un po’ furbetto.
9 maggio 2016 (Alfredo Laurano)


domenica 8 maggio 2016

L’IMPORTANTE E’ PARTECIPARE

Tutti pazzi per il Leicester.
Come ho già detto e scritto pochi giorni fa, da amante dello sport apprezzo molto l’impresa calcistica della squadra inglese, guidata da Ranieri. Ne parlano tutti, forse troppo, e in tutto il mondo. E’ uno dei tanti effetti della globalizzazione.
Una sfida epica capace di ribaltare i valori e di riscrivere favole e graduatorie. Una favola che si fa leggenda, una specie di miracolo che non si è quasi mai visto nella religione del dio pallone. Una città di provincia che si dipinge tutta di blu, travolta da un’onda anomala di piacere e di passione.

Ma c’è una cosa che proprio non capisco e, forse, non sono il solo.
Centinaia di tifosi italiani, che fino a qualche giorno o ora prima non sapevano neanche dove e cosa fosse il Leicester, hanno attraversato quattro Paesi e percorso più di 1500 km in macchina, in pullman, in aereo per festeggiare la squadra di Ranieri. Hanno invaso le strade della città, intonando cori per rendere omaggio alla straordinaria conquista del titolo.
Una fiumana tricolore, da mille a duemila persone, incurante del fatto che non ci fosse mezzo biglietto a disposizione e incurante anche del nubifragio che si è abbattuto sulla città, un'ora prima del match.
La maggior parte di loro, insieme ai tanti tifosi inglesi, anch'essi rimasti fuori dal King Power Stadium, hanno riempito, oltre ogni capacità, tutti i pub della zona per gustarsi la partita e birra a fiumi.
Erano quasi tutti partecipanti all'iniziativa di "Calciatori Brutti", il sito che aveva invitato i fans italiani, con l'ormai famosa "macchinata ignorante" ad arrivare in massa a Leicester. Molti di loro con le maschere dei giocatori di Ranieri - il cui volto era stampato sulle magliette - e un suo quasi sosia portato in trionfo nelle vie del centro.

E’ stata, comunque, una giornata memorabile, soprattutto per i tifosi inglesi.
Stadio tutto esaurito da settimane - i bagarini hanno provato a rivendere i biglietti a cifre cha hanno superato le 10mila sterline - hanno ascoltato dal vivo Bocelli, a fianco di Ranieri, intonare al centro del campo "Con te partirò" e "Nessun Dorma".
Tutti i possessori di biglietto hanno ricevuto in omaggio una bottiglia della birra partner del Leicester e un buono per una pizza gratis, circa 30mila.

Resta lo stupore per l’invasione dei giovani italiani che, squattrinati, rassegnati, senza lavoro e con non pochi problemi esistenziali, sono andati lì per festeggiare un titolo di altri, praticamente sconosciuti, per una forma anomala e bizzarra di sportiva solidarietà.
O solo per naturale esuberanza, per fare un po’ di casino, per vincere la noia e trovare un senso alla propria frustrazione. O per insulsa voglia di protagonismo.
A meno che, non fossero tutti parenti e amici del romano condottiero!
8 maggio 2016 (Alfredo Laurano)


venerdì 6 maggio 2016

LA STORIA DI FELICIA

Tra pochi giorni, il 9 maggio, saranno trentotto anni dalla morte di Peppino Impastato, il giornalista e attivista siciliano, ucciso dalla mafia, a Cinisi, per ordine del boss Gaetano Badalamenti.
Quel 9 maggio 1978 fu anche il giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma, ucciso dalle Brigate rosse dopo 55 giorni di prigionia, che oscurò completamente la notizia dell’omicidio di Impastato.
Il corpo del giovane giornalista siciliano, che era candidato alle elezioni comunali con Democrazia Proletaria, fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, per far credere che si trattasse di un attentato suicida.
Fra depistaggi, responsabilità della stampa, delle forze dell’ordine, archiviazioni e riaperture del caso, accompagnate da petizioni popolari, solo la determinazione della madre di Peppino, Felicia, e del fratello Giovanni - oltre al prezioso lavoro del giudice Rocco Chinnici, assassinato anch’egli dalla mafia nel 1983 - fecero emergere nei lunghi 24 anni la matrice mafiosa dell’omicidio. Fino alla verità e alle condanne del 2002 dell’esecutore Palazzolo, a 30 anni, e del mandante Badalamenti, all’ergastolo, entrambi poi morti in carcere.

Era un destino forse segnato quello di Peppino Impastato, nato a Cinisi in una famiglia di mafia. Un suo zio era un boss di prima grandezza, suo padre, Luigi, era amico del numero uno di Cosa Nostra, Tano Badalamenti, che fu poi il suo assassino.
Ma il ribelle, militante sinistra cambiò la sua sorte: fin da ragazzo prese le distanze da quel mondo di mafiosi e cominciò a denunciare il potere delle cosche e il clima di omertà e di impunità del suo paese. Per questo motivo fu cacciato di casa, giovanissimo, dal padre.
Fondò il circolo culturale Musica e Cultura, un’associazione che promuoveva attività culturali e che diventò un importante punto di riferimento per i ragazzi di Cinisi, occupandosi di ambiente, di campagne contro il nucleare e di emancipazione femminile.
Nel 1977, con la sua cerchia di amici creò Radio Aut, un’emittente autofinanziata di controinformazione, dalla quale derideva e sfidava la mafia e i politici locali: conduceva una trasmissione satirica in cui ne parlava in maniera dissacrante.

La fine di Peppino, ucciso 5 giorni prima della sua elezione a consigliere comunale di Cinisi - fu votato comunque e fu simbolicamente eletto - cambiò drasticamente la vita di chi gli sopravvisse. Di sua madre, Felicia e di suo fratello Giovanni, come di sua cognata Felicetta, che diventarono i custodi della sua memoria.
Da qui, il film - da non perdere - che sarà in onda il prossimo 10 maggio su Raiuno, interpretato da una straordinaria Lunetta Savino.

Se “I Cento Passi", aveva fatto conoscere al mondo la storia di Peppino, questo nuovo film “Felicia Impastato” racconta la lunga battaglia di una madre coraggiosa e delle sue lotte per ottenere giustizia. Mette in scena la sua forte personalità, senza tradirne il carattere e gli ideali popolari, l’intelligenza e la sensibilità di una donna siciliana semplice, ma determinata e fiera. Senza cadere nella tentazione di spettacolarizzare i sentimenti e sfuggendo al rischio del didascalismo e della facile retorica.

Le nuove generazioni hanno bisogno di queste storie.
Quella di Peppino e di Felicia, al di là dell’emotività, lancia messaggi positivi e educativi, anche se questo film è un omaggio alla memoria. Il futuro si può costruire anche in questo modo, perché la mafia uccide e il silenzio pure.
Come scrivono sul sito della Casa della Memoria Impastato, noi siederemo in prima fila perché, a dispetto degli indegni spettacoli che i media in alcuni casi ci offrono - vedi Riina jr a Porta a Porta - riteniamo che siano le drammatiche vicende come quelle di Felicia a dover essere raccontate e conosciute, da tante madri e tanti figli.
Preservare la loro memoria e raccontare al mondo intero quello che è stato il loro impegno nella lotta alla mafia sono doveri dai quali non ci possiamo esimere.
5 Maggio 2016 (Alfredo Laurano)

martedì 3 maggio 2016

OGGI A CHI TOCCA?

Aveva proprio ragione il povero Berlusca, quando si dichiarava vittima sacrificale di una giustizia ingiusta.
Questa magistratura comunista, giustizialista e vendicativa, che prima perseguitava lui, ora sta decimando la classe dirigente del PD, oltre a quella di alleati e amici vari di partiti e uomini di peso, che gravitano nell’area della sua maggioranza di governo.
E' uno scandalo che deve finire, quei poveretti rischiano l'estinzione. Occupiamo i palazzi e le aule di Giustizia, come fecero a suo tempo, a Milano, i fan dell'ex cavaliere, vessato e oppresso.
Non passa giorno che un povero piddino venga indagato o arrestato per reati vari, per mafia, per truffa o corruzione. Per peculato o concussione, per soldi pubblici trasformati in appalti pilotati.
Ladri, spacciatori e malfattori in tutt’Italia: al nord, al centro, al sud, isole comprese.
Per colpa del fidanzato petroliere e dei favori nella vicenda di Tempa Rossa, l’ex ministra Guidi si è dimessa e sputtanata.
Il consigliere comunale di Siracusa, Bonafede, è stato arrestato tre giorni fa con l’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti, mentre stava per imbarcarsi da Pozzallo alla volta di Malta, portando con sé, in un borsone, più di 20 chili di droga. Ma, forse era una modica quantità per uso personale.
Il presidente regionale del Pd in Campania, Stefano Graziano, dal giorno prima è indagato e accusato di concorso esterno per associazione camorristica, nell’inchiesta che ha portato a nove ordinanze d’arresto - compreso l'ex sindaco di Santa Maria Capua Vetere, già condannato per tangenti - per aver favorito il clan dei Casalesi in alcuni appalti.
E di oggi, fresca, fresca di giornata, la notizia dell’arresto del sindaco di Lodi, Simone Uggetti (Pd), per l’ipotesi di turbativa d’asta in relazione all’appalto della gestione delle piscine comunali. Stava formattando il computer per cancellare le prove della concessione truccata.
Ora s’è fatta sera, ma domani è un altro giorno.
3 maggio 2016 (Alfredo Laurano)