sabato 10 giugno 2017

MAGIA GIALLA

Fino a ieri, la città di Benevento (60.000 abitanti) - già Maleventum all’epoca di Pirro e dei suoi elefanti, sconfitto dai Romani nel 275 a.C.- doveva la sua fama, soprattutto, al celebre liquore giallo che lì si produce e alle streghe a cui si ispira e che gli danno il nome.
La storia delle famose Streghe di Benevento si diffuse dal XIII secolo proprio dalla città campana che, secondo le varie leggende, sarebbe il luogo prediletto dalle streghe italiane. Ma risale addirittura all'epoca romana, quando si diffuse in città il culto della dea egiziana della magia Iside, particolarmente cara a Domiziano, che le fece edificare un tempio in suo onore.
Da oggi, però, a Benevento è nata un’altra bellissima e straordinaria favola, quasi un miracolo sportivo: la sua squadra di calcio raggiunge la Serie A, per la prima volta nei suoi 88 anni di storia, una vera impresa, un sogno che si realizza. 
In città esplode la gioia e si fa festa in giallo e rosso.
E realizza anche un grande record: mai infatti un club esordiente in Serie B era riuscito a conquistare la massima serie al primo tentativo. 
Potere delle Streghe. 
Ma anche un po’, forse, del suo immarcescibile mago-sindaco Mastella.
9 giugno 2016 (Alfredo Laurano)



giovedì 8 giugno 2017

DISTRAZIONE FATALE

C’è chi abbandona un figlio nel cassonetto, chi lo lancia dal balcone, chi lo dimentica in macchina, come una borsa, un ombrello o la busta del pane.
Poi c’è pure chi non ricorda dove ha parcheggiato l’auto e, magari, pensa che gliel’hanno rubata. Con o senza bimbo all’interno, con o senza cane, in attesa, a far la guardia. Ma questo, al confronto, è un peccato assai veniale.
Capisco bene che non è la stessa cosa, che sono casi ben diversi, ma c’è qualcosa che, comunque, li accomuna: la dimenticanza, il vuoto di memoria, la distrazione fatale, l’assurdità del fatto, la difficoltà di capirlo dall’esterno e di valutarlo.

Ma si può veramente dimenticare un figlio in auto? Come una valigia sul treno o il giubbetto al ristorante? Solo il telefonino, come il primo amore, non si scorda mai.
Pare proprio di sì, anche se son casi limite e ce lo spiegano i soliti esperti, chiamati a giustificare i comportamenti umani.
Stress, lavori usuranti, problemi familiari, sentimentali o economici, beghe di lavoro, angosce esistenziali, vita difficile, stanchezza fisica, insonnia, fragilità emotiva e psicologica: sono tanti gli elementi che, proditoriamente, possono causare un black out del cervello, spegnere la luce della ragione e della vigilanza, sclerotizzare le sinapsi di alcuni nostri stanchissimi neuroni.

Un’altra creatura di un anno e mezzo, dimenticata dalla mamma per cinque ore, chiusa nell'auto sotto il sole, in provincia di Arezzo, è morta “arrostita” quando l’ossigeno è finito. "Non mi sono accorta di niente, non l'ho proprio vista" ha detto tra le lacrime e sotto choc la donna.
Un altro figlio “cancellato” dalla mente di un genitore che, convinto di averlo accompagnato a scuola o al nido, come sempre, se ne va tranquillamente al lavoro.

E prima di lei molti, troppi altri bambini sono morti così, stupidamente, per “dimenticanza”. Per automatismo e ripetitività dei gesti, dati per scontati, E invece i piccoli erano rimasti in auto, a dormire sul seggiolino. In silenzio, con la vita che nel calore scivolava via.
E’ successo di recente a Lecco, a Catania, a Passignano, a Teramo, a Livorno: sempre con le stesse modalità e con la stessa inaccettabile fine: morte per ustioni, disidratazione e arresto cardiaco.
E’ difficile ammetterlo - dicono sempre i soliti esperti - ma può succedere a chiunque.

E ovvio che, per un genitore, questo solo pensiero devasta la coscienza e, se e quando la tragedia accade, non c’è pena maggiore da scontare che quella dell’eterno rimorso.
Anche se il padre di Luca di due anni, di Piacenza, è stato assolto dall’accusa di omicidio colposo, grazie a una perizia psichiatrica che lo giudicò “incapace di intendere e di volere” perché colpito da “amnesia dissociativa”.
A volte, ricorrendo all’irriverente paradosso, potrebbe bastare un semplice post-it sul cruscotto per salvare la vita di un bambino.
  (Alfredo Laurano)


VORREI RICORDARE

Riporto uno stralcio dello scritto della mia cara amica Giulia Bettini, che coincide con il mio pensiero.
“Vorrei ricordare che Totò Riina, se pure anziano e malato, non è che sia abbandonato a se stesso, senza trattamenti sanitari;
vorrei ricordare che questo individuo, negli ultimi anni, è stato più volte ricoverato in ospedale per essere curato;
vorrei ricordare che non si è mai pentito, non ha mai chiesto perdono, non ha mai collaborato con la giustizia;
vorrei ricordare che fino a un paio di anni fa ordinava stragi anche dal carcere;
e infine vorrei ricordare che questo individuo ha ordinato carneficine, ha fatto sciogliere bambini nell'acido, ha fatto saltare in aria uomini come Falcone e Borsellino, con relative scorte, ha fatto uccidere il generale Dalla Chiesa e sua moglie, senza contare tutti gli altri infiniti orrori dei quali si è reso colpevole.
Per come la vedo io, Totò Riina è la personificazione stessa del Male. Sì, proprio del Male, con la emme maiuscola!
Mi chiedo con quale vergognoso spirito, adesso, si appelli al diritto di avere una "morte dignitosa"! Nessuna morte sarà mai dignitosa per lui!  
Le morti dignitose, per quanto orribili, sono state quelle delle sue vittime, di chi ha sacrificato consapevolmente la propria vita per combattere la mafia!”

In attesa che Bruno Vespa riorganizzi il suo salottino, ospitando ancora il figlio di Riina, mi permetto solo di aggiungere che “nessuna morte sarebbe mai dignitosa per lui”, perché non è stata certo dignitosa la sua vita di abietto, ignobile, spietato e schifosissimo “uomo d’onore”, condannato a 18 ergastoli. Un rifiuto umano, un errore evolutivo, privo di ogni forma di coscienza e umanità, ipocritamente (come tutti i luridi mafiosi) devoto ai santi e timorato di Dio.
Che marcisca nella sua sporcizia esistenziale e morale. Prima, durante e dopo.
(Alfredo Laurano) 


lunedì 5 giugno 2017

DIALOGHI DELLA NAZIONE

Dice: e ora è fatta, vai col triplete, tre traguardi, tre coppe, una certezza!
Ma, alla fine, invece, è rimasto solo il dueplete, con non poca delusione degli zebrati e per la gioia di tanti gufi senza strisce.
Dice: ma è pur sempre una squadra italiana che giocava contro una straniera. Bisognava per forza e per dovere tifare Juve! Un po’ di sano nazionalismo, cribbio!
Dice: ma perché? Siamo invasi, siamo attaccati dal nemico, siamo in pericolo? 
O si gioca semplicemente a pallone e, quindi, si parla da sportivi, ma si pensa da tifosi?

Il tifoso professa una fede, ama solo i suoi colori e suona le campane a festa del suo solo campanile.
Solo i morbidi, gli equidistanti, i patrioti dell’Italia innanzitutto, i tifosi senza anima, né storia, la pensano così. Ma non fanno testo, sono come quelli di Salvini che dicono: prima gli italiani, a prescindere da tutto: dai diritti, dai doveri, dagli obblighi morali, dalla giustizia e dal buon senso.

La Juventus, in verità, è la squadra che ha vinto di più, che vince sempre, che ha più tifosi in assoluto. Ma è anche la più ricca, la più arrogante, la più prepotente, la più protetta, la più odiata. E’ quella che ha sempre esercitato e rappresentato il potere, che ha sempre rubato e intrallazzato, che compre chi vuole, che ha in pugno gli arbitri, che ricorre al doping (solo quando occorre), che apparecchia le partite o trova un rigore al novantaduesimo minuto. Ma solo in Italia, dove un dì regnava Agnelli e la sua Fiat. All’estero la sua longa manus ha qualche difficoltà e l’abbiamo visto tutti.
Nonostante abbia sede a Torino, i suoi tifosi non sono torinesi, quasi tutti torinisti, ma sono di tutte le altre regioni italiane: sono lombardi, marchigiani, veneti, pugliesi, calabresi e, purtroppo, anche romani. 
Toscani e napoletani, sicuramente no. Da sempre nutrono una certa, impalpabile idiosincrasia per quei colori anonimi.

A Napoli, ieri sera, dopo la sconfitta, hanno fatto caroselli e sparato fuochi d’artificio. Da molte finestre aperte, ogni goal del Real veniva salutato con olè, brindisi e pernacchie alla faccia di Higuain. Nei tantissimi commenti su stampa, radio e web, quasi tutti hanno confessato di aver goduto tanto. 
E, ripeto, lo spirito patriottico, il sentimento collettivo nazionale, la squadra che rappresenta l’Italia? 
Questo tipo di retorica patriottarda non ci appartiene proprio, lasciamola agli sciovinisti. 
A malapena resiste, e manco tanto, per la nazionale azzurra ai mondiali o agli europei.
Sono più che certo, tuttavia, che, qualora una finale così importante, la giocasse per assurdo il Sassuolo, il Crotone, il Torino, il Chievo o l’Udinese, l’Italia intera si stringerebbe a “coorte” e tiferebbe convinta e unita per costoro. 
Chissà perché?  (Alfredo Laurano)



SECONDO LA PRASSI

Finale di Champions, sfida di squadre e di pallone: vince il Real, ma, soprattutto, stravince il panico e il terrore.
Altri due attentati, uno vero, reale, con sette morti e una cinquantina di feriti a Londra (il terzo in tre mesi), l’altro presunto, temuto, possibile, inventato dalla paura e dalla psicosi terrorismo, a Torino, che ha provocato, comunque oltre 1500 feriti. Ma poteva andare peggio. Entrambi, in contemporanea, quasi in diretta mondiale.
Mentre si svolgeva il secondo tempo della partita di Cardiff, intorno alle 22, un furgone è piombato sul London Bridge travolgendo i passanti. Ormai è quasi una prassi, un classico che si ripete. 
Il van si è schiantato a pochi metri dal ponte e ne sono scesi tre uomini armati di lunghi coltelli che hanno cominciato a colpire, con inaudita malvagità, chiunque si parasse davanti. Poi, dopo aver seminato morte e terrore, sono stati abbattuti dalla polizia, secondo copione. 
Secondo la premier, tuttavia, l'Intelligence avrebbe sventato in questi mesi altri cinque complotti. Secondo la cronaca, tra pochi giorni, lì si vota.

In quegli stessi minuti, in piazza S. Carlo a Torino, forse per lo scoppio di un petardo, la folla che seguiva la partita sui maxi schermi ha temuto un attentato e, presa dal panico, ha cominciato a correre a perdifiato per mettersi in salvo. Tutti hanno calpestato tutti, hanno camminato sopra a quelli caduti, hanno schiacciato corpi, teste, facce, gambe. Due donne e un bambino sono gravi, in rianimazione. Qualcuno ha detto: “sembrava un altro Heysel”. 

Nel fuggi fuggi generale, la stragrande maggioranza delle persone ha perso scarpe, zaini ed effetti personali e si è ferita correndo su un tappeto di vetri rotti di bottiglie di birra, vendute liberamente dagli ambulanti per le vie del centro.

Intanto, per quello che, di riflesso, ancora conti sul piano sportivo, la Juve perdeva e, giustamente, ha perso l’ennesima finale. Con somma gioia dei tanti tifosi italiani, che hanno superato la retorica patriottarda della squadra italiana che combatte lo straniero e odiano i bianconeri. O di quelli diversamente o proprio anti Juventini - a cominciare dai torinesi veri, tutti torinisti - e con la massima goduria di quelli napoletani che hanno brindato e sparato fuochi d’artificio, alla faccia di Higuain. All’estero, nei tornei internazionali, gli arbitri e le squadre non si scansano…
Si, stavolta, pensavano di vincere davvero, soprattutto i tanti arrivati dall'Australia, dal Belgio, dalla Polonia e ovviamente da tutt’Italia. 
Ma hanno miseramente perso, insieme alle tante vere vittime di un terrorismo che invece continua vincere tutte le sue battaglie infami e le sue multiformi strategie di morte.
4 giugno 2017 (Alfredo Laurano)



LACRIME DI COCCODRILLO

Che gusto c’è ad acquistare e indossare borse, portafogli, cinture e cinturini in pelle di coccodrillo, dietro la cui produzione si nasconde un orrore di cui, forse, non ci si rende davvero conto?
Lo sanno costoro che I rettili vengono scuoiati vivi brutalmente solo per soddisfare i loro vacui desideri o di quelli che ricercano accessori considerati di lusso, da usare o da indossare come status symbol?
Davvero pochi sono consapevoli dell’estrema crudeltà che gli animali esotici sono costretti a subire per essere trasformati in semplici accessori.
Sulla schiena dei coccodrilli viene praticata un’incisione che permette di scuoiarli vivi. Alcuni si muovono ancora mentre la loro pelle viene rimossa.
La morte dei coccodrilli scuoiati può avvenire anche molte ore dopo la tortura. Rimangono sensibili a lungo allo stress e al dolore di questa insensata crudeltà.
Per realizzare una borsa media è necessario l’abbattimento di almeno quattro esemplari.
Per anni, grandi marchi della moda, come Louis Vuitton, Givenchy, Christian Dior e tanti altri hanno sfruttato in Vietnam tale produzione, anche se oggi se ne dicono estranei.

La Peta, organizzazione non profit a sostegno dei diritti degli animali, attraverso vari video, ha messo in mostra la terribile realtà di cui sono vittime decine di migliaia di questi animali, che vengono allevati o catturati, torturati e uccisi per essere trasformati, venduti ed esibiti, sotto varie forme, in tutto il mondo, un segreto che la grande industria del futile è riuscita a tenere ben nascosto, a lungo, a livello internazionale.

Per promuovere un’altra forte campagna di sensibilizzazione, la stessa Peta ha creato un finto store in un centro commerciale di Bangkok, dove, aprendo una borsa, provando guanti e scarpe o tirando la zip di un giubbotto, le persone - ignari potenziali clienti - si sporcano di sangue e scoprono il cuore pulsante di qualche animale. Una visione che fa rabbrividire e inorridire, come mostrano le loro espressioni e reazioni, riprese e poi montate in video.

Tutto questo è già successo e succede, da tempo, anche nella produzione delle pellicce di altri animali allevati, torturati, uccisi o scuoiati vivi per le stesse ragioni, o estratti come i piccoli di foca dalle pance delle madri.
Non resta che il rifiuto di queste insulse mode e il boicottaggio di tali prodotti di pura crudeltà, oltre alle campagne di informazione, per far conoscere al grande pubblico i maltrattamenti e le sevizie che violano il rispetto e i diritti degli animali.
Visoni, ermellini volpi argentate, linci, lontre, marmotte e cincillà costretti in gabbie troppo piccole, al freddo e in condizioni igienico sanitarie inesistenti, colpevoli di avere per natura un pelo folto e lucente che gli stilisti sanguinari, maestri di eleganza, stile e tendenza, hanno deciso essere il principale motore del loro business, in questo continuo e assurdo ecocidio.
L’unico modo per demolire il sistema di affari è, innanzitutto, rinunciare a questa logica aberrante e poi contribuire, con ogni mezzo, al calo della domanda di questi schifosi beni di lusso, realizzati massacrando esseri senzienti, per capriccio, voluttà e indegno esibizionismo.
Senza versare nemmeno una lacrima di coccodrillo.
3 giugno 2017 (Alfredo Laurano)




venerdì 2 giugno 2017

LA FAVOLA DI VITTORIO

L’eco del saluto di Totti al mondo del pallone non si è ancora spenta e l’emozione popolare che ha scatenato permane nel cuore di centinaia di migliaia di tifosi e di italiani, che hanno sofferto e pianto, versando fiumi di lacrime d’affetto.
Quel crudele addio, imposto dal tempo e dall’anagrafe, è stato, comunque, una forzatura, un obbligo previsto e ineluttabile, ma non voluto, che, obtorto collo, si è dovuto accettare: sia da parte del non rassegnato popolo giallorosso, che dal suo idolo fatto in casa.

Ma perché tanto clamore, tanta commozione, tanto spazio, tanti servizi, articoli, commenti e video storici che hanno intasato il Web, le TV e i telefonini? - si domanda qualcuno, con fastidio e malcelato cinismo e, in qualche caso, con taglienti punte di invidia, di rabbia e gelosia. “Fatele finita co ‘sto teatrino dei ricordi, co sta farsa dei sentimenti, siete ridicoli”.
Semplicemente, perché quella di Totti è ed è stata una straordinaria storia d’amore, prima di essere la storia del talento, di un fuoriclasse dello sport, di un bravo ragazzo ricco di valori e umanità. E questo, inutile ribadirlo, lo sanno tutti: sportivi, tifosi, compagni, avversari, laziali e insensibili compresi.

Un amore, reciproco e incondizionato, verso una maglia, verso una bandiera, verso la città di Roma, da parte di Francesco, che tutti hanno ricambiato, “esclusivizzato”, esaltato alla massima potenza. Una simbiosi totale che gli ha dato la consapevolezza di essere amatissimo, di avere un posto importante nel cuore della gente. Che lo ha fatto rinunciare a ben altri onori e gloria, a cambiare squadra, a vincere tante coppe e trofei, a guadagnare sempre di più, ma al prezzo di non essere più amato, come nessuno ama Ronaldo, Messi o Ibraimovich. Perché Totti e la Roma sono una parola sola.

Testimonianza esemplare di tanto sentimento è la storia di Vittorio, romantico tifoso di 83 anni che da settanta non manca mai allo stadio, per seguire la sua Roma: “non ho parenti, sono morti tutti, m’è rimasta solo la Roma e sono ancora un vecchio curvarolo”.
Vive a Trastevere, dove tutti lo chiamano “Manfredina”. I suoi due fratelli purtroppo non ci sono più. Non si è mai sposato e la squadra è tutta la sua vita.
La sua piccola casa è una specie di museo: un’intera stanza è dedicata alla sua Roma e, in particolare, a Francesco Totti, di cui ha libri, storie, album e statuine. Poi, sciarpe, bandiere, fotografie, riproduzioni, oggetti e cimeli di ogni genere.

E domenica mattina, prima dell’ultima partita di Francesco e del campionato, il vecchio e piccolo Vittorio ha ricevuto un premio assai speciale, ha realizzato un sogno.
Come riconoscimento a tanta fedeltà, è stato invitato a Trigoria, ha conosciuto personalmente la squadra e, soprattutto, il suo cocchetto, che gli regalato la sua maglia autografata e lo ha abbracciato, con affetto, come un nonno. Una emozionante incontro che Vittorio non dimenticherà mai e che, certo, meritava.
Poi, come sempre allo stadio, a omaggiare l’ultima di Totti, fra centomila voci che lo hanno fatto innamorà.
2 giugno 2017 (Alfredo Laurano)