domenica 18 gennaio 2015

RENZEIDE


RENZEIDE: Invasioni

E’ singolare – ma è certamente una dimenticanza, in buona fede – che, ad Invasioni Barbariche, la spietata e incalzante Bignardi, che aveva legittimamente chiesto al cinquestellato Di Battista se lo imbarazzasse avere un padre fascista, non abbia ritenuto opportuno chiedere a Renzi se lo imbarazzi avere un padre indagato per bancarotta. (A. La.)


RENZEIDE: Carosello

Da qualche tempo hanno ripristinato il vecchio Carosello. Con tanto di giostrina e musichetta.
Nei suoi gagliardi siparietti potrebbero trovar spazio, posto e tono – pubblicitario, leggendario e favolistico – gli spot, gli annunci, le promesse e i suadenti calembour renziani, veri mini-film d’autore e d’autarchia.
Anche se per Mr. Arrogance, nulla si ricicla, tutto si rottama. (A. La.)



ONNISCIENZA

Si tratta della facoltà di essere a conoscenza di tutto ciò che è accaduto in passato, che sta accadendo nel momento presente e che accadrà nel futuro.
Ripassiamo un po' di catechismo.
Onnisciente è l'attributo riferito alla natura divina. Oltre a perfettissimo e a onnipotente.
Quando eravamo piccoli, solo Dio era onnisciente - che brutta o strana parolaccia, si pensava - perché la sua assoluta perfezione escludeva la possibilità di un suo limite, di una sua qualsiasi ignoranza o scarsa competenza.

Oggi, questo concetto si è molto esteso e antropomorfizzato e quasi comincia a dilagare, ben al di là del catechismo. E ha pure cambiato nome, senso e proprietario: "COSI’ SAN TUTTI", direbbe Mozart!
La tuttologia - prosaico neologismo che lo ha sostituito - è l'illusione universale del saccente. E' la capacità di discorrere di tutto lo scibile umano e disumano senza alcuna preparazione specifica, oltre a trovare una risposta non richiesta a tutte le domande che nessuno ha mai posto: la scienza della fuffa, per Nonciclopedia.
E’ un'aberrazione della conoscenza, una manomissione dell'esperienza, una contraffazione della sapienza e anche e, forse, soprattutto, lo sfruttamento dell'altrui benevolenza.
Al di là del paradosso teologico o filosofico, parlare molto per non dire niente o parlare dell'inutile o parlarsi addosso è diventato quasi un imperativo categorico nella società pirandelliana dell'apparenza, oltre che una moda, una tendenza creata e sostenuta dai media e dalla tecnologia: fa vendere, fa profitto, fa audience, inventa star e grandi opinionisti, nasconde l'ignoranza ed esalta vanità, narcisismo e presunzione. 

Scienza e natura a parte, c'è ancora differenza fra vero e verosimile? 
A guardare la politica, l'economia, il linguaggio e la comunicazione sembrerebbe di no. Non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che sembra.
Ognuno ha la sua verità, basta saperla raccontare e farla "apparire" come tale.
Dopotutto, anche il mondo del virtuale assai spesso si ammanta di reale. 

Così è, se vi pare. Se vi pare vero!
17 gennaio 2015      (Alfredo Laurano)               
                                                            

venerdì 16 gennaio 2015

DAME DI GUERRA


I soliti commenti crudeli e impietosi che avevano condannato la scelta delle due ragazze italiane di portare aiuti in Siria, hanno accompagnato, inesorabilmente, anche la loro liberazione. Con il carico aggiuntivo di critiche e polemiche: quanto denaro è stato pagato per il riscatto, quanto ne sarà usato per comprare armi e uccidere ancora?
Osservazioni anche giuste e, in parte, condivisibili.

Ma la vita umana? La vita di due giovanissime volontarie non conta niente? Il sacrificio di chi si spende per aiutare altri che non hanno nulla, se non la propria miseria e la propria disperazione, ha un senso o è come andare in discoteca a sballare con gli amici. C’è una qualche differenza tra impegno e disvalore?

Sorprende, al contrario, come nell'era dei consumi, degli stereotipi sociali, del neoedonismo psico-socio-liberista ci sia ancora qualche folle ragazzina che rinuncia a giocare con l’iPhone e agli altri riti collettivi per combattere il cinismo e l’indifferenza.

Cinque mesi e mezzo di prigionia consumati in condizioni drammatiche, tra minacce e violenze brutali. Questa, senza scendere nei dettagli, è la cruda sintesi del sequestro di Greta e Vanessa. Finito nel migliore dei modi, fortunatamente, ma sospeso fino all’ultimo tra rischi e incertezze.
Sono arrivate questa notte a Roma, stremate e senza forze. Non sarà facile per loro metabolizzare quest’esperienza.

In ogni caso, visti anche casi precedenti, sarà opportuno rivedere e ripensare - sul piano pratico e politico - le attività delle organizzazioni italiane di volontariato che operano in teatri di guerra e di terrore, dove il rischio di sequestri e il pericolo di vita è così alto che nemmeno i più sofisticati apparati di intelligence possono evitare o prevenire.

Ma, comunque la pensiamo, che giochino a ostaggi e prigionieri, che siano amanti del brivido e dell’avventura, o che siano messaggeri di pace e di solidarietà, queste due fanciulle coraggiose meritano una qualche considerazione, anche perché non cercavano la luce dei riflettori o i titoli di stampa o la nomination al “grande bordello”.
Almeno, un po’ di più di tante dolci dame di compagnia che siedono, beate, in Parlamento.

16 gennaio 2015      (Alfredo Laurano)


giovedì 15 gennaio 2015

CECCHINI DEL WEB

Alle bestie parigine corrispondono, in sedicesimo per fortuna, bestie nostrane”. Lo scrive Achille Saletti e lo dico anch'io.
Il riferimento è a quella parte di spregevoli commentatori che hanno mostrato profondo godimento alla notizia che Emma Bonino è affetta da tumore e dovrà affrontare un ciclo di cure, limitando le sue attività: una valanga di ignobili pensieri e di volgari espressioni, tra accuse di ladrocinio, in quanto esponente politico, e l’auspicio che il male sia celere per pesare meno sulle tasche degli italiani. Con Bersani, colpito da malore e a rischio vita, gli stessi, o simili, sciacalli avevano fatto anche peggio.

Premesso che questa piccola donna coraggiosa, sottile ed infrangibile, laica e riservata, da sempre impegnata in prima linea per difendere i valori della solidarietà e della libertà, non appartiene certo a quella schiera di politici che vivono di scandali e corruzione o che derubano gli italiani, né è stata mai sfiorata da sospetti o accuse di reati o di ambiguità, non si capisce il perché di tanta violenza verbale nei suoi confronti e, soprattutto, su un argomento, come quello della salute, che dovrebbe lasciare pochi margini al dibattito politico. 
E, invece, gli ineffabili professionisti dell’insulto sul web - che ormai dilagano e si riproducono più dei vermi e dei conigli - non fanno sconti, non conoscono il rispetto e non distinguono. Non criticano, non argomentano, non giudicano i fatti e le scelte di chiunque, vomitano soltanto odio e cattiveria.
Non sanno nemmeno separare gli aspetti pubblici e quelli umani di una qualunque persona. Sparano a prescindere, come cecchini mercenari del rancore, del disprezzo e della rabbia repressa: ogni occasione è buona per pubblicizzare la propria gratuita idiozia.

Sono gli analfabeti della convivenza umana, esseri profondamente ignoranti che trovano su Internet il luogo ideale per manifestare la propria pochezza, i loro bassi istinti, la loro personalità deviata. Per socializzare all'incontrario. Spesso nell'anonimato.
Bonino a parte, ciò vale sempre, vale per tutti e per ogni argomento; per ogni evento o personaggio che si affacci in qualche modo alla ribalta della rete o della stampa.
Un insulto, una parolaccia, uno schizzo di veleno non si nega mai a nessuno.

Questo è uno degli aspetti più odiosi e insopportabili che ci regala l’eccesso di comunicazione on line. Internet ha legittimato, o come si dice oggi, sdoganato, una nuova forma di protagonismo, ha dato un’anima e una possibilità a tante comparse umane e a oscuri figuranti della razionalità.
Vigliaccheria e bullismo, sia giovanile che maturo, nascosti spesso dietro la protezione di uno schermo e una tastiera. Tutti si sentono in diritto di sentenziare, di usare toni bellici, ingiurie e turpiloquio, minacce e proteste qualunquiste, buttate alla rinfusa per sentirsi importanti, per esserci e per avere l’illusione di contare.

Ma tutto ciò non fa che denunciare profonda frustrazione, insoddisfazione e scarsa connotazione di umanità e porta alla necessità di individuare, sempre e comunque, un nemico da oltraggiare, senza distinzioni, senza mediazioni.
E nella costruzione del nemico trovano la prova ontologica della propria esistenza.
In caso contrario, il loro fallimento sarebbe troppo fragoroso.

15 gennaio 2015         (Alfredo Laurano)

CASTIGAT RIDENDO MORES

Prendo spunto dalle garbate parole del mio amico Antonio che, pochi giorni fa, commentando il mio pezzo “Il terrore della satira”, si diceva non d’accordo su alcune mie conclusioni. “La satira è sempre irridente, spesso offensiva, altrimenti che satira è? Può essere più o meno elegante, più o meno gradevole a chi la legge, ma da che mondo è mondo chi fa satira usa termini, immagini, apprezzamenti pesanti…”
Nel successivo scambio di opinioni osservavo - ferma l'assoluta condanna del massacro parigino e di ogni forma di fondamentalismo - che irridere non equivale a offendere. Che sfottere non significa insultare. 

Se voglio fare dell'ironia, anche estrema, scomoda e irriverente sulla madre o la sorella di qualcuno, su una santa o una madonna cristiana, o su una figura spirituale buddista o tibetana, non dirò mai che è una zoccola, una pazza o una criminale. 



Il vilipendio della religione (e la blasfemia, in quanto offensiva del sentimento religioso di alcuni fedeli) è punito penalmente in molti paesi, sia teocratici che laici. 
Abbiamo forse dimenticato la provocatoria maglietta dell’irresponsabile Calderoli, esibita in TV, che irrideva a Maometto e che provocò assalti, scontri e numerose vittime presso chiese e ambasciate italiane nel mondo, qualche anno fa? E che, a invece di carceralo, ci è costato un milione di euro per metterlo sotto scorta? 
A lui, è andata bene, forse perché era ben protetto dal Palazzo. I poveri redattori trucidati di Charlie non avevano, purtroppo, molti santi in alcun paradiso. Tanto meno, in quello di Allah.

Non mi sognerei mai e poi mai di mettere in discussione la libertà di stampa e di pensiero - ne ho fatto un dogma e una bandiera nella mia vita - né invocherei mai una qualsiasi forma di censura, ma scalerei soltanto il concetto di satira sull’accidentato crinale della responsabilità personale, fra le vette dell’ironia, del sarcasmo e del rispetto: un eventuale limite deve nascere dal buon senso, dalla discrezione, dalla nostra coscienza. 

Non dovremmo mai dimenticare che “La nostra libertà finisce dove comincia la vostra” (Martin Luther King). Ma, molte volte, lo facciamo e per ribadire la nostra, calpestiamo quella degli altri e, quindi anche la loro libertà di credere in qualcosa, in una fede, in un'idea, un simbolo. 
Questo, a mio avviso, è il vero significato del laicismo. 

Il confine tra satira e offesa, e anche diffamazione, è quindi molto sottile e sta a noi valutarlo e distinguerlo con giudizio. Anche perché non potremmo avere alcun confronto dialettico con alcuno, a suon di offese e insulti (pur se accade spesso, ma quella è altra cosa), anziché sulle idee sul ragionamento o, volendo, sul reciproco cazzeggio. Spesso diciamo, infatti, "scusa se ti ho offeso, ma intendevo soltanto scherzare". 


A tal proposito, la saggezza popolare ci ricorda: "scherza coi fanti, ma lascia stare i santi". E oggi, pure il Papa, dalle Filippine, mi dà ragione e dice che la pensa come me….

15 gennaio 2015      (Alfredo Laurano)  

martedì 13 gennaio 2015

NARCISI DIGITALI



Entrate in un qualsiasi ristorante, di una qualsiasi città, a una qualsiasi ora e osservate la gente seduta ai tavoli: prima di cominciare un pasto, durante e dopo, con gli amari della casa e l’orrendo limoncello.
Sembra tutto normale, come sempre, come una volta: qualcuno sfoglia il menù, prova a conversare, a scambiare due parole, a rispondere e magari… pure ad ascoltare!
Ma dura poco.
Sono solo i preliminari di un rito collettivo, che si ripete, almeno cinque volte al giorno, come la preghiera dei musulmani. Del nuovo obbligo sociale, di quell’ adattamento evolutivo che il povero Darwin non poteva prevedere.

Una ventina di anni fa, per educazione, per decenza e per buon gusto, ancora si evitava di rispondere ad alta voce, davanti a tutti, quando squillava il telefonino: ci si appartava, chiedendo scusa. Anche, con un certo imbarazzo.
A tavola, si spegneva il cellulare, come in chiesa, come a teatro e nei concerti. Per riservatezza e come forma di riguardo nei confronti degli altri.
Da tempo, non è più così.

Accanto al piatto e alle posate, come la colt dei cowboy del vecchio West, giace, vibra, “vive e lotta insieme” a noi l’oggetto della nostra collettiva perversione, l’attrezzo tecnologico che più ha trasformato la vita quotidiana, il termometro di quella monolitica fede digitale che tutti arruola ed accultura: lo smartphone, che ogni sette, otto giorni si rinnova, si assottiglia e offre qualche pixel o qualche applicazione in più.
E’ il simbolo di una tremenda, inguaribile dipendenza - che inizia assai prima della scuola elementare - che nessuna comunità, né lo sciamano, può curare o contrastare.
Lo strumento universale che condiziona scelte, pensieri e comportamenti è sempre lì, vicino a noi, a portata di mano e di occhi, per essere coccolato e delicatamente accarezzato, anche tra un boccone ed un respiro. Come una protesi più importante di una mano, come la transizionale coperta di Linus che supplisce a ogni nostra carenza affettiva, che si attiva col magico touchscreen.

Sempre connessi, sempre on line, sempre on air nell’era del nuovo enciclopedismo di Voltaire e Diderot del terzo millennio.
“Ci illumina d’immenso” quel display, ci consiglia e ci conforta ogni momento, appaga il nostro digitale narcisismo.

In una mano la forchetta, nell’altra l’ossessione che spinge a controllare, ogni tre, quattro minuti, se è arrivata una chiamata, un’email o un messaggio di Whatsapp o se qualche amico ha postato l’imperdibile foto del suo cane che sbadiglia o del criceto innamorato. 
Inconsapevolmente posseduti da un’ansia cognitiva, invece di guardare chi ci sta di fronte, scarichiamo la posta, navighiamo su Facebook, scopriamo un sito o una notizia, fotografiamo i piatti, i luoghi e ogni stronzata.

E di notte, quella “irrinunciabile ossessione” dorme accanto a noi sul comodino e si rinutre di energia vitale.
Ma lì, su quella tavola imbandita, lasciamo i pensieri e le emozioni che l’iPhone ci ha ormai rubato.                                                     
12 gennaio 2015                (Alfredo Laurano)

domenica 11 gennaio 2015

IL DUOMO E' OMAGGIO

Decine di associazioni di ogni orientamento politico, religioso e civile hanno aderito alla manifestazione organizzata da Emergency per oggi 10 gennaio 2015, in piazza Duomo a Milano, per esprimere solidarietà alle vittime del terrorismo in Francia e per dimostrare l'unità nella difesa dei diritti.

“Non vogliamo cedere alla paura e all'odio – si legge nell’appello di Cecilia Strada di Emergency - rifiutiamo la logica di chi divide il mondo in base alla religione, al colore della pelle, alla nazionalità. 
Rifiutiamo la logica di chi specula sulla morte per i propri interessi, alimentando una spirale di odio e violenza.
È il momento di stare insieme, di far sentire la voce di tutti quelli, e sono tanti, che di fronte alla morte e alla violenza rispondono con il dialogo, la solidarietà e la pratica dei diritti.

Per sottolineare questo clima di solidarietà e fratellanza che unisce tanti italiani animati dall’amore per la pace e contro la violenza, riporto alcuni lodevoli commenti dei lettori del Giornale, che ha così titolato il suo brillante pezzo sull’iniziativa: “Milano regala il Duomo agli islamici”:

- Questa manifestazione è il raduno di tutta la feccia che sta distruggendo Milano e l'Italia con la sua criminale ignoranza.
- In Italia è presente la più alta quantità di deficienti d'Europa ...o anche del mondo!!!!
- Frasi fatte noiose, melense, retoriche ed inconcludenti da parte di una congrega di scoppiati. Non ci meritiamo questi soggetti, ma tant'è. Alla prima strage sul suolo italico cambieranno idea...
- Maledetti comunisti, non aggiungo altro.
- Si, i responsabili di questo casino saranno tutti là, una buona occasione per censirli!
- Grazie, ma insieme con questa feccia mai.
- Sono dei poveri mentecatti che avrebbero bisogno di essere messi sotto tutela, si fanno prendere per i fondelli dai musulmani e ne gioiscono”.

A costoro, raffinati spacciatori di saggezza e di buon senso, vorrei ricordare che Il terrorismo si combatte con la cultura, la solidarietà, il rispetto: sono questi gli strumenti che aiutano a non ragionare a senso unico e a non fomentare odio e fanatismi di ogni genere.
Diritti, democrazia e libertà sono l’unico antidoto alla guerra, alla violenza e al terrore. Dove l’odio divide, i valori e gli ideali possono unire.

10 gennaio 2015                                (Alfredo Laurano)