venerdì 21 agosto 2015

MAFIEGGIANDO IN POMPA MAGNA

Non siamo a Palermo o a Corleone, a Marcianise o a Casal di Principe, a Scampia o in Aspromonte, ma nella capitale d’Italia. Di un’Italia non più definibile, non più intercettabile, non più comprensibile. Un Paese sempre più ostaggio della criminalità e della corruzione, a dispetto della sua storia e del suo immenso patrimonio culturale che tutto il mondo ci invidia, al netto dello schifo e del degrado.
A Roma, ieri, è andato in onda, tra lo stupore generale e la vergogna di cittadini sbigottiti e increduli, il funerale trionfale, in pompa magna, di Vittorio Casamonica, capo clan dell’omonima dinastia. Sembrava un film, ma non lo era.
Una carrozza antica, intarsiata di finimenti dorati, trainata da sei cavalli neri col pennacchio e le note de "Il Padrino", suonate dalla banda, ad accompagnare il feretro in un lungo corteo. In cielo, un elicottero, come fosse un aereo pubblicitario che lancia volantini sulle spiagge, spargeva masse di petali di rose: così sono iniziati i funerali del boss sessantacinquenne Vittorio Casamonica, che si sono svolti nella chiesa di Don Bosco, tra una folla di commossi amici, parenti e devoti affiliati e dipendenti.
All'esterno della chiesa, era appeso un manifesto con la scritta "Re di Roma", insieme a un fotomontaggio raffigurante il Colosseo la Basilica di San Pietro e l'immagine dell'uomo vestito di bianco, come il papa, con un crocifisso. Su un altro manifesto, invece, c'era scritto: "Hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso".
Un funerale all'insegna dello sfarzo, che ha intasato le strade e congestionato il traffico, per ribadire, alla faccia delle inconsistenti istituzioni - questura, prefettura e viminale - e sotto gli occhi di un’intera città, l’arroganza e la protervia dei clan malavitosi, padroni dello spaccio, del pizzo e dell’usura. Un rito di autolegittimazione, per ribadire, ove ce ne fosse bisogno, il proprio strapotere. Mentre è ancora vivo nella cittadinanza lo sdegno per mafia capitale di Buzzi e Carminati.
Non c’è nulla o molto di spirituale o religioso in questa cerimonia da ultimo saluto, che rappresenta soprattutto una prova di forza e di impunito esibizionismo dell’anti-stato che viene tollerato e accettato come fosse normale da tutti, dallo stesso stato e dalla stessa chiesa. Collusi e scontenti si uniscono al dolore per la scomparsa del padrino, pur senza corona e senza camera ardente.

E pensare che, poco tempo fa, ci indignavamo per le processioni che a Oppido Mamertina deviavano il percorso, per omaggiare il condannato boss, con l’inchino della madonna e dei suoi mafiosi portatori.
Grande imbarazzo in Curia e in Prefettura, interrogazioni al solerte ministro Alfano.  Fioccheranno le solite, sterili polemiche, le accuse, le inutili inchieste, le responsabilità …da accertare. Ma, ancora una volta, di fronte al mondo intero, facciamo la figura di pessimi buffoni, che non fanno ridere, né piangere nessuno, ma sanno soltanto farsi screditare e coglionare, anche dai bulletti di periferia.
Nessuno sapeva, nessuno vedeva, nessuno sentiva. 
Come le scimmiette dell’indifferenza. O dell’incapacità.
21 agosto 2015  (Alfredo Laurano)


lunedì 17 agosto 2015

PALIO-LITICO?

Si corre oggi il Palio di Siena, rinviato ieri per la pioggia.
Sul Palio si sono scritte migliaia di pagine, una vera enciclopedia, per raccontarlo, spiegarlo, capirlo, motivarlo, giustificarlo, condannarlo.
A Siena non è un evento o una festa. Non è una fiera o una manifestazione di folclore e tradizione: è linfa vitale che segue il ritmo quotidiano della vita di contrada. La sua lunga attesa e, soprattutto, la vigilia, per i senesi rappresenta la vita o la morte, il buio e la luce, il nulla oltre la vittoria.
Chi non è senese, come il sottoscritto, deve sapere essenzialmente due cose: non riuscirà mai a capire il Palio e non riuscirà mai a capire i senesi.
Gente matta che, in questi giorni di mezzo agosto, si prodiga per vincere un cencio di stoffa in un inseguimento spasmodico di cavalli che corrono contromano - rispetto alle normali corse - dentro un luogo assurdo dalle curve impervie nominato Piazza del Campo, in cui tutto faresti tranne che farci correre dei cavalli, montati “a pelo”, cioè senza sella, da idolatrati fantini. Roba da medioevo.
Il Palio si corre due volte - a luglio e ad agosto – ma, per i senesi si vive tutto l’anno  e rappresenta l'essenza della vita stessa.

L’ho verificato di persona, visitando la città in un lontano ottobre, in tempi ben lontani dall’evento: se ne parla sempre e dappertutto, nei bar, nelle cantine, in strada, nei negozi, nei ristoranti. Ogni occasione è buona per una battuta o un commento su quel cavallo o quel fantino coraggioso.
Una sera, dopo aver cenato in un rinomato locale sulla famosa piazza, i titolari, lo chef e i camerieri mi hanno intrattenuto spontaneamente, per ore e ore, a raccontar del Palio, del suo valore e dei suoi riti, in una lucida, consapevole follia colettiva.
E’ proprio questa l'essenza dell’epica contesa.
La sua attesa comincia il minuto dopo che la corsa finisce e termina con lo scoppio di mortaretto della corsa dell'anno successivo, con una dilatazione spazio temporale che non tiene conto dello scorrere dei mesi, dei giorni e delle ore.
Se chiedi ad un senese che ore sono, lui ti risponderà che “è l'ora di abbeverare il cavallo” oppure che è tempo di ritrovarsi in contrada per le prove degli sbandieratori.
Non ti darà mai un ora precisa, il ritmo del tempo è scandito da momenti: dal giorno della “terra in piazza”, che annuncia il periodo del Palio o la consegna dei “Barberi”, i cavalli estratti e dati in sorte alle contrade o la suggestiva benedizione di cavallo e fantino scandita dai rintocchi solenni del Campanone sulla Torre del Mangia. O la sfilata delle Comparse, i figuranti delle Contrade, che con i costumi medievali tradizionali, le splendide Monture -vere opere d’arte di seta, velluto e broccato, perle e pietre dure - danno vita alla Passeggiata Storica, il gran corteo che precede la corsa.

Ogni contradaiolo affronta tutto questo con le proprie scaramanzie.
C’è chi si nasconde in luoghi appartati, chi prega, chi promette, chi contratta, chi si tiene occupato in vario modo, chi vorrebbe, per un solo attimo, non essere del luogo.
Mentre, per molti turisti, quella giostra è solo una manifestazione sportiva di ippica, circondata da un tifo da stadio o una specie di spettacolo di rumore, folla e frenesia, che autorizza la violenza sugli animali, per i senesi il Palio è soprattutto presenza, passione e turbamento. Si sente, anche se non si vede: basti osservare dall’alto le gremitissima piazza, dove una goccia non arriva a terra.
I quattro giorni che lo precedono - attesi con ansia, per un anno intero -  sembrano non passare mai e forse è per questo che alla fine la reazione è tanto esplosiva, sia nella gioia che nel dolore.

Alle aspre polemiche da parte degli animalisti più intransigenti sullo sfruttamento degli animali - venerati, frustati, azzoppati e spesso soppressi - i senesi rispondono dicendosi profondamente animalisti e sostengono che l’amore che nutrono per i cavalli è veramente sincero e che in nessun’altra città al mondo hanno le cure e le coccole che trovano lì.
Anche i bambini sanno che il cavallo deve stare tranquillo e nessuno si sognerebbe mai di schiamazzare davanti alla stalla, vero salotto dove c’è sempre qualcuno che vive, sorveglia e dorme col cavallo.
E le cure non si limitano solo ai giorni della festa, né al periodo in cui il cavallo è utile per correre: c’è un pensionario appositamente creato perché gli animali possano invecchiare in pace, circondati dell’amore della gente che li va a trovare.
Diciassette Contrade in festa - ma in ogni Palio ne corrono solo dieci - preghiere, inni propiziatori, stornelli cantati per sfottere la Contrada rivale, cibo, cucine e cantine: il Palio è importante per l’economia della città, ma i senesi non lo fanno e non lo amano per questo, ma per loro stessi, perché è la loro vita, e se lo pagano.
È l’unica gara nella quale chi vince paga tutti gli altri ed è ormai una delle poche, se non l’unica, dove non sono consentite sponsorizzazioni.
Ogni senese è geloso e orgoglioso dei propri tesori e ci tiene che i “forestieri” abbiano le informazioni esatte.

Al suono delle “chiarine”, entrano in campo i cavalli, nervosi e scalpitanti fino al momento, a volte assai lungo della “mossa”.
Caduto il canapo, la partenza. Tre giri a velocità paurose, fra cadute, falli, spinte, scorrettezze e inciampi, fino alla luce accecante della vittoria, fra i cavalli scossi.
Il Palio, per chi lo vive dall’interno, prevede anche inganno, dispetti, manovre sporche e sotterfugio, oltre al tripudio, se il fato decide di alleviare la gran pena con la vittoria. Non sarà mai una competizione corretta o un esempio di lealtà. Non esiste fair play, anzi, non se ne conosce nemmeno il significato.
Ciascuno deve fare la propria parte al fine di complicare la vita alla contrada rivale. Tutto , ma davvero tutto, è ammesso per poter conseguire il proprio fine.
Nella sfida non ci sono secondi o terzi: uno vince e gli altri perdono. Una contrada ride, festeggia e di gioia impazzisce, le altre piangono, soffrono e si disperano.
In questa feroce antinomia, al cavallo vittorioso è riservata una visita in Duomo, in un gesto di pagana sacralità. Entra trionfante, con tutti gli onori, in uno dei posti più belli della città.
In poche parti al mondo avviene questa fusione tra mistico e profano.

Il Palio di Siena cattura l’ospite con i suoi favolosi scenari, con i suoi riti, con la moltitudine di colori, con i suoi suoni e con i suoi eccessi. E' un’arte affascinante, ma crudele, dove squilli di trombe e rullar di tamburi sottolineano le sue contraddizioni, come nelle stagioni di una guerra civile, che esalta e celebra insopprimibili sentimenti di tensione, ostilitò, di odio e di rancore.
Fa emergere sensazioni nuove e sconosciute, se sai come prenderlo.
Ma non cercare di capirlo.
16 agosto 2015  (Alfredo Laurano)



 P.S. Ringrazio per le consulenze i competenti storici della materia.

domenica 16 agosto 2015

SOTTO L’OMBRELLONE

Con il caldo pernicioso di questa ardente estate, germogliano rigogliose perle di idiozia e insensatezza di politici, di opinionisti sotto vuoto spinto e di ambigui personaggi  dell’attualità.
E’ il gossip da ombrellone che intrattiene corpi sudati ed unti dalle creme e neuroni stanchi ma bollenti, in attesa di opportuno refrigerio. Cresce così, su quelle sabbie immobili cocenti, la battuta lapidaria, ai confini del delirio, con contorno capriccioso di insolenza.
La stoccata si alimenta con fatica, trovando un varco fra indolenza e paradosso, in un ghiacciolo al calembour o in un giornale spiegazzato, da un raro alito di vento.

Il Divino Otelma, per esempio, tra  riti magici, amuleti e comparsate varie in abiti da circo, profetizza, in un raro momento di mediocre umanità, che: "Marino riuscirà ad andare avanti con la sua opera di governo della città di Roma, anche se in tanti vorrebbero la sua testa. Le fasce di negatività che lo pervadono per iniziativa di forze aliene non riusciranno a farlo cadere. Renzi è il più avverso a lui, perché Marino non è abbastanza servile, mentre il presidente Renzi ha bisogno di servi, nani e ballerine".
Anche i maghi, a volte, abbandonano l’occulto e la magia, per pronunciare solide certezze, come nella pubblicità.
Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, padrino di Salerno, dopo le sue note e vergognose vicende fra impresentabili e ineleggibilità, si scaglia contro Peter Gomez del Fatto Quotidiano: "C’è un giornalista dal nome equivoco, improbabile, tedesco più o meno, un superfluo, un consumatore abusivo di ossigeno, un danno ecologico permanente... somaro!" Che arrogante personaggetto!
De Magistris, sindaco partenopeo, ha pubblicato su Facebook un  cartello in cui si dice: “Napoli, comune derenzizzato”. Sono d’accordo, caro Masaniello, ma le scorie dove le mettiamo?
Giuliano Ferrara scopre all’improvviso che: "Silvio è il padre nobile del renzismo" e in molti da tempo lo crediamo.
Qualcun’altro, con un po’ di coraggioso realismo, afferma: Renzi, da una riforma al mese a una cazzata al giorno.
E, a proposito di cazzate, Salvini, senza felpa per il caldo, fa sapere che se fosse lui ministro dell’Interno, al posto di Angelino, risolverebbe il problema dei migranti in pochi giorni. Magari, con le ruspe di mare, ma dopo le padane ferie.

Sorvolando, per carità ferragostana, sul fatto che nella scorsa legislatura 34 pidocchiosi onorevoli hanno lasciato un debito al bar/ristorante della Camera che va dai 300 agli 800 euro a testa, per un totale di circa 20 mila euro, che non si decidono a pagare, voglio concentrarmi sulle sconcertanti rivelazioni di Vladimir Luxuria: "Io, ex deputata di Rifondazione ho amato un big del centrodestra, un uomo molto importante e famoso. Ma ora, dopo una tormentata relazione, ci siamo lasciati perché lui non voleva uscire allo scoperto e io mi ero stancata di fare l'amante clandestina.”
Sono sconvolto, non me lo sarei aspettato dopo aver conosciuto la transgender molti anni fa, quando il mio amico e compagno Bertinotti, innocentemente, la candidò, senza sapere quello che faceva. Questa, si, fu colpa grave.
Chiudo qui, per non tediare oltre, questo piccolo campionario di minchiate e bestialità, macabra antologia di tormentoni estivi alla Signorini, in attesa di una sana pioggia rigeneratrice.
O di una lunga doccia collettiva che lavi a fondo le coscienze, con l’acida schiuma della normalità.
16 agosto 2015   (Alfredo Laurano)

sabato 15 agosto 2015

AUGURI, DE CHE?

Solo in Italia il 15 di agosto è festa.
Il Ferragosto, tuttavia, ha ben poco a che fare con mare, gite, cocomero e grigliate: è una festa cattolica che celebra l’Assunzione di Maria in cielo.
Secondo i credenti, Maria fu assunta materialmente in paradiso sia con l’anima che con il corpo, a differenza degli altri mortali. I protestanti non credono all’Assunzione e non festeggiano perché questo episodio non è narrato nel Vangelo.
 Ferragosto deriva da “feriae Augusti”, il riposo di Augusto, una festività decisa dall’imperatore romano nel 18 avanti Cristo e si rifà in parte alle antiche feste delle religione romana dedicate a Conso, il dio dei granai e della fertilità, celebrate durante il periodo del raccolto e la fine dei lavori agricoli. 
Da festa pagana diventò poi festa cattolica. La ricorrenza fu assimilata dalla Chiesa, intorno al VII secolo, che iniziò a celebrare l’Assunzione, fissando la festività il 15 agosto e non più il primo, come era in origine.

La tradizione popolare della gita di Ferragosto nasce, comunque, durante l’epoca fascista.
A partire dalla seconda metà degli anni Venti, nel periodo ferragostano, il regime organizzava, con le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite collettive con i Treni popolari, a prezzi scontati. 
L'iniziativa - nonostante tutto, lodevole - offriva la possibilità, anche alle classi sociali meno abbienti, di raggiungere località marine o montane sconosciute e, a molti, di vedere per la prima volta, con i propri occhi, il mare, la montagna e le città d'arte.
Le escursioni non prevedevano il vitto e nacque così anche l'usanza del pranzo al sacco.

Dalla tradizione dei giochi romani - in tutto l'impero si organizzavano corse di cavalli, di animali da tiro, buoi, asini e muli - arrivano anche i tanti pali che oggi conosciamo.
A Porto Santo Stefano si svolge il Palio dell’Argentario, antica gara remiera.
A Sarteano poco prima del tramonto si svolge la Giostra del Saracino, gara di abilità tra cavalieri.
Il Palio di Siena, che si tiene invece il 16 agosto, per l'Assunta, è una sentita e spietata competizione fra poveri cavalli di agguerritissime Contrade e si svolge due volte l’anno: il 2 luglio si corre in onore di un'altra Madonna, quella di Provenzano.
In ogni caso, laici, cattolici, tradizionali o popolari, gli auguri servono sempre, anche quelli di mezza estate. (Alfredo Laurano)


venerdì 14 agosto 2015

STORIA, NATURA E MUSICA SUBLIME

Grazie all’impeccabile organizzazione di Chiara e Sara - due bravissime e competenti ragazze delle cooperativa sociale Lymph@, fondata nel 2008 insieme a Flavia e Massimo, per promuovere lo sviluppo sociale, economico e culturale del territorio di Canale Monterano e del circondario - ho avuto modo di vivere ieri una magnifica, indimenticabile esperienza: Monterano dal tramonto alle stelle. 

Prima, la visita guidata della riserva  alle ultime luci del giorno, alle 19,30 la cena sotto i ruderi maestosi del ex Castello Orsini, poi Palazzo Altieri, nella "Piazza Longa" e per finire, un meraviglioso concerto di fisarmonica e strumenti a fiato (anche il duduck armeno) di Mauro Menegazzi  e Renato Vecchio (due eccezionali musicisti), davanti ai resti della chiesa di S. Bonaventura, alla sola luce di piccole candele e dello sciame di meteore cadenti delle Perseidi, conosciute come lacrime di San Lorenzo. 

Note suadenti e sublimi che si perdono lontano, nella storia, nella notte e fra le luminose stelle, in un magico notturno agostano. 

Le rovine dell'antico abitato di Monterano sono un luogo incantato, pieno di fascino e mistero, conosciuto anche per i numerosi film western  e per il Marchese del Grillo di Sordi (famosa la sequenza davanti al grande fico, all’interno del solenne monastero), lì,  in parte girati e ambientati.
Raccontano di una lunga e fantastica storia che, dal  Paleolitico e dal neolitico (le più antiche testimonianze della presenza umana nel comprensorio risalgono a circa 100.000 anni fa) - passando per l’ Età del bronzo e del ferro - attraversa l’Era etrusca, la dominazione Romana e tutto l’alto, pieno e tardo Medio Evo, fino all’era moderna, alle soglie dell’ottocento.
Nel corso del IX secolo, le frequenti scorrerie ed i saccheggi perpetrati da bande di barbari e delinquenti comuni generano anche nella popolazione dei piccoli centri della Tuscia un bisogno di sicurezza e contribuiscono a far nascere il fenomeno feudale.
Per questo si assiste al consolidamento di aree abitative attorno ai luoghi fortificati, ai castelli ed agli insediamenti monastici: il popolo cerca protezione e solo i signorotti locali sono in grado di assicurarla con i loro piccoli eserciti. In cambio ottengono braccia per il lavoro nei campi.
Tra le cinte murarie, dove era presente la dimora del signore locale, i magazzini delle derrate alimentari, degli strumenti di lavoro e delle armi, nasce un'economia centralizzata ed autosufficiente, basata sulle risorse agricole. Il feudo, con il suo esercito in grado di opporre valida resistenza e difesa, diviene una piccola società, composta da servi, villani e borghesi, stretti attorno alla famiglia del nobile protettore.

Camminando fra quei luoghi e intorno a quelle mura, tra le rovine delle case, delle torri e delle chiese, dove la vegetazione si è ripresa molti spazi che l'uomo aveva abitato, si può immaginare la vita che, un tempo, vi si svolgeva. Forse, anche per questo aspetto epico e fantasioso, la Riserva è diventata una location ricercatissima dal cinema.
Colpisce l’occhio e commuove l’animo il monastero-chiesa di San Bonaventura, senza tetto e con un grande albero di fichi cresciuto all'interno, che si erge solitario e austero su un larghissimo pianoro. Davanti, la fontana ottogonale (copia dell’originale che sta in paese).
Osservando da lontano, si ha una visione quasi irreale, panoramica e fiabesca, che crea un’autentica emozione. 
Non molto distante, tra prato, sentieri e altri ruderi, si può apprezzare l’imponente leone che sovrasta la fontana nella roccia del Palazzo Ducale (Altieri), già degli Orsini, tutte opere progettate dal Bernini.
E ancora le arcate dell’acquedotto del Seicento, la chiesetta di S. Rocco, i resti del campanile e della cattedrale e il piccolo borgo, quasi sepolto fra le piante.
Siamo nell'alto Lazio, nell'Etruria meridionale, un territorio straordinario per la nostra storia, tra i Monti della Tolfa e i Monti Sabatini.
Tutta la Riserva di Monterano è un ambiente naturale intatto, disseminato di antichissime testimonianze di vita e meta di migliaia di visitatori. Boschi, animali, vegetazione tipica e felci rarissime, il tutto attraversato dall’acqua fiume Mignone.
Visitare la Riserva significa intraprendere un suggestivo viaggio nel tempo, nelle vicende antiche dell’uomo e nella natura che ha modellato questo paesaggio straordinario, che dovrebbe essere oggetto di più frequenti e accurati restauri conservativi, per contrastare l’incessante opera demolitrice del tempo.

Ancora grazie ai quattro intraprendenti giovani della Lymp@ - laureati e specializzati in campo ambientale, archeologico e comunicativo - che difendono e fanno conoscere  questo ricco patrimonio culturale,  operano anche per l’ educazione e il rispetto della natura, organizzano escursioni, attività didattiche per le scuole, progetti di sviluppo, eventi e spettacolari manifestazioni. Tutto con le proprie forze, senza aiuti e finanziamenti dalle Istituzioni e degli Enti preposti alla tutela dei beni comuni.
Meriterebbero ben altra considerazione.

13 agosto 2015 (Alfredo Laurano)

giovedì 13 agosto 2015

PREGO, VUOL SBALLARE CON ME?

Grazie, preferisco di no. Celentano nel 1963.
Quelli della mia generazione non l’hanno conosciuta. Non esisteva proprio.
Al massimo, per cercare il divertimento, un timido accenno di trasgressività, come tentativo di misurarsi con la realtà in tema di amori e di costume o come volontà di opporsi a certe rigide regole morali e sociali, ovvero i canoni della cosiddetta normalità. Tutto, pur di uscire dal conformismo e dall’anonimato, accentuando in tal modo la propria identità individuale e opponendosi ad uno stile di vita troppo convenzionale. Era così e lo è stato, almeno, fino al sessantotto.
Il gusto del proibito: piccole azioni atte a soddisfare esigenze psicologiche e relazionali o a vincere il disagio economico o familiare, come il mentire, inventare una storia o uno studio, marinare la scuola, sorseggiare un cognac, fumare di nascosto.

Oggi, invece, domina la cultura dello sballo.
Musica martellante che rintrona la mente e annichilisce gli svogliati neuroni, alcol a fiumi, pasticche di ecstasy o di àmnesia - spesso adulterate e contraffatte per aumentare i margini di guadagno - in un coktail micidiale che porta allo stordimento, al falso paradiso del benessere, allo stupore più stupefacente. È la vertigine che sconvolge i sensi, amplifica le sensazioni di libertà, piacere e onnipotenza e rimbecillisce spirito e ragione.
Troppi giovani riescono a stare insieme (non a socializzare) e a divertirsi solo in mezzo al rumore assordante e alla sovraeccitazione collettiva: pseudo-musica elettronica acid house, tekno, jungle, a tutto volume, in anonime discoteche o in estenuanti rave party fuori città, con luci strobo a intermittenza, come da sussulti epilettici. Un insulso spettacolo che vede oscillare in penosi spasimi, apparentemente umani, una serie di manichini senza corpo, come zombi danzanti nel vuoto di coscienza, sostenuti spesso dall’effetto - a volte drammatico - di droghe assunte per uno svago demenziale.
L’importante è spostare sempre più in là il traguardo dello choc, alzare il livello della tollerabilità, fino allo sballo: per superare ansie, insicurezze, fragilità, depressioni e panico si va all' eccesso, agli estremi, all' autodistruttività.
La sfida appartiene ai giovani e ogni epoca ha i confini su cui misurarsi. Per molti, la parola d’ordine è: annulliamoci nel divertimento collettivo di cui non siamo consapevoli e viviamo questa condizione come un privilegio della nostra giovinezza.
Da adulti, viene da interrogarsi su che mondo e che modelli trasmettiamo, che visione abbiamo del quotidiano, della vita e della persona umana, su quale scala di valori misuriamo gesti e pensieri, che futuro immaginiamo, che tipo di esempio sappiamo dare. Con il risultato, spesso, di approfondire con il nostro comportamento, con la nostra assenza, incapacità o indifferenza, il solco tra generazioni e incomprensioni.
Le morti tragiche e inutili dovute alle “pasticche”, all’alcol, alle droghe e alle dipendenze varie, danno il segnale di una generazione che affronta la vita senza speranza.
Invece di sognare, progettare, lottare e spendersi per qualcosa di importante, prevale l' autoconvincimento dell' inutilità del sacrificio, rispetto al risarcimento artificiale di momenti di divertimento effimero, fuori da schemi e convenzioni.
Si vive lo sballo come gratificazione immediata e appagante, si ragiona poco con la propria testa e si usa quella della massa, dei miti e delle mode: errori generazionali che impediscono alla società di crescere.
Le droghe si diffondono perché costano relativamente poco, sono per tutti e si spacciano facilmente dappertutto. Un'informazione superficiale e complice ne minimizza gli effetti devastanti e nasconde i rischi diretti e indiretti della loro assunzione.
Le famiglie hanno certamente gravi colpe e responsabilità. A volte ignorano i problemi dei figli, non li seguono, non vigilano e confondono il dialogo con la permissività, la comprensione con il lassismo. Ma troppo spesso sono lasciate sole nel complicato compito di crescere ed educare.
La scuola, dal canto suo, per come è organizzata nella realtà sociale in cui viviamo, non prepara e non informa adeguatamente.
A questo bisogna aggiungere le particolari difficoltà psicologiche che, da sempre, accompagnano l' adolescenza, quell' incerta età in cui non si è più bambini, ma non si è ancora adulti, con le pulsioni dell' organismo che premono con forza: “Sedici anni e quella stupidità tipica dell' adolescenza che fa credere di essere invincibili, astuti, di essere grandi. Sedici anni quella età della provocazione”.
La droga ruba la vita ai nostri figli. E' un male che va combattuto e prevenuto, ma per poterlo sconfiggere bisogna conoscerlo e farlo ben conoscere proprio a loro, per tempo e col massimo preavviso.
"Se le famiglie esercitassero un po' più di controllo sui figli, non morirebbe un ragazzo alla settimana in discoteca. Se non sai educare non procreare". Così aveva scritto su Twitter il sindaco di Gallipoli, dopo le recenti morti di giovanissimi ragazzi al Cocoricò di Rimini, al Guendalina di Santa Cesarea e, ora a Messina.
Come dargli torto?
Almeno fino a quando lo Stato non aumenti i controlli su scuole, piazze e discoteche, rafforzi la prevenzione e la repressione nei luoghi di ritrovo e di spaccio e punisca con rigore e con certezza i tanti dispensatori di morte e distruzione.
12 agosto 2015 (Alfredo Laurano)





martedì 11 agosto 2015

LE LACRIME DI SAN LORENZO

Chi non si è commosso, ai tempi della scuola, studiando il X Agosto di Pascoli e la magica notte di S. Lorenzo e delle stelle cadenti, frammenti meteorici che si distaccano da un nucleo cometario originario e vanno  a formare uno “sciame meteorico”. 
Dieci Agosto è la lirica che rievoca un evento doloroso e drammatico della vita di Pascoli: la morte violenta del padre. Il giorno di San Lorenzo, ovvero il 10 agosto 1867, Ruggero Pascoli venne assassinato a colpi di fucile, per mano di ignoti, mentre tornava a casa sul suo calesse. 
Il poeta racconta la sua tristezza e il suo dolore, accostando l’immagine di una rondine abbattuta col cibo nel becco per i suoi rondinini a quella del padre che ritornava a casa portando due bambole alle figlie, per sottolineare l’ingiustizia e il male che prevalgono sulla terra. 
La leggenda popolare identifica le stelle cadenti, che proprio nella notte del 10 agosto hanno la loro massima manifestazione nel corso dell’anno, con le lacrime di San Lorenzo. Pascoli varia questa simbologia e interpreta il fenomeno astrale come il pianto che le stelle versano sulla malvagità degli uomini e sull’ingiustizia del mondo.  
10-8-2015     (Alfredo Laurano)

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono...

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!   
(Giovanni Pascoli)