lunedì 9 marzo 2015

SOMMA DIVA

Tutti pazzi per Madonna. E’ in Italia per partecipare a “Che Tempo che fa” e per promuovere il nuovo album che esce in questi giorni. E’ stata vista con un lungo cappotto nero con strascico e un lungo abito rosso.
Una pletora di giovani fan, urlanti e invasati, l’hanno a lungo pedinata e osannata come una “madonna” rivelata. Regina della provocazione e della trasgressione, è una delle star più bizzose di sempre: pare sia sexy, brava, canti bene, sia di tendenza e abbia un bel culo, nonostante l’età. Già, una che ha scelto di chiamarsi così, che ha chiamato la propria figlia Lourdes e che canta con il rosario al vento, andrebbe monitorata dai servizi sociali o dalle unità di psichiatria.

Nessuna richiesta particolare, da somma diva, da parte della signora Ciccone, a parte di mettere al bando le rose gialle e pretendere tende e drappeggi scuri di velluto e un'aria profumata di erbe balsamiche, tramite vaporizzatori nella sua suite imperiale.
Mancava, purtroppo, dagli schermi italiani da 15 anni, quando nel 2000 fu ospite di Raffaella Carrà. Un’astinenza che non finiva mai!

La star è arrivata negli studi Rai di via Mecenate a Milano con un seguito di “sole” 58 persone, tra musicisti, assistenti, segretari, truccatori, sarte, parrucchieri, addetti stampa, che ci hanno messo un paio d’ore per preparala alla registrazione. Non oso pensare a quanto le avranno dato.
Ha cantato, sparato due o tre cazzate di altissima filosofia, mentre Fazio, mieloso e fintamente emozionato, recitava la sua parte di stupido devoto e le offriva un Sassicaia, noto vino dei poveri. 
Una diva forse bella, forse intrigante, forse somma, forse inutile.

9-3- 2015 (Alfredo Laurano)


FUOCHI FINTI, GLI UFO DI CARONIA

Veggenti, chiromanti, maghi, astrologi, sibille, guaritori, cerchi nel grano, apparizioni, fuochi improvvisi…
Una vetrina sfolgorante e inesauribile dell’imbroglio e della ciarlataneria.
Al di là delle credenze popolari, delle dicerie, delle suggestioni, dell’ignoranza, dei riti e dei misteri affascinanti, non erano incendi procurati da campi magnetici o dà esperimenti militari o da ufo e alieni vari, o dal diavolo cattivo: dietro i roghi di Caronia c’erano delle persone.
Da inguaribile scettico, ovviamente, non ne avevo mai dubitato.
A scoprirlo, i carabinieri che hanno arrestato un giovane di 26 anni e notificato al padre un avviso di garanzia, con l’accusa di avere appiccato, almeno negli ultimi anni, buona parte degli incendi nel comune di Caronia, la cui origine era ritenuta dagli abitanti della zona misteriosa e incomprensibile. Il padre, indagato, è presidente di una associazione, nata proprio per chiedere aiuti alle istituzioni, da destinare ai cittadini danneggiati da quei fuochi.
I sospetti degli investigatori sono stati confermati dalla registrazione di alcune telecamere.
I roghi si sviluppavano quasi sempre nella stessa palazzina, in località Canneto, lungo il mare. Prendevano fuoco dal nulla piccoli elettrodomestici, frigoriferi, materassi o mobili, con testimoni pronti a giurare che erano stati improvvisamente avvolti dalle fiamme, senza poterne capire il perché. Secondo molti, erano causate da fenomeni sovrannaturali.
Questi fatti, apparentemente, prodigiosi, avevano attirato l’attenzione di tanti, delle cronache e dei media. Da piccola notizia locale, i fatti di Caronia divennero di interesse nazionale, soprattutto, quando alcuni giornali e trasmissioni televisive (Striscia, Voyager) iniziarono a occuparsene, già nel 2004, contribuendo a creare un certo allarmismo e pubblicizzando la vicenda con enfasi eccessiva.

Anche il CICAP, che promuove indagini scientifiche e critiche sul paranormale e sulle pseudoscienze, se ne occupò, realizzando diversi resoconti, nei quali venivano smontate scientificamente tutte le ipotesi più fantasiose sulle cause dei roghi.
Fra le tante, c’era anche quella che li attribuiva alla presenza di una formazione di magma sotterraneo, carico di elettricità, che avrebbe scatenato, per induzione, pericolose correnti indesiderate negli impianti elettrici della frazione messinese.
Nonostante fosse evidente la natura umana degli incendi, come indicato anche dalla procura di Mistretta che archiviò una prima volta il caso nel 2008, parlando di “fiamme libere” e di “mano umana”, dall’inizio dei fatti nessuno dei tantissimi esperti intervenuti - docenti universitari, un numero imprecisato di ricercatori, studiosi e specialisti di  Ministero, dell’Esercito, della Protezione Civile (che ha organizzato imponenti ricognizioni per aria, terra e mare) e, perfino, un esorcista - ha saputo trovare una spiegazione convincente.

Nel 2007, e negli anni a venire, il panorama si fece ancor più confuso e variegato: si affacciarono i sostenitori delle ipotesi ufo-complottistico-militari, con in testa il presidente del Centro Ufologico nazionale.
Indagini, misure, esperimenti e rilevamenti, per scoprire cosa? Una finta autocombustione.
Gli anomali fenomeni, avvenuti in vari tempi, fra riprese e interruzioni, avevano indotto il sindaco di Caronia a emettere ordinanze di sgombero di alcune abitazioni.
I presunti responsabili, padre e figlio, insistendo sulla calamità che incombeva sul paese, puntavano a ottenere indennizzi da parte della Regione siciliana: più si creava il caos, più se ne ottenevano.
Si lamentavano gravi disagi derivanti dalla situazione, con vibranti manifestazioni di protesta, per esercitare una forte pressione mediatica verso le autorità, allo scopo di far dichiarare lo stato di emergenza. Occorrevano adeguate misure finanziarie per fronteggiare la maledizione: contributi di assistenza economica, risarcimento danni e nuove case per chi era costretto ad abbandonare la propria.
Questi erano i veri spiriti maligni di Caronia.
Ma, se quel padre e quel figlio erano i responsabili, tutti gli altri abitanti del paese che spergiuravano che il frullatore avesse preso fuoco sotto i loro occhi, erano complici, erano in malafede o era un caso di isteria di massa?
Resta pertanto, almeno in parte, l’intrigante mistero. 
Arrivederci alle prossime puntate.
6 marzo 2015          (Alfredo Laurano)


domenica 8 marzo 2015

MIMOSE E DIRITTI

A pochi giorni dall’ultima uccisione di un giovane nero e dei tanti altri recenti episodi di violenza della polizia nei confronti di afroamericani e a cinquant'anni dalla famosa marcia di Selma in Alabama, guidata da Martin Luther King, in cui diverse centinaia di manifestanti, che si battevano per il diritto di voto ai neri, furono violentemente attaccati dalla polizia con manganelli e lacrimogeni, l'America si è fermata per ricordare. 

Barack Obama, nel discorso pronunciato davanti al ponte Pettus, sul quale, il 7 marzo 1965 vennero aggrediti i manifestanti, ha voluto ricordare quanto ancora ci sia da fare in America per superare le ingiustizie e le divisioni razziali e affermare in pieno i diritti civili per tutti i cittadini.
“La storia razziale della nazione getta su di noi la sua lunga ombra. Sappiamo che la marcia non è ancora conclusa, la corsa non è ancora vinta. Ma il cambiamento dipende da noi, dalle nostre azioni, da quello che insegniamo ai nostri figli.”

Tutto questo vale anche per le donne, i cui diritti non possono contare solo un giorno all’anno, cioè l’8 marzo, che spesso si riduce o si trasforma in una specie di carnevale del sessismo benevolo, come afferma Daniela Ranieri. 

Ogni anno, quasi a comando, truppe di scalmanate si riversano nelle pizzerie per darsi alla trasgressione, quale avvilente parodia di quella maschile, e schiere di rispettabili signore fanno qualcosa di “stravagante” e straordinario (a Roma si dice: ‘na botta de vita”), che negli altri giorni dell’anno non possono permettersi: pensarsi libere, sovvertendo, ipocritamente, tutte le regole quotidiane, a patto che - come tradizione vuole - il giorno dopo si riaffermi lo status quo.
Per poi tornare, come ricorda la Costamagna, nella loro riserva indiana, in cui ancora vivono, per violenza, carriera, abusi e discriminazione.


Per molti uomini, oggi è la festa "alle donne". Cioè, un pretesto per rimorchiare, cogliendo la maggiore disponibilità e approfittando delle più aperte difese femminili, date, in alcuni casi, proprio dalla circostanza festaiola.
Resta, comunque la festa, la celebrazione della donna che, al di là degli aspetti più volgari e commerciali che ci fanno schifo, riveste un significato simbolico maggiore.

E' un'occasione in più per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, ma anche le continue violenze e discriminazioni di cui sono ancora oggetto in molte parti del mondo, nonostante il ruolo irrinunciabile e l’importanza della loro presenza nella società, ancora, prepotentemente, tardo-maschilista. 
Per questo, auguri alla persona Donna.
8 marzo 2015     (Alfredo Laurano)  

sabato 7 marzo 2015

LE MAGNIFICHE SETTE


I fili del telefono sono tagliati, il cancello invalicabile, l’automobile sabotata.
Nella Francia di qualche decennio fa, in una villa di campagna, isolata dalla neve, sette donne scoprono il padrone di casa, Marcel, nella propria camera, con un coltello conficcato nella schiena. Chi l’ha ucciso?
Non si può uscire, non si può chiamare la polizia: non resta altro che attendere e indagare l’accaduto. Nessuno, comunque, può e deve lasciare la casa: tutte sono possibili assassine.

Ognuna dà la sua versione dei fatti sulla notte passata, ognuna dice la sua, contraddicendo e accusandosi a vicenda, con non poca repressa cattiveria.
Una contro l’altra, tutte contro tutte: nessuno è quello che sembra, nessuno fa quello che dice, nessuno dice quello che fa, in un intrigo davvero affascinante.
Esibiscono a turno le loro pulsioni e i loro segreti più nascosti in una sorta di confessione catartica e collettiva che libera le coscienze, costrette dalle convenzioni sociali.

Il meccanismo del fitto dialogo teatrale, consente così di mettere a nudo anche vizi (tanti) e virtù (poche) e le tante ipocrisie della società piccolo borghese, con un sottile sarcasmo degno di Buñuel.
Senza più freni inibitori, le donne sulla scena - madri, figlie, cognate, sorelle - si scagliano frecce d’odio e di rancore, con ferocia e malignità, perché, via via si scopre che ciascuna, a vario titolo, aveva un valido motivo per volere la morte di Marcel.

Nella pièce teatrale “Sette donne e un mistero”, replicata ieri alla Sala Petrolini di Castel Gandolfo, si integrano il giallo e la commedia brillante e grottesca, in un divertente noir tutto al femminile, con gli ingredienti tipici di un classico alla Agatha Christie.
Il tutto sotto il segno dell'ironia e con un ritmo narrativo costantemente incalzante, che prelude a un gioco al massacro, in cui le sette protagoniste si fronteggiano e si disprezzano, senza risparmiare colpi, tirando fuori i propri scheletri nell'armadio: tradimenti, passioni illecite, inganni, avvelenamenti, sorprese, rivelazioni, tresche e altarini vari. Ma solo una di loro è colpevole: quale?

La padrona di casa è Gaby (Simona Lattes), moglie autoritaria e determinata del morto, amante del lusso, ma sicuramente infelice. Anela una fuga d'amore con un giovane, che però la tradisce con la ambigua cognata Pierrette (Irma Ricco), oppressa da problemi economici. Ospita, in casa, sua sorella Augustine (Giusi Martone), algida zitella che si finge cardiopatica, che legge di nascosto romanzi rosa e tenta di sedurre il cognato Marcel, sbandierando la propria castità, e la loro Mamy (Ornella Petrucci), vedova, che finge di essere costretta sulla sedia a rotelle, che ha avvelenato il proprio marito e che detiene, con avidità, titoli e azioni.
Ad occuparsi della casa c’è una bella cameriera bionda, Louise (Lara Fiorini), educata e contenuta nei modi, ma sindacalmente consapevole, amante segreta del povero Marcel, e Chanel (Flaminia Scardaone), la governante che ha una relazione lesbica con Pierrette ed è gelosa dei rapporti, un po’ “particolari” di quest'ultima con il fratello Marcel.
La settima donna è la giovanissima Suzon (Marilisa Iannuzzo), figlia di Gaby e di Marcel, scandalosamente incinta, particolarmente ispirata nei panni congeniali di una Poirot al femminile.
Tutte brave, le sette magnifiche attrici che, tra bugie, recite e finzioni, disegnano limpidamente gli stravaganti personaggi - non proprio da oratorio e un po’ peccaminosi - rappresentandoli, con coerenza e con la giusta malizia, secondo le trame più oscure e più proprie dell’universo femminile.
Ne delineano, nelle varie tappe evolutive - dall’adolescente al più maturo - le ambizioni, le passioni, le tensioni sessuali, giocando sull’ambiguità delle pruderie e dei sentimenti. Divertono il pubblico e sanno stupire, senza eccessi retorici o da palcoscenico, pur nella dimensione amatoriale, ma ricca di professionalità e sostenuta da indubitabile passione. Anche i tempi di scena e di regia sono giusti e misurati.
E il finale, come nei gialli classici di Agata Christie, ci regala un insospettabile colpo di scena.

La commedia si rifà a “Otto donne e un mistero”, un film francese di François Ozon, con Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Fanny Ardant, di una dozzina di anni fa.
Questo è un remake ben riuscito, gradevole e coinvolgente, dove attrice e personaggio coincidono a misura, anche da un punto di vista fisico: nessuna potrebbe essere più giusta nella parte. Tutte brave, capaci e misurate le magnifiche sette fanciulle, in un cast aderente e ben assortito.
Uno spettacolo piacevole e godibile, dai toni e dai temi appena trasgressivi, da degustare con la giusta dose di mistero.

7 marzo 2015        (Alfredo Laurano)     
                                

giovedì 5 marzo 2015

PERCHE’ MI CHIAMO GIOVANNI

Nello stesso giorno in cui muore Giovanni Falcone, la moglie e la sua scorta - il 23 maggio 1992 - mentre Palermo è attonita e sconvolta, un uomo sta per diventare padre.
Molto tempo dopo, in occasione del decimo compleanno di suo figlio, quel padre decide di rivelargli perché si chiama Giovanni: gli racconta la storia di Giovanni Falcone e gli spiega che cos' è la mafia.
Lo fa nel modo più efficace possibile, portandolo nel cuore di Palermo, a visitare i luoghi dove, sin da piccolo, ha vissuto il magistrato: le vie, le piazze, sino al luogo dell'attentato.
Per rendere tutto più comprensibile e concreto, usa, a fini didattici, segnali, semplici metafore e oggetti simbolo che possano entrare facilmente nella mente e nel cuore di un ragazzo, come, per esempio l'aspirina che si scioglie nell'acqua, per ricordare la morte del bambino fatto sciogliere nell'acido.
E' così che il piccolo Giovanni inizia a capire.
Tappa dopo tappa, scopre la vita di Falcone, la sua costante lotta contro il male, il suo forte impegno, fino al tragico epilogo: l’annunciato sacrificio della vita.
Giovanni comincia a rendersi conto che la mafia non è una cosa astratta di cui si parla nei telegiornali: la mafia è anche la quotidianità della scuola, è anche il suo compagno Tonio, le sue prepotenze e il silenzio di paura e complicità di tutta la sua classe. E’ un nemico infame e infido da combattere subito, senza aspettare di diventare grandi.
Il papà gli svela una grande e triste verità: a forza di accettare l'ingiustizia, non si vedrà più l'ingiustizia.

Devo ringraziare il mio amico Attilio che mi ha regalato e fatto conoscere questo volumetto di Luigi Garlando - che si legge tutto di un fiato - che affronta uno dei temi più difficili da indagare e da spiegare: uscire dal buio dell’omertà e avere il coraggio di raccontare la mafia a un bambino, senza retorica, senza ridondanze.
“Per questo mi chiamo Giovanni” è un omaggio alla libertà e alla giustizia, un’opera che, con la sua prosa diretta e il suo messaggio forte e chiaro è stato adottato dalle scuole come libro di testo e ha dato seguito ad un fumetto e ad un cortometraggio.
Un libro per ragazzi che sicuramente fa bene anche agli adulti.
Passo dopo passo, parola dopo parola, emerge gradualmente, ma inesorabilmente, tutta la montagna di crimini, di falsità, credenze e viltà che costituisce la mafia. Ma affiorano anche i più crudi particolari, i rituali, le regole, le prove per far esplodere l’autostrada di Capaci, i maxi processi.
Sono pagine che educano e appassionano, che riaffermano valori e sentimenti, che invitano a riflettere e a ribellarsi. Ma sono anche un momento di vita familiare commovente: un padre, un figlio e tanto orrore, ma anche tanta speranza. Quella di una vita che nasce, proprio quando finisce quella di un mito e di un eroe. Come fosse un passaggio di consegne, un messaggio di continuità: “Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini”, diceva Falcone.

Il linguaggio usato è molto semplice, asciutto, esplicito e ricco di dettagli.
Falcone è descritto non tanto nel ruolo di supereroe, di soldato contro la mafia, ma piuttosto dal punto di vista umano: le sue scelte, la gioia per le vittorie e l’amarezza per le sconfitte, ma anche la sofferenza per una vita senza libertà, passata nei bunker e con i suoi amati e fidati angeli custodi, perché anche le persone a lui più care non erano al sicuro.
Non è una lezione di storia, ma nemmeno una favola, è la cronaca di una realtà triste e dolorosa, spiegata a un bambino che ne porta il nome, attraverso un pretesto originale: ora Giovanni sa perché si chiama così.

E se i piccoli sono gli uomini di domani, è proprio nella giovane età che bisogna iniziare a parlare di mafia, di pizzo e di omertà, anche perché la mentalità adulta, in gran parte, è sempre più restia a cambiare.
Solo alla fine della pedagogica passeggiata tra le vie palermitane, il piccolo Giovanni, sempre più commosso e consapevole, scopre perché Bum, il suo pupazzo-scimpanzé preferito, ha le zampette bruciate... e perché diventa simbolo della possibile vittoria contro i mafiosi.
4 marzo 2013               (Alfredo Laurano)


martedì 3 marzo 2015

VOLARE E' COME.....

Mentre il presidente della Repubblica Mattarella va a Firenze in treno e poi in bus - scelta apprezzabile, anche se dal sapore di bello spot populista, quasi quanto lo sketch di Crozza sull’autostop per la Germania - il presidente del Consiglio Mr. Arrogance, per la stessa vicina destinazione, prende l'elicottero di Stato.
Quando era in campagna elettorale, si faceva fotografare mentre andava fischiettando in bicicletta, con le mollette ai pantaloni. Ora, se potesse, lo userebbe anche per andare al bar o al campetto dei Boy Scout.
Più che utili e divertenti, i voli di Stato sono status symbol, come le auto blu, i picchetti dell’esercito, gli ossequi militari, sempre a carico dei contribuenti, che appagano il narcisismo del potere: lo faceva abitualmente il suo predecessore Berlusconi, i vari presidenti e governatori di Regione.

Va comunque detto che viaggiare in treno o su voli di linea per le alte cariche dello Stato è solo fumo agli occhi dei cittadini, perché l'inevitabile apparato di sicurezza resta in essere e garantito e ha un certo costo, oltre a creare disagi ai comuni cittadini che i mezzi pubblici li prendono abitualmente. Sempre molto meno, però, di un volo di un elicottero che, tra manutenzione e carburante, costa all'ora diverse migliaia di euro. Così, a proposito di promesse di risparmio.
Per la cronaca, ieri, durante il breve viaggio di Mr. Arrogance, c’è stato un atterraggio d’emergenza su un campetto di calcio, per cause tecniche o, forse, per maltempo.

2 marzo 2013    (Alfredo Laurano)

lunedì 2 marzo 2015

LA MARCETTA SU ROMA


SI SALVINI CHI PUO', titola il Manifesto:
Un sodalizio inedito: quello tra i pretoriani del nazionalismo e gli ex alfieri del federalismo.
Un fronte politico di opposizione unito da tre proposte definite "imprescindibili": l'uscita dall'euro, lo stop all'immigrazione e la rivendicazione sintetizzata nel "Prima gli italiani.
Tutto questo, ieri, a Piazza del Popolo.

1 marzo 2015