lunedì 7 novembre 2016

Accadde oggi: 6 novembre 2013. Oggi, è ancor più vero!

"La vita fugge, et non s’arresta una hora, et la morte vien dietro a gran giornate, et le cose presenti et le passate mi dànno guerra, et le future anchora.." (F. Petrarca) 
Oggi, è ancor più vero!
E' un anno che Mimmo non c'è più.
E' un anno che mi manca.
E' un anno che mi sento ancor più solo.
Nulla è come prima, perché la sua scomparsa, così veloce, così ingiusta e inaspettata, ha cambiato me e chi è rimasto.
Ha sconvolto affetti e sicurezze e minato solide amicizie.
Ha stravolto spirito e coscienza e la percezione di valori antichi.
Ha tradito speranze comuni di vecchiaia in serenità "..sulle bianche scogliere di Dover, su una panchina e con la copertina sulle gambe, a guardare il mare..."
Ho pulito l'archivio dell'email, ho rivisto le sue e riletto le sue parole, essenziali e piene d'ironia.
E le date. 
Così recenti i nostri scambi, i progetti per vederci, per incontrarci, per andare a Poggio o in qualche posto, per la pizza o la partita, o la gita in gruppo col pulmino.
Quanto mi manca questo largo, importante pezzo di esistenza. Questo preziosissimo tesoro che si apprezza soprattutto quando l'hai perduto e che ti lascia attonito, sguarnito, indifeso e disarmato.
Tutto così vicino, tutto, ormai così lontano!
Ma, ancora, non ci credo e non mi sembra vero.
6 novembre 2013 (L'amico Alfredo)

Accadde oggi: 6 novembre 2012. A MIMMO, AMICO MIO

A MIMMO, AMICO MIO  6 novembre 2012 alle ore 18:15


LA NOSTRA STORIA, IL NOSTRO AFFETTO, IL MIO DOLORE. ALTRO NON SO DIRE, ALTRO  NON SO FARE.

“Si accomodi... Lei ha letto l’annuncio sul Messaggero?  - “Si, stamattina presto”
“Come si chiama? - “Mimmo Laurenzi”
“Che studi ha fatto? - “Ho finito La maturità e cerco lavoro…”
“Sa, questo non è un vero e proprio lavoro: si tratta di un aiuto...  all’aiuto cancelliere che sono io… e la paga è un po’ bassina…2 o 3000 lire a settimana (io ne guadagnavo 5000)… dalle 8 a mezzogiorno!  
“Mi sta bene …. meglio che niente.”
“Quali sono i suoi interessi?
“In particolare, la musica. Canto e suono con amici.”

Galeotta la scintilla che fece scattar la scelta. Subito, fu naturale,  passammo al “tu” confidenziale e ad altri temi, personali, di conversazione.
“Sai, anch’io suono in un gruppo… potremmo anche provare a far qualcosa insieme …. Ne parlerò con i miei amici…Ci risentiamo presto!”
Alla bella presenza, all’ottima impressione che mi fece fin da subito, alla istintiva simpatia che provai per lui, si aggiunse quel particolare non da poco, che coincideva con le mie passioni del momento.
E nel mio cuore e nella mente, Mimmo sbaragliò la concorrenza.

Dopo averne parlato col capo cancelliere - che mi aveva incaricato dell’annuncio e della selezione dei possibili candidati - e caldeggiato e magnificato le qualità, la serietà e la preparazione, da me intuite nel colloquio col giovane  coetaneo, lo assunsi come mio vice ma, soprattutto, COME MIO IMMEDIATO AMICO VERO.

Questo accadeva 50 anni fa in un Ufficio di Conciliazione, vicino a Campo de’ Fiori, che per diverso tempo testimoniò la nascita e favorì la crescita di un sentimento di autentica amicizia e fece da sfondo, come quinte di teatro, alle nostre gesta di giustizia e pentagramma: tra timbri e decreti, tra musica e serate a tutto canto, tra tramezzini e calzini colorati…. comprati tutti i giorni sotto la piazza di quel palco improvvisato.
Eravamo giovani, semplici e puliti.  Carichi di entusiasmo, pieni di vita e di speranze, di note e melodie e di camicie a fiori.
E voglio ancora ricordare che mi battei non poco per far entrare il mio nuovo compagno di cancelleria nel gruppo degli altri amici cari, con cui mi dilettavo.
Ma vinsi la battaglia, con tenacia e convinzione, e Mimmo, in arte Luca Laurenzi, divenne voce solista, calda e assai sensuale degli eleganti “Rustici” nostrani.

Negli anni, anche se ognuno ha poi seguito la sua strada di lavoro e di famiglia, siam diventati sempre più intimi e fratelli; non ci siamo mai persi di vista e ci siam voluti sempre bene. Ci capivamo al volo e il nostro affetto era profondo.
Abbiamo condiviso veramente tanto o quasi tutto: avventure, esperienze, gioie, illusioni, sofferenze e situazioni un po’ paradossali, che a ogni occasione ci piaceva rievocare con sana nostalgia, più per noi stessi, che per chi ascoltava a volte, anche suo malgrado.
Le nostre storie, ripetute a iosa, erano il collante puro dei nostri sentimenti ed i paletti fissi di un  passato che ci ha legato e visto uniti.
Momenti magici, scolpiti nel tempo e nella memoria di chi resta, che hanno edificato la nostra storia parallela e buona parte del cammino, insieme agli altri amici che ci hanno preceduto.

La giovinezza presto si allontana, la vita scorre inesorabilmente, travolge persone e sentimenti  e, prima o poi, tutti ci separa.
Di quel meraviglioso gruppo, siamo ora rimasti solo in due, attoniti ed affranti. Con un gran vuoto dentro che non si può colmare. Anche perché le persone che abbiamo nella vita tanto amato - e se ne sono andate - son sempre  più di quelle che ancor ci è dato amare.
Chi ci farà più ridere con quel fare burlesco e scanzonato, con l’estro e la spontaneità di chi sa cogliere al volo un emozione o stemperare un’accesa discussione?

Così, caro amico Mimmo, ti voglio ricordare. Con la tua ironia dissacratoria,  con la battuta pronta o il sottile calembour che sempre ci hai donato,  portando un po’ di buonumore e un certo disincanto. E le grandi tavolate, le dispute su tutto, il cazzeggio puro come diversivo, le partite della Roma, le fragorose gite sul pullmino.

Canta ancora per noi, Mimmo caro.
Con Alberto al basso e Massimo alle tastiere, che avrai di certo già incontrato.
Canta per la tua compagna coraggiosa, orgoglio e vanto della tua esistenza. Per tuo figlio, per tuo nipote che hai appena visto e coccolato, per tua sorella che ti ha assistito, per gli amici e per tutti quelli che ti hanno conosciuto e amato.
E canta ancora anche per me, e lo dico  con fierezza, che fui il tuo primo scopritore e oggi ti piango.
 Canta con la tua suadente voce, dal grande schermo che non hai fatto in tempo più a comprare.
Noi ti applaudiremo,  adesso e sempre, come faceva chi tanto ti apprezzava.  
Ciao fratello mio!
Roma 6 novembre 2012        (Alfredo Laurano) 


sabato 5 novembre 2016

RICORDANDO PPP

Che, se n’annamo a Ostia? Fece il Riccetto, “oggi sto ingranato”.
“Eh” fece spostando su e giù tutti gli ossacci della sua faccia Alvaro.
“C’avrai dupiotte, c’avrai...”  
Pier Paolo Pasolini, (Ragazzi di Vita)

Pochi anni prima di essere ucciso Pasolini scrisse che l'Italia stava vivendo ''un processo di adattamento alla propria degradazione''.
Oggi, a tanti anni di distanza, non si può dire che quel processo sia concluso, ma certo quelle parole risultano drammaticamente profetiche.
Intellettuale vivace, intelligente e curioso, protagonista libero della vita sociale e politica, artista multiforme, poeta, narratore, drammaturgo, regista cinematografico, filologo, critico, giornalista e polemista - oggi diremmo tuttologo vero - è stato un innovatore in vari spazi e generi culturali, anche grazie alla sua vena polemica e provocatoria, frutto di una vita difficile, contrastata e sofferta.
Aveva colto, segnato e rappresentato un momento di profondo cambiamento della nostra società, dalle antiche tradizioni contadine, al materialismo e alla violenza del consumismo. Poi venne il globalismo.

Qualche mese fa, vandali neofascisti di Militia hanno spezzato parti del monumento realizzato da Rosati nel parco dell’Idroscalo di Ostia, dove Pier Paolo Pasolini fu ucciso. 

Hanno spaccato le lastre di marmo con incise le sue poesie; hanno rotto i pannelli di vetro con i percorsi biografici; hanno lasciato sul prato calpestato e distrutto uno striscione ingiurioso: 
«Ma quale poeta e maestro: fu frocio e pedofilo, lui era questo».


La sua eredità, ricca e articolata, cresce col tempo. 
La sua attualità, come scrisse il suo amico Gian Carlo Ferretti, 
''riposa nella duplicità, nell'ambivalenza drammaticamente esibita fra pubblico e privato, fra l'opera e l'uomo, fra la pagina scritta e l'offesa quotidiana sopportata in pubblico e in pubblico denunciata e urlata''. (Alfredo Laurano)


DA ACCATTONE A MUCCINO

Il luogo della scomparsa di Pasolini, dopo anni di abbandono e degrado, è diventato da tempo un giardino letterario, lungo Via dell'Idroscalo a Ostia, curato da volontari che, a titolo gratuito, ne garantiscono la pulizia e fruibilità durante tutto l'anno.
Tre giorni fa, a 41 anni dalla morte (2 novembre 1975), l'artista è stato lì commemorato.
Anch'io voglio ricordarlo con questo mio pezzo, di un anno fa.


DA ACCATTONE A MUCCINO 

Senza citare la solita frase sulla tolleranza attribuita, pare erroneamente, a Voltaire è ovviamente scontato che ognuno ha diritto di esprimersi, criticare, dire la sua su ogni argomento. 
Gabriele Muccino, premettendo di amarlo come pensatore, giornalista e scrittore, ha scritto che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un “non” regista”, che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava. 
Tale affermazione ha scatenato una pioggia di critiche e insulti sul social network a cui ha fatto seguito una temporanea chiusura del profilo Facebook. Gli hanno dato, con rabbia e violenza, del mediocre, dell'arrogante, della nullità; insulti a destra a manca, una sassaiola da vandalismo intellettuale, come contro colui - dice Muccino - che ha osato dire che forse la Terra non era al centro dell'Universo. 

Tutto questo è inaccettabile. La risposta a Muccino, quindi, non può e non deve essere l’ingiuria, deve essere nel merito, nel valore di un’affermazione o nella contestazione argomentata di un certo pregiudizio, rispettandone comunque l’opinione. 
Quello di Pasolini, da un certo punto di vista, fu forse un anticinema, la sintesi di un’altra visione del mondo, espressa con l’immagine (estetica) unita alla parola (essenziale e cruda), in maniera totalmente nuova e dirompente: Accattone, Uccellacci e Uccellini, Medea, Salò e Il vangelo secondo Matteo, ne sono eloquenti esempi.
Muccino, come chiunque altro, ha tutto il diritto di preferire la commedia all’italiana, il neorealismo, De Sica, Rossellini, Fellini, Visconti, Leone, Bertolucci, ma affermare che la macchina da presa di Pasolini avrebbe rovinato il cinema di quei grandi è quanto meno paradossale. E’ come mettere a confronto o in competizione Caravaggio e Picasso o Renoir e Guttuso.

A quel pregevolissimo cinema, che tutti amiamo e veneriamo, Pasolini ha opposto la sua filmica poetica, soggettiva e antinarrativa, che non risponde ai criteri del racconto lineare, logico e sensato (lo diceva lui stesso), tipici del filone propriamente narrativo. E’ un altro genere, ma non per questo conflittuale o antitetico. E’ ovvio che anche le inquadrature, gli stacchi, le dissolvenze e i movimenti di macchina siano diversi e, piacevolmente, “amatoriali”. Una tecnica che ha spezzato stereotipi etici ed estetici, senza rinnegare o stravolgere i canoni della Settima Arte, in nome della propria, presunta superiorità intellettuale. Dove metafore violente, orribili e perfino disgustose per rappresentare il male (Salò) si alternano a momenti di assoluta poesia per rappresentare l’amore e la purezza dei sentimenti (Mille e una notte). 

Allegorico e popolare, ma anche profondo e aristocratico nelle scene e nelle ambientazioni, quel cinema del grande artista, che amava la letteratura, l’eros, il calcio e, soprattutto, il libero pensiero, ancora oggi scandalizza e fa discutere, come fu anche per le sue opinioni radicali, le sue critiche taglienti e tutto il resto della sua vastissima opera. Ed è per questo che non voglio permettermi di definire i film di Muccino un po’ mediocri, un po’ stucchevoli e, a volte, un po’ patetici. 
Quelli di Pasolini, comunque la si pensi, sono entrati nella Storia. 
(Alfredo Laurano)

REFERENZUM: IL GIOCO DELLE PARTI

Come scriveva ieri Left, il sasso lanciato da Castagnetti che proponeva di rimandare il referendum costituzionale a causa del terremoto, difficilmente avrebbe potuto essere una banale mossa estemporanea.
Infatti, era solo l’ouverture di una fanfara che nelle ultime ora sta suonando fino al crescendo: sindaci, deputati, senatori, misconosciuti intellettuali e sostenitori del SI ripetono che è davvero il caso di spostarlo, per rispetto agli evacuati del terremoto.
Alcuni di loro, affermano che i terremotati non potrebbero votare, compromettendo la regolarità del risultato finale.
Tra costoro, si erge il ministro Angelino Alfano, che afferma: questo referendum non s’ha da fare. E l’imperatore del consiglio Matteo Renzi, sempre abile nel fingersi estraneo e indignato, smentisce e fa smentire dalla ritrovata Boschi l’ipotesi di uno slittamento della data del referendum.
Sull’articolo 18 fece un siparietto simile e poi lo cancellò.

Si realizza così l’ennesima operetta o pantomima, la cui sceneggiatura, all’occhio del popolo sovrano, prevede un capo responsabile e corretto, che salva la faccia e la dignità, e un alleato sfacciato e un po’ scemotto.
Anche perché quella specie di partitello di Angelino, ormai, esiste solo in Parlamento, fuori è protagonista di un costante scontro fratricida, fra attacchi, accuse, minacce e insulti di opposte milizie in guerra civile, terrorizzate dall’ipotesi di un rimpasto di governo, che cancellerebbe ministeri e la truppa dei gaudenti sottosegretari. Ridotti a semplici pedine, politicamente insignificanti.
Questo giochino delle parti di spostare la consultazione a tempi migliori - come se ci fosse la garanzia che il terremoto non ci sarà più, né in qualsiasi altro momento - potrebbe essere però solo all’inizio. Da qui al 4 dicembre le proposte fantasiose, le mosse, le trovate, le straordinarie intuizioni e i colpi di teatro, facilmente, potrebbero moltiplicarsi.
I sondaggi, da tempo, sembrano impietosi per il team dell’imperatore, i NO sono in continua ascesa e allora, perché non speculare appena un po’ sulle migliaia di scosse sismiche che hanno devastato una buona parte del Paese e che potrebbero preludere a quella del rovinoso crollo del Renzismo?
(Alfredo Laurano)

giovedì 3 novembre 2016

FAMILIARITÀ VIRTUALE

E’ incredibile il potere suadente e accattivante della Comunicazione e della relativa capacità di scavare e penetrare nella testa e nelle abitudini delle persone che, più o meno consapevolmente, sono portate ad assorbire messaggi, idee, opinioni, suggerimenti e notizie che, di fatto, orientano e indirizzano.
Nel processo di comunicazione globale - che si avvale di sofisticati modelli di trasmissione, di vari canali, di specifici contesti, di contenuti e destinatari - tutto si trasforma, si rielabora e si riduce a prodotto di consumo, non solo fisico e materiale.
Politica, etica, scienza, economia e sentimenti finiscono in un grande calderone promozionale e diventano anche, all’occorenza, un gigantesco spot dello spettacolo del dolore, che genera empatia e suscita profonda partecipazione all’immaginario collettivo.
Oggi, per esempio, onoriamo ufficialmente i nostri defunti, parenti, amici, pezzi importanti e significativi della nostra vita, ma molti ricordano, con altrettanta e spontanea condivisione, anche altri scomparsi sconosciuti, con nomi, cognomi, sembianze e soprannomi, come se appartenessero alla propria genealogia. 
Di essi si sa tutto e di più: storia, vita, infanzia, amori, passioni, virtù, difetti, manie e preferenze.
Sono le tante vittime, raccontate con dovizia di particolari dalla cronaca quotidiana, dei più eclatanti casi di omicidio e di violenza, che stampa, web, TV e opinionisti vari hanno convertito in icone popolari: da Marco Vannini a Luca Varani, da Sara Scazzi a Lorys e Yara Gambirasio, da Roberta Ragusa a Elena Ceste e Melania Rea, da Isabella Noventa a Teresa e Trifone.
Tutti angeli che porto nel cuore, con amore - scrive qualcuno sui social - anzi, aggiungete i nomi di chi ho dimenticato…”
Sono come i personaggi di un epico romanzo che appassiona e che divide, come gli interpreti di una lunga, infinita soap, che si amano o si odiano, con cui si entra in confidenza tutti i giorni e che diventano amici o persone di famiglia.
E’ del tutto legittima questa celebrazione annessa, questa naturale commemorazione, a latere, indotta dalla profonda suggestione mediatica che, inevitabilmente, contagia, coinvolge, catechizza e induce a un’intima adesione affettiva.
Nel contempo, però, è anche un altro esempio della globalità dei sentimenti, alquanto artificiali all’origine, e delle percezioni psico-sensoriali preconfezionate dal sistema informativo.
Lo stesso pathos e lo stesso afflato esistenziale non si producono, infatti, verso le infinite vittime di stragi e di calamità, che non hanno la stessa ribalta, gli stessi riflettori e gli stessi onori della cronaca.

Per loro non si prega, non si fanno gruppi e battaglie, non si relizza alcuna forma di ammirazione ed esclusivo  fanatismo, di adorazione quasi feticistica, di religiosità primitiva, a carattere magico o animistico. Basta sfogliare qualche pagina del web, per trovare santini, stelline, lucette intermittenti, fotomontaggi, immaginette sacre e animazioni e per rendersene conto.
Per tutte quelle altre vittime, anonime e distanti, resta scarso l’interesse e l’emotività, molto contenuto e rarefatto il coinvolgimento personale e collettivo.
Forse, perché non portano business e risorse pubblicitarie e non compaiono in scaletta e nei titoli di coda. 
Mi sembra tutto un po’ paradossale.
 2 novembre 2016 (Alfredo Laurano)




martedì 1 novembre 2016

PRIMA O POI

Nelle ultime 48 ore, oltre 1200 scosse di varia intensità. 
Ma non basta, non c’è solo il terremoto, la magnitudo e le scale Richter e Mercalli!

“Il Vesuvio esploderà con una potenza mai vista, non avrete il tempo di scappare.” 
Dopo il terrificante allarme lanciato del vulcanologo della York University, anche quello giapponese Nakada Setsuya avanza la medesima previsione. 
E non sono profezie di maghi o cartomanti, ma affermazioni autorevoli e attendibili di esperti ai massimi livelli.

E' importante ricordare che il Vesuvio è un vulcano attivo e non dormiente. 
Nell’impossibilità di prevedere un tale evento catastrofico con un certo anticipo, il geologo ha spiegato che i segnali da cui guardarsi sono gli sbuffi e gli eventuali rigonfiamenti del terreno che potrebbero preannunciare movimenti del magma. C’è solo un problema: a volte trascorrono pochissime ore da questi segnali alll’eventuale eruzione.

Secondo i più recenti studi, l’eruzione creerà una colonna di gas, cenere e lapilli che si innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di cento metri al secondo con una temperatura di mille gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani in appena 15 minuti.
I primi paesi ad essere colpiti saranno Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale, seguiti da Torre del Greco, Ercolano e Torre Annunziata. 

Due milioni di persone vivono abbastanza vicino al Vesuvio per essere nella linea di fuoco, 700.000 di questi abitano alle porte del vulcano e sarebbero da evacuare in caso di risveglio dell’attività. 
E a 9 km di distanza c’è Napoli.
Esiste, e sarebbe pronto e aggiornato, un piano di emergenza da attuare nelle 72 ore prima del risveglio del Vesuvio.
Prevede una fase di allarme, dove centinaia di autobus  effettuerebbero migliaia di corse al giorno, trasportando nelle aree di incontro i 672 mila residenti  nella la zona rossa. Tutte le auto e i mezzi di trasporto usufruirebbero dei 21 punti di accesso e uscita individuati dalle autorità. 
Sarebbero evacuati i malati in ospedali e i detenuti nelle carceri e verrebbero messi in sicurezza i beni culturali.
Tutto il mondo è preoccupato e lancia urgenti allarmi, ma le popolazioni del vesuviano e dei Campi Flegrei continuano a vivere lì e a costruire in nome di un certo fatalismo, anche perché non sanno, e non sappiamo a quale generazione toccherà pagare il rovente conto del vulcano.
1 novembre 2016 (Alfredo Laurano)