domenica 11 ottobre 2015

STRAZIATI E SCONTENTI

Marino riceve la solidarietà di sostenitori e cittadini, autoconvocatisi oggi nella piazza del Campidoglio, al grido di: "Marino resisti, i cittadini onesti sono con te", "Non ne possiamo più di questo accerchiamento vergognoso, Marino ripensaci".
Ricordate “Straziami, ma di baci saziami”, il bel film di Dino Risi del 1968 e, in particolare, la scena della Pizzeria?
Mi è tornata in mente, in questi giorni per associazione di idee o di parole con la vicenda del Sindaco dimesso.
Marisa (Pamela Tiffin) a Marino (Nino Manfredi) sono seduti al tavolo e aspettano le pizze. 
Lei dice a lui: Marino, lascia che io ti ricordi con amore, se sapessi, in questi mesi t’ho penzato, quando non g’eri t’ho penzato, t’ho chiamato e dicevo: Marino, Marino voglio Marino!
Il cameriere con il vino in mano: mi dispiace signora, Marino è terminato, abbiamo solo ‘sto Frascati ch’è buonissimo!
No, guardi, lei non può capire, dice Manfredi.
E nemmeno noi.
11 ottobre 2015 (Alfredo Laurano)



INARRESTABILE FURORE

Da due o tre giorni non si parla di migranti e annegamenti, di barconi rovesciati e viaggi della speranza via mare, via terra, sui camion o a piedi nei campi dei Balcani. 
Non si parla, da qualche ora, di decapitazioni e tagliagole che uccidono "infedeli", ma anche la Storia e la cultura. 
Di abusi sull'infanzia e sugli anziani e di femminicidi quasi quotidiani. 
Di rapine che finiscono nel sangue, di omicidi di mafia o di camorra e di regolamenti di conti a pistolettate, nei bar e per le strade. 

In compenso, mentre in Brasile, in vista delle Olimpiadi, pare si faccia pulizia uccidendo bambini di strada e di favelas, Israeliani e Palestinesi continuano ad ammazzarsi per vendetta e per principio.
I Russi bombardano anche gli ospedali in Siria e in Turchia si fa strage di giovani, innocenti pacifisti che invocano e cantano sereni la fine delle atrocità.
E' terrorismo, forse di stato.
Diecimila persone hanno manifestato per le strade di Istanbul, dopo l'attentato - cento morti, duecento feriti - accusando lo Stato di essere responsabile dell'eccidio. Sorvegliati dalla polizia in tenuta anti-sommossa, i dimostranti hanno esposto striscioni e cartelli con le scritte "Stato assassino", "conosciamo i colpevoli" e hanno chiesto a gran voce le dimissioni del presidente Erdogan.
Anche la natura partecipa allo scempio e alla follia dell'uomo, unico e certo responsabile di tutto, esondando, franando, distruggendo case, cose, paesi e persone.
Mentre qualcuno spera nell'indulgenza del vicino Giubileo e nel riscatto delle coscienze, la violenza continua a dominare il mondo.
11 ottobre 2915 (Alfredo Laurano)




 

venerdì 9 ottobre 2015

LO VEDI…C’ERA MARINO

Non per aver rapinato la città o le casse comunali, non per tangenti e mazzette, per corruzione o connivenza con bande criminali che per decenni hanno infestato la città, ma per una bottiglia di Vintage Tunina: pregiato bianco friulano, pur sempre e pur caro, semplice vino. Per questo, alla fine e per semplificare, il tenace Ignazio è stato dimesso e scaricato da Renzi e la sua banda PD.
Roma ha avuto sindaci impresentabili e delinquenti, indagati per mafia o rinviati a giudizio per corruzione, ma mai nessuna levata di scudi e una campagna di stampa, così totale e pressante, è stata intrapresa per alcuno di questi.

Al di là delle incapacità del personaggio e della sua dubbia simpatia, è inquietante la canea di odiatori sul web che hanno creato pagine e siti (Levategli il vino, Forza Gnazzzio), per colpirlo, coglionarlo, attaccarlo e mediaticamente linciarlo.
Per esempio, non si è levata altrettanta rabbia contro Alemanno e il suo parentado. E dire che ne aveva forniti di pretesti per scatenare l’ira popolare.
Gnazio, anche per colpa della sua inadeguatezza nel ruolo (è un bravo chirurgo, non un amministratore), di una certa ingenuità politica e di un toppatissimo e infantile sistema di immagine e comunicazione, era diventato il bersaglio facile per tutti. Come il palloncino o l’orsetto del Luna Park, cui tutti possono facilmente sparare, anche gratis.
D'altra parte, a noi italica gente di maramaldi, piace infierire sui deboli e sui vinti...

Mai visto tanto accanimento.
Un assalto metodico e capillare, fatto di accuse e colpi bassi: prima per aver parcheggiato la panda rossa sotto il Campidoglio, poi per la pedonalizzazione dei Fori e del Colosseo, per l’allontanamento di porchette e bibitari da quei luoghi storici, per la registrazione delle coppie gay, per le proteste contro gli immigrati alla periferia di Roma, spesso guidate da neo-fascisti e da esponenti della vecchia giunta, tra cui Alemanno. Poi, ancora, per i troppi viaggi in America, i funerali di Casamonica con tanto di carrozza a cavalli pennacchiati ed elicottero.
A questo gioco al linciaggio si è prestato pure Papa Francesco che, abboccando a una domanda provocatoria di un infido cronista (Marino non ha mai detto di essere stato invitato dal Papa, ma dal sindaco di Filadelfia) ha risposto in maniera dura e sprezzante, quasi prendendolo in giro.
Solo per lo scandalo di Roma Capitale, i suoi detrattori hanno dovuto tacere, non potendolo attaccare perché del tutto estraneo a quei fatti. Anzi, in verità quella mafia e quel costume criminale, Gnazio lo ha sempre combattuto, fin dall’inizio del mandato: chiamò la Guardia di Finanza per verificare i conti comunali.
Adesso, la questione degli scontrini di un paio di cene con la moglie, in due anni e mezzo di amministrazione comunale, ha chiuso la questione.

Dopo il lungo assedio, mediatico prima, e fisico poi, circondato, sputtanato, deriso, insultato e sbeffeggiato, il sindaco più odiato si è dovuto arrendere: è stato giustiziato sulla piazza del Campidoglio dal suo partito di riferimento, perché poco renziano, dalla sua stessa Giunta, da Salvini e Casa Pound, dalla ruspante Meloni, da Marchini il bello e dagli onesti Cinque Stelle, pronti a conquistare il colle.
Per il PD è comunque una sconfitta in questa fiera dell’ipocrisia. Un clamoroso autogol che pagherà molto caro.

A chi e a quanti ha dato fastidio? Quali interessi ha contrastato? Ha impedito a qualcuno di continuare a gestire la città in modo clientelare?
Sono mesi e mesi che Marino, da sempre mal sopportato anche dal comitato d'affari del partito, è vittima di polemiche pretestuose.
Con tutto il marciume che c'è a Roma, davvero il problema, ammesso che sia vero, è la carta di credito da 20.000 euro in due anni, qualche cena, qualche ristoratore vendicativo (vedi tavolino selvaggio) che ricorda ogni dettaglio dopo due anni o qualche viaggio per congressi? Renzi usa i voli di stato per andare in vacanza sulla neve.

Forse, qualche altro vecchio intrallazzatore mafioso, con Buzzi e Carminati in carcere, e tra poco processati, aspettava solo le sue dimissioni per riprendersi Roma.
Con il Giubileo alle porte e con i milioni di euro che gireranno, non è difficile pensare che qualcuno, qualche lobby o qualche potere forte lo volesse fuori dalla gestione e dagli appalti del Comune. 
Non si spiegherebbe, altrimenti, questo fuoco incrociato su fatti alla fine futili, viste le porcherie e le nefandezze di altri politici, attaccati alle dorate poltrone del potere pubblico.
Serve qualcuno diverso da Marino perché, ingenuo e incapace quanto ci pare, ma al contempo incorruttibile, è un ostacolo pericoloso per gli amici degli amici.

Sicuramente, però, dopo la cacciata dell’infedele sorridente, impopolare e a tutti inviso, le buche di Roma si autotapperanno, il traffico si dimezzerà, le strade non si allagheranno più, il Tevere avrà la bandiera blu, i rom daranno bottini e refurtiva in beneficenza e la monnezza di romani e turisti incivili svanirà d’incanto.
E anche i milioni di topi che vivono con noi si adegueranno a tanta insperata pulizia.
 9 ottobre 2015 (Alfredo Laurano)






mercoledì 7 ottobre 2015

POSTRIBOLO DI STATO

Ignoranza, arroganza e maleducazione in quel postribolo chiamato Senato.
Vi siedono riciclati, venduti e comprati, riverniciati e nostalgici del Bunga-bunga e del Craxismo –col garofano all’occhiello - che fanno gesti espliciti e sessisti alle donne, in gravidanza, di avversi schieramenti. 
Eravamo da tempo abituati - anche all’altra Camera - agli insulti, alle offese, agli spintoni, agli schiaffi, alla guerriglia mediatica sui banchi di quell’ antro malfamato. 
Avevamo visto assalti ai banchi del governo, esibire catene, cartelli, bavagli, cappi e salmoni, mangiare la mortadella, brindare a spumante e anche di più, ma non avevamo ancora assistito a gesti così volgari e misogini, fino ad oggi di moda allo stadio, nei più eleganti salotti dell’aristocrazia ipocrita e nei ritrovi mondani di borgate e periferie. 

Non è tanto un’offesa al Parlamento o alle Istituzioni - che non vedono, non sentono e non possono rispondere a tono - ma è una forma di disprezzo delle donne e di tutti i cittadini, che, da quella gentaglia, lautamente compensata, dovrebbero essere rappresentati. 

Sospesi per cinque giorni? Una nota in condotta o nel curriculum? Accompagnati dai genitori? Saranno profondamente costernati i due raffinati verdiniani, filo-renziani.

Ma perché cotanta umiliazione? In fondo, hanno solo metaforicamente mimato un’arte tipicamente femminile, come prevede il Kamasutra.
Immunità, privilegi, protezione: a volte può non bastare, quando il popolo si incazza.
Prima o poi, potrebbe accadere loro, o ad altri simili compari, quello che è successo ieri alla dirigenza di Air France: manager inseguiti, malmenati, presi a calci in culo e denudati dagli operai incazzati e furenti per l’annuncio di 2900 licenziamenti.
Ovviamente, fuori dal postribolo per non mancare di rispetto alle sacre Istituzioni.
6 ottobre 2015 (Alfredo Laurano)



lunedì 5 ottobre 2015

PERCHE’ NON ESSERE CATTIVO

Forse il significato di questo titolo un po’ criptico ed enigmatico sta proprio lì, su quella scritta che si legge sulla maglietta rossa di un orsacchiotto malridotto, piantato sulla croce in un cimitero di bambini, un’immagine che strugge l’anima di chi guarda: non essere cattivo verso te e verso gli altri, tendi al bene, al bello: è l’unica salvezza.
Un monito, un invito, un’esortazione, un messaggio di speranza?
“E ’quello che significa per me, l'abbiamo definito l'undicesimo comandamento”, dice Luca Marinelli, il Cesare di questo bel film dello scomparso Caligari, che ha concluso pochi mesi fa la sua vita, proprio con le ultime riprese di quest’opera.

Il suo cinema raccoglie chiaramente una certa eredità pasoliniana perché racconta lo stesso mondo degli emarginati, della periferia e della microcriminalità: una variegata umanità, scandalosa e violenta, segnata da un ineluttabile destino.
Sono storie epiche e drammatiche di borgatari, di drogati, transessuali, barboni e papponi - come nei precedenti “Amore tossico” e “L'odore della notte” - disegnate con un'intensità espressiva che alterna rabbia, malinconia, ironia, euforia, determinazione, tristezza, dolore e momenti d gioia e tenerezza.
Sentimenti e comportamenti contraddittori e discordanti, spesso antitetici e alternativi: l’amore per la nipotina orfana e il valore dell’amicizia, da una parte, e l’inevitabile malvagità e la quasi obbligatoria prepotenza, quale effetto della frustrazione e del rancore sociale, a lungo subito, dall’altra. Tutto coesiste in una rappresentazione alienata e schizofrenica di un’esistenza assai simile, o conseguente, a quella delle allucinazioni provocate dalla cocaina o delle pasticche
E’ un tentativo di rivincita e di riscatto socio-affettivo, al limite del paradosso, sostenuto nel film da una filosofia narrativa, tutta protesa a descrivere emozioni forti, autentiche e selvagge, attraverso il linguaggio crudo di borgata - uno sconvolgente mix di gergo romanesco, gergo della droga e della malavita - e una fotografia che dipinge icasticamente oltre ogni verità.

In una degradata Ostia di vent’anni fa - e a vent’anni dalla morte di Pasolini, ritrovato all’Idroscalo, nel 1975 - cercano di sopravvivere, di “svoltare la giornata” con qualsiasi mezzo, una serie di personaggi che sembrano usciti direttamente dalla stessa penna di Accattone. 
Il loro quotidiano è fatto di piccoli furti, di spaccio e notti brave, che spesso finiscono in risse e pestaggi.
L’incipit di “Non essere cattivo” è brutale e dirompente e può anche dare un certo fastidio, per i suoni fragorosi e per lo sguaiato turpiloquio, ma introduce con ruvida immediatezza ai toni, ai colori, ai contorni e ai significati di una misera realtà, difficile da capire per chi l’osserva da lontano (al cinema, in TV, nei libri o sui giornali), ma assai più da accettare per chi la subisce e la vive tutti i giorni.

Anche i due amici fraterni, Vittorio (Alessandro Borghi) e Cesare (Luca Marinelli) non hanno un lavoro, né sono interessati a trovarlo, e vivono il presente tra eccessi, droga e dissolutezza, senza interrogarsi sul futuro.
Il loro mondo è fatto di extasy, cocaina, musica techno, donne sottomesse - secondo un’etica sessista di borgata - videopoker, furti e spaccio: uno “sballo” persistente come antidoto al disagio, allo squallore e alla fatica di vivere.
Fino a quando per Vittorio si apre uno spiraglio di salvezza, grazie all’amore per una ragazza-madre, Linda (Roberta Mattei). Decide di cambiare vita, di non drogarsi più e di iniziare a lavorare onestamente come manovale.
Vorrebbe trascinare in questa redenzione anche l’amico Cesare, innamoratosi a sua volta di Viviana (Silvia D’Amico, quasi irriconoscibile nella difficile parte), ma le strade dei due sono destinate a dividersi e il lieto fine non è così scontato.
Una storia maledetta di esclusi e “senza parte” in cui si profila, però, al di là del vizio e della precarietà, l’idea della speranza e del cambiamento, oltre il castigo e la condanna del reietto al buio dell’emarginazione.

Sullo schermo, impudiche immagini di desolazione, di solitudine e di tristezza umana ricreano atmosfere di una periferia non molto diversa da quella pasoliniana, con gli stessi peccati e gli stessi vizi strutturali. 
Quel luogo malfamato che il grande friulano aveva visto come laboratorio di genuinità, di corporeità, di passione, contro tutto ciò che è finto o che può essere artefatto. È nella periferia che gli individui, incalzati dai bisogni primari, infrangono le regole, lottano nella vita e portano a galla tutte le contraddizioni e le ingiustizie di una società borghese, egoista e altrettanto violenta, che emargina i non allineati, che non distribuisce ricchezze e colma con l’odio razziale gli squilibri.
“Non essere cattivo”, magistralmente interpretato dai due straordinari protagonisti, ma anche dalle due fantastiche giovani attrici e da tutti gli altri attori, è un film amaro e genuino, pieno di ritmo e di pathos, che commuove e fa pensare.
La spietata macchina da presa, nel carrellare impietosamente su quella disperata umanità, poco o nulla concede alla fantasia e al buonismo, ma sa comunicare con forza travolgente.
"A Ce' non guarda' il mare che poi te vengono i pensieri" - dice Vittorio a Cesare, che fissa assorto quell’infinito azzurro, ma non ci spiega quali.
Forse quel mare, che lo imprigiona nella sua circoscritta dimensione, gli concede di fantasticare un’illusione, come in un abbaglio delirante, indotto da sostanze. Forse la voglia di cambiare tutto, di evadere, di fuggire su una barca con le persone amate, di inseguire la normalità, di non rassegnarsi al proprio destino.
Ad ognuno comunica qualcosa di importante, quello che vuole o quello che ci trova, ma nessuno esce dal cinema a mani vuote o senza sentirsi un po’ in colpa o sotto accusa.
5 ottobre 2015    (Alfredo Laurano)

CINQUANTA SFUMATURE D’ AMORE!



CINQUANTA SFUMATURE D’ AMORE!

Cinquant’ anni insieme, uniti come il primo giorno, non sono soltanto un traguardo tagliato e un felice anniversario, privilegio non a tutti riservato.
Sono la testimonianza di una grande, vera e intensa storia d’amore e di una impegnativa prova di reciproca fiducia. Sono l’esempio eloquente e inconfutabile di un’unione consolidata, sancita dai numeri e dagli anni.
Ma sono anche l’occasione per riflettere su ciò che si è costruito in quel lungo tempo, passato però in un baleno: casa, figli, lavoro, esperienze.
Su ciò che si è vissuto insieme, alla luce e con la forza di un profondo sentimento che, attraverso mille sfumature di gioie e di dolori, di speranze e delusioni, ha guidato quel cammino e ogni scelta o decisione, dalla giovinezza alla maturità.
Cinquant’ anni racchiusi in uno scrigno di tesori e di ricordi che raccontano una vita condivisa. Che custodiscono con cura i momenti più importanti: l’affetto e la passione, la tenerezza e la dedizione, l’entusiasmo e le emozioni.
Sono per Voi, cara Lilli e caro Antonio, una magnifica vittoria da premiare con la medaglia d’oro e, per gli altri, una preziosa lezione di esistenza.
 3 ottobre 2015  (Alfredo Laurano)



                                                                                        


giovedì 1 ottobre 2015

CIAO COCCIUTO CIOCIARO!

E’ forse la piazza più odiata dagli italiani o, se vogliamo, la meno amata.
E’ quella piazza che ospita e rappresenta la democrazia e il Parlamento, ma anche la faccia cattiva di una certa politica, fatta di arroganza e di potere, di affari e corruzione, di arrivismo e interessi personali.
Ieri, però, quella piazza Montecitorio ha riacquistato un significato più nobile e popolare: ha dato l’addio a un grande uomo che di quella certa politica non si è mai servito, ma ha servito con passione.
Pietro Ingrao, nel suo secolo di vita, è stato un riferimento ideale e culturale più importante per più generazioni, un esempio di onestà e di coraggio, di pensiero libero e critico, di comunista, partigiano, poeta e intellettuale, al servizio del movimento operaio e dei più dimenticati, per cambiare la società della mercificazione del lavoro e delle persone e affermare le bandiere della libertà, dello sviluppo e dei diritti.
Sopra alla bara, una corona di fiori e un caschetto portato dagli operai di Terni e la sciarpa rossa di don Gallo.
In quella piazza, ieri mattina, si respiravano quelle idealità, quei valori e quei sogni, fra la commozione della gente che, compostamente, ha ascoltato le bellissime parole di Alfredo Reichlin, “non era uno scettico, era uno che voleva capire quel tanto di verità che c'è sempre in fondo alle cose, sapeva lottare e colpire. Era un uomo giusto: così la gente lo ha percepito”.
“Faceva innamorare le persone”, ha detto il regista Ettore Scola.
Don Ciotti ne ha sottolineato il candore, l'autenticità, la capacità di stupirsi e interrogarsi. Le figlie Renata e Celeste e la giovane nipote Gemma hanno ricordato, tra le lacrime, i momenti di quotidianità, i pranzi domenicali, le passeggiate coi nipoti: "Portava a casa la sua passione politica e la sua voglia di purezza e anticonformismo. Ci ha trasmesso l'amore per la vita, vissuta nella libertà, nel rispetto degli altri, nella ricerca della giustizia".


Alcune sue poesie, scritti e pensieri sono stati recitati da familiari, tra un intervento e l’altro: tutti hanno testimoniato la sensibilità, la lealtà e la naturale coerenza degli aspetti pubblici e privati di quell’uomo semplice, tanto amato dalla gente, di quell’ ”eretico senza scisma” (Fausto Bertinotti), di quel “cocciuto ciociaro” non sempre ascoltato dal PCI (Luciana Castellina).
Tanta emozione vera si percepiva in quella piazza, tra applausi, bandiere, occhi lucidi e Bella Ciao.
“Sono un figlio dell’ultimo secolo dello scorso millennio - aveva scritto sul suo sito - quel Novecento che ha prodotto gli orrori della bomba atomica e dello sterminio di massa, ma anche le speranze e le lotte di liberazione di milioni di esseri umani.
Il mondo è cambiato, ma il tempo delle rivolte non è sopito: rinasce ogni giorno sotto nuove forme. Decidi tu quanto lasciarti interrogare dalle rivolte e dalle passioni del mio tempo, quanto vorrai accantonare, quanto portare con te nel futuro.

Ciao Pietro, lasci un grande vuoto.
Insieme a te se ne va l'ultimo brandello della Sinistra italiana.
Quella vera. Quella vicina ai bisogni della gente, sempre e comunque.
Quella che oggi ha tradito le speranze e i suoi valori, quella che non conosce il sottile profumo di un ideale.
1 ottobre 2015 (Alfredo Laurano)