martedì 13 febbraio 2018

QUANDO IL SALE CONDISCE LA POESIA


A MARTA
Quante volte ce lo siamo detto: passame er sale, passame er pane, passame er vino... (per favore). Sembra scritta anche per noi... (come per tanti altri), e per questo, te la voglio dedicare.
Se fossi giovane come a quel tempo, ti comprerei il disco col fiocchetto, ma oggi c’è internet e tutto lì' c’è.
"N’avemo fatta de strada e de strada ancora (forse) ce n’è.
Ogni fiato, ogni passo che resta vojo fallo co’ te…"
Passame er testo e falla co me! (Alfredo)

PASSAME ER SALE è il bilancio di un’esistenza, di un amore che dura una vita, con i suoi alti e bassi, i suoi piccoli riti quotidiani, le liti e le riappacificazioni. 
Un bilancio positivo, perché qui non c’è la storia, che quasi sempre si racconta, di un amore che nasce o che finisce, ma quella di un amore, maturo e consapevole, che cresce e nel tempo si rafforza.
Perché qui c'è l'utopia dell'amore eterno che si realizza, fra momenti di gioia e sofferenza, di sogni e di ansie, di paure e di speranze. "Se semo amati, feriti, traditi e accarezzati, se semo persi, inseguiti, impauriti e in lacrime riconquistati".

Perché “passame er sale”? Perché è una delle classiche e semplici frasi che accompagnano la vita di tutti i giorni di una coppia, i suoi pasti, i suoi dialoghi, i suoi momenti di semplice normalità.
Perchè la scelta del dialetto romano (ma sarebbe lo stesso anche in napoletano o siciliano)?
Perché è la nobile lingua dell’intimità familiare e domestica, della complicità delle passioni, della palpitazione, del pathos, della trepidazione. La lingua dell’anima che canta l’amore, funzionale ad un ritratto fedele di luoghi e dei tempi, che sono soprattutto uno stato d’animo.
Perché è la storia delle nostre radici. Scrivere in dialetto, come pure parlare, è diverso, le cose vengono fuori con più facilità, le canzoni e le poesie sono meno ragionate.

“Vengono dalla pancia - racconta Barbarossa - Quando scrivi in dialetto non rappresenti solo te stesso, ma una cultura millenaria, con più riferimenti, e non c'è niente come il suono di un dialetto che riporti a certe sensazioni e descrizioni".
E quei testi si concretizzano, prendono forza evocativa e vita propria e si moltiplicano in coriandoli d'infinito, piccoli istanti di eternità (Baglioni), che creano divertimento e commozione, che rilasciano emozioni e brividi. 
Che raccontano la nostra storia, i nostri turbamenti. 
12 febbraio 2018 (Alfredo Laurano)
TESTO: Passame er sale, er sale fa male, passame er tempo, er tempo non c’è, passame armeno i momenti che ho vissuto co’ te.
Passame er vino lo mischio cor sangue, passame i sogni je metto le gambe, passame stelle che inseguono il giorno e nun sanno dov’è.
Se semo amati, feriti, traditi e accarezzati, se semo presi, lasciati, pentiti e aritrovati
pe’ ogni fijo amato e cresciuto. N’avemo fatte de notti, mo’ li vedi anna’ in giro ner monno coi nostri occhi.
Ah si mi chiedi l’amore cos’è, io non c’ho le parole che c’hanno i poeti, nun è robba pe’ me
ah si me chiedi l’amore che d’è, io non c’ho le parole, ma so che ner core nun c’ho artro che te.
Guardace adesso t’aspettavi de più, gniente è lo stesso, ma più bella sei tu, che manco a na stella cadente avrei chiesto de più;
se semo persi, inseguiti, impauriti e in lacrime riconquistati;
se semo offesi, difesi, colpiti e pe’ tigna mai perdonati;
N’avemo fatta de strada e de strada ancora ce n’è.
Ogni fiato, ogni passo che resta vojo fallo co’ te….



mercoledì 7 febbraio 2018

LO SCALDAPUBBLICO


Non ho visto il Festival, ma ho visto Fiorello.
Doveva agire da “scaldapubblico”, come un borsa d’acqua calda, come una coperta termica umana, invece ha fatto il mattatore, giocando col pubblico, con le parole e con la musica. Comico, cantante, attore, narratore, battutista, istrionico mimo e imitatore, umorista e conduttore: un vero animale da palcoscenico. Un trascinatore, un dominatore indiscusso, un artista incontenibile, completo e spumeggiante, che ha tenuto alto il ritmo e l’attenzione. Che si è preso meritatamente la scena con una doppia, irresistibile performance. 
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È Fiorello, lo showman “dalle mille e una dote”, il trionfatore della prima serata e del boom degli ascolti (11,6 milioni incollati al video, 51,2% di share), di Sanremo, firmato Baglioni.
Scherza con la cronaca politica e sfida la stupida par condicio, senza peraltro ossequiarla, provando a vedere quanti votano Pd, 5 Stelle, centro destra. In Rai tremano.
Battute a raffica: sul presidente turco Erdogan "che sta venendo a Sanremo perché ha saputo che ci sono 1300 giornalisti liberi", sul "toy boy di Orietta Berti", evidente allusione al candidato premier Di Maio, "e se vince il vertice Rai va a casa", sul "canone che pagano tutti perché sta in bolletta. Poi esce, ritorna e dice: “Dietro le quinte, ovunque ti giri, trovi un Pooh, sono dappertutto, come le tasse!”.
Con il geniale medley di “Capitani Coraggiosi” – canzoni di Baglioni cantate alla Morandi e viceversa, con i pezzi dell’uno che si fondono in quelli dell’altro – raggiunge quasi la perfezione, come anche nel mirabile duetto con Baglioni.

Apprezzabile e poetico il monologo iniziale di Claudio Baglioni, anche se velato di ineludibile retorica. “La canzoni sono arte povera, ma hanno una forza evocativa incredibile, solo gli odori hanno la stessa forza. Sono come coriandoli d'infinito, piccoli istanti di eternità. Sono mare, terra, cielo, neve di sogni che sembra cadere giù da un altro pianeta. Infatti nessuno sa da dove possano venire. E in quei secondi fanno piccoli miracoli. Pugni di riso che cuciti insieme riescono a dare emozione, divertimento, commuovono, emozionano. Le canzoni sono come l'aria, non si può farne a meno, riempiono polmoni, ci prendono per mano e ci portano a volare”.

Siamo d’accordo ma, allora, a che serve quella enorme scala avveniristica, che si apre e si compone ad espansione, con tanti iper-tecnologici petali di metallico fiore, come in un manga giapponese di Jeeg robot? 
A introdurre cantanti e protagonisti scesi da un’astronave?
Ad avvolgere l’orchestra di bianco vestita, che Fiorello ribattezza “Love Boat”, dove spicca il maestro Vessicchio, che sfoggia un papillon rosso fiammante, che spopola sui social in versione Playmobil?
A raccontare l’incontro tra luce, immagine e architettura (come dice orgogliosamente la illustre scenografa) sul grande palco dell’Ariston?
A suscitare sorpresa e stupore negli spettatori e a sedurre la svizzera Michelle Hunziker, la donna dall’eterno sorriso stampato?
Su quel palco, la città dei fiori non c’è più ma, per fortuna, Rosario, si.
7. 2. 2018 (Alfredo Laurano)

ERDOGAN IN VATICANO





E Francesco gli regala"un angelo contro la guerra"

Intanto, fuori, scontri tra manifestanti e polizia al sit-in di protesta contro la visita di Erdogan a Roma. La manifestazione nei giardini di Castel Sant'Angelo da parte della comunità curda residente in Italia dopo l'offensiva dell'esercito turco ad Afrin, nel nord della Siria, che ha scatenato molte proteste nel mondo. Tra gli striscioni esposti "Stato turco assassino", "Boia Erdogan! Giù le mani dal Kurdistan", "Erdogan = Turchia autostrada per i terroristi". 
 5 febbraio 2018




domenica 4 febbraio 2018

VADO A FARE UNA STRAGE E TORNO

Attenzione, attenzione, c'è un uomo armato in auto che sta sparando in città. Restate tutti in casa e nei luoghi di lavoro fino a nuova comunicazione. Abbiamo fermato il trasporto pubblico e chiesto alle scuole di tenere i bambini all'interno. Si consiglia di non muoversi per andare a prenderli fino a nuova comunicazione: questo l'appello lanciato stamattina alla cittadinanza dal sindaco di Macerata, quasi un coprifuoco da guerra civile.
Rappresaglia, tiro a caso, castigo, vendetta e punizione: un raid di stampo chiaramente razzista, una reale, quanto incredibile situazione di pericolo che si è venuta a creare per opera di un novello giustiziere, Luca Traini, incensurato, fisico atletico, capelli rasati, bloccato dai carabinieri, dopo oltre un'ora, davanti al Monumento ai Caduti.
Dopo aver dichiarato, “vado a fare una strage”, aveva seminato paura, sparando pistolettate dalla propria auto in corsa, ferendo sei persone, tutte africane, e colpendo negozi ed edifici. Ha percorso e terrorizzato le vie del centro e della stessa zona dove abitava il presunto assassino di Pamela, la ragazza fatta a pezzi tre giorni fa.
Braccato dai militari, si è messo sulle spalle una bandiera italiana, si è girato e ha fatto il saluto romano, in attesa forse di onori ed ovazioni.

Secondo testimonianze e indiscrezioni, il giustiziere folle, già candidato, senza fortuna, per la Lega alle ultime lezioni comunali, sarebbe stato innamorato della giovanissima ragazza uccisa che, si ipotizza, avrebbe così voluto vendicare.
Ovviamente, mentre tutti noi - ancora sopraffatti dall’orrore per quel brutale omicidio - condanniamo schifati anche le gesta ignobili di questo squilibrato, oltre naturalmente i principi “ideali” che lo avrebbero ispirato, non gli mancheranno certamente espressioni di stima, di apprezzamento, di condivisione e forti segnali di incoraggiamento, da parte di altri esaltati, gonfi di furore ideologico e pronti alla vendetta: “Non uno, ma 1.000000” di Trainiha appena scritto qualcuno in un post.

Sia chiaro: nulla può giustificare questo insensato gesto di ritorsione, di giustizia spiccia e sommaria.
Ma la gente è esasperata - soprattutto dopo certe efferatezze - e chissà quanti sono pronti ad emularlo, in qualsiasi altro modo e luogo, tutt’altro che pacifico, infierendo a caso su degli innocenti.
Non a caso, è apparso oggi su FB un raccapricciante fotomontaggio della testa insanguinata di Laura Boldrini, sgozzata da un nigeriano inferocito, “questa è la fine che deve fare per apprezzare le usanze dei suoi amici".
I Giovani Padani della Lega, pochi giorni fa, hanno dato alle fiamme in piazza un fantoccio raffigurante la stessa presidente della Camera.

Attenzione, quindi, a non bollare con troppa facilità questa azione come quella di un pazzo isolato. Troppi cittadini sono stanchi, stufi e impauriti per via della scarsissima sicurezza che si vive nel Paese, perché le leggi non sono applicate con rigore, perché consentono a chi delinque di tornare in libertà dopo poche ore, perché le carceri son piene, perché in attesa di giudizio, perché non c’è certezza della pena.
Non sempre lo Stato protegge e tutela le vittime (donne, anziani e soggetti fragili, in particolare), almeno quanto lo faccia per violenti e criminali, che si avvalgono delle giuste garanzie di legge di un Paese democratico, ma spesso non vengono puniti e la fanno franca.

Il fenomeno migratorio, ad oggi sempre più intenso e poco gestibile, non lo controlliamo, ma lo subiamo, pagandone amaramente, e in tutti i sensi, le drammatiche conseguenze sul piano sociale, alloggiativo e organizzativo:  un’accoglienza senza limiti e senza alcun filtro selettivo, favorita anche dal menefreghismo internazionale, determina l’esodo storico e massiccio di gruppi, etnie e rifugiati, composti da culture, costumi, mentalità, religioni e tradizioni assai diverse dalle nostre e di non facile integrazione. 
Anche perché molti sono vittime, non solo di guerre, fame e miseria, ma anche del nuovo schiavismo del terzo millennio, di torture, di privazioni e abusi.
Tutto questo, per effetto di quella parte irregolare e delinquenziale che gli immigrati pur contengono al loro interno (spacciatori, potenziali stupratori ed assassini), ha stravolto le abitudini, i rapporti, gli equilibri sociali e l'immagine delle nostre città, rendendole più degradate, più pericolose, più invivibili. E, allora, facciamoci giustizia.

Nessuno ne può più, lo dice, lo scrive, lo dimostra, con inaudita ferocia.
La ragione frana e l’umanità soccombe e, insieme, lasciano il campo alla rabbia, all’ostilità, all’odio, al rifiuto, alla vendetta. Basta ascoltare battute, parole volanti e pezzi di discorsi tutti i giorni, in strada, al bar, al mercato o nelle piazze.
Stavolta, c’è mancato poco, poteva veramente essere una strage ma, forse è stata solo rimandata. Se non si trovano soluzioni, se non si danno rassicuranti segnali di presenza istituzionale, di controllo e prevenzione, quel tiro a segno libero potrebbe diventare uno sport nazionale.

Un ragionamento elementare, quanto diffuso e sostenuto anche da certe parti politiche che soffiano volgarmente su quel fuoco, speculando, è che sono tutti parassiti e nullafacenti, che prima o poi diventano delinquenti: Pamela è morta macellata per mano di uno di questi. Se non fosse mai arrivato in Italia e se fosse stato espulso, Pamela sarebbe ancora viva.
Come se fossero tutti spietati emissari e fedelissimi di Boko Haram.
3 febbraio 2018 (Alfredo Laurano)



venerdì 2 febbraio 2018

QUATTRO, PARI, NERO, MANQUE

Sicuramente il quattro, alla roulette della politica nostrana, non è un numero fortunato per il prode bullo di Rignano, già presidente del Consiglio e ancora segretario-padrone del PD. Il 4 dicembre del 2016 ha preso la bastonata del referendum costituzionale, il prossimo 4 marzo, prevedibilmente, ne prenderà un’altra: quella elettorale. Magari biasimando o accusando quella data musicalmente storica, legata al testo poetico del grande Lucio Dalla, nato il 4 marzo 1943.
Non si è dimesso dalla politica - come aveva solennemente dichiarato, insieme alla pupilla Boschi - dopo la prima, lo farà forse, spontaneamente, dopo la possibile seconda?
O qualcuno in quel partito allo sbaraglio riuscirà a convincerlo alla dissoluzione, con le buone o con le cattive?
Faites vos jeux. Les Jeux sont faits. Rien ne va plus: annuncia asettico il croupier.
Al Casinò dove si punta sui voti, questo numero fatidico potrebbe segnare la fine del renzismo, che si rivelerebbe una fugace meteora rispetto alle ottimistiche previsioni di tanti maghetti e politologi e, soprattutto, rispetto al redivivo berlusconismo di ritorno - di nuovo in auge nonostante condanne, servizi sociali, pernacchie e misfatti - di cui pareva essere il naturale sequel nel teatrino del grottesco all’italiana o l’inatteso remake di un’opera incompiuta, malamente reinterpretata in chiave diversamente progressista, secondo le nostalgiche categorie del dire, fare, giocare…e mentire.
Senza tornare all’antico, per esempio all’esordio “stai sereno” che, proditoriamente, strappò Letta della sua poltrona, o senza addentrarsi nell’accidentato percorso di balle, bugie, proclami e leggi vergogna à gogo (Jobs Act, articolo 18, Buonascuola, salva-evasori, responsabilità dei giudici, bavaglio sulle intercettazioni, Italicum), è sufficiente soffermarsi sulla attualissima questione della composizione delle liste elettorali e della scelta dei relativi candidati.
Un conflitto vergognoso, una manovra dispotica di assoluta prepotenza, denunciata aspramente dalle minoranze rimaste, ancora e nonostante. Tanti, com’è noto, se ne sono andati per sfinimento e deficit di democrazia, spinti verso l’uscio dagli insulti e dagli affronti di padron Renzi.
Solo fedeli e fedelissimi, che più fedeli non si può, che possano garantire l’obbedienza cieca, in vista di possibili (ma non probabili) scenari di alleanze di governo con la casa del padre putativo Silvio il Nazareno, e lubrificare e battezzare l’inciucio Renzusconi.
Si, perché proprio il deserto e quegli spazi vuoti lasciati da una Sinistra asfittica e trasformista, rivisitata in salsa leopoldesca e ornata dai vessilli del magico giglio fiorentino - sbandierati in luogo dei vecchi simboli storici, ripudiati con orrore insieme alle idee che rappresentavano - hanno determinato la resurrezione dell’ex cavaliere, ex senatore, ex statista delle cose perdute - patetica macchietta di se stesso, con i suoi inutili foglietti sempre in mano - anche se invecchiato, ricerato a lucido, indurito nel trucco, nella plastica facciale, già a suo tempo indotto al fallimento e alle dimissioni, sotto i pesanti colpi dello spread.
L’attuale minoranza dem è dunque sul piede di guerra: “Renzi deve dimettersi, sta distruggendo il Pd”. Michele Emiliano e Andrea Orlando criticano aspramente la strategia elettorale del segretario e contestano l’epurazione dei propri candidati: “La deriva di Renzi è perdente, con lui si rischia un processo di disgregazione inarrestabile. Dobbiamo convincerlo a lasciare, dopo il 5 marzo”.
L’agitata “notte dei lunghi coltelli” per blindare le candidature, seguita ai rinvii di una intera giornata, ha creato l'ennesima, grave spaccatura nel Partito Democratico: i non allineati, ignorati ed emarginati, hanno dovuto rinunciare a candidarsi per far spazio ai fedelissimi renziani. 
Nonché a un nuovo giovane e promettente acquisto, ex DC, ex UDC, ex PDL, ex tutto e di più, di nome PierFerdy Casini. Quoque tu! Quoque lui! 

Sullo sfondo e tutto intorno a questa vera guerra civile, scatenata all’interno di una parte, cresce una campagna elettorale truffaldina, cinica e indecente, tesa a creare o consolidare apparati, posizioni e rendite, che si articola in nome e per conto dell’opportunismo, in dichiarazioni sensazionali, prediche incontinenti, clamorose menzogne e finte suggestioni.
Con inaudita faccia tosta, secondo i canoni della più squallida demagogia, santoni e apprendisti stregoni dell’era digitale promettono magicamente tutto: sogni, lavoro, stabilità, sicurezza, pensioni dignitose, redditi vari, lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, alla povertà. C’è chi vuole abolire bolli auto, vitalizi e privilegi, dimezzare le tasse, “sopprimere” la Fornero e i clandestini, eliminare il canone Rai dopo averlo appena messo in bolletta.
E, anche, a scelta, tutto ciò che non ci piace o ci dà fastidio.
In vista di tale attraente e seduttivo paradiso, chissà perché, poi, da anni, la gente non va più a votare, si rifugia nel menefreghismo quotidiano e, tuttalpiù, apprezza il sano e più verace populismo!
Si fosse un po’ stufata di essere coglionata dalle illusioni parolaie seminate da giullari, burattini, mezze figure, pagliacci e vecchie e nuove maschere di stato e di regime? Tanto e dopotutto siamo a Carnevale.
Questa ridicola e inappagata farsa nazional popolare, in stile Cetto La Qualunque, ornata da decine di caricature e simboli affastellati l'uno accanto all'altro, quale esibizione di patologico narcisismo e di manie di protagonismo da baraccone, va in onda tutti i giorni e a tutte le ore.
E si conduce stanca, in un Paese sempre più stordito, annoiato e annichilito, su treni accessoriati, piazze allestite ma non gremite, pullman, comizi, giornali, talk show e prove tecniche di comunicazione e, soprattutto, tra impossibili alleanze, scelte e manovre studiate a tavolino, attacchi violenti alle persone (e non a programmi e idee), reciproco sputtanamento all’ultimo sfregio, tali da indurre l’esausto cittadino ad abbandonarsi al fascino romantico e indiscreto del sogno anarchico dell’utopia, dove l’antitesi è opposta al suo contrario e svela la falsità dell’incompatibile armonia.
 (Alfredo Laurano)



CINQUE PICCOLI INDIANI, MA NON E’ UN FILM

Lo pensiamo e lo diciamo tutti, lo ripetiamo tante volte, fino allo sfinimento e al ribaltamento dei parametri della coerenza e dell’ umana logica, che non ci conforta e non ci aiuta a capire: è una storia drammatica, più incredibile che vera, più assurda che  inconcepibile, quella di Marco Vannini, il giovane ucciso da un colpo di pistola, il 17 maggio del 2015, mentre era a casa della fidanzata Martina Ciontoli e della sua intera famiglia, accusata di omicidio volontario e tuttora processata, insieme alla giovane Viola, compagna del fratello, imputata di omissione di soccorso.
Un assassinio collettivo, quanto grottesco e paradossale, che sembra quasi uscito dalla penna fantasiosa di Agatha Christie, come nei “Dieci piccoli indiani”, dove ogni protagonista è responsabile di un crimine, che pagherà con la morte. Nel nostro caso, il delitto è unico e reale e i colpevoli dovranno essere puniti come meritano e senza la giustificazione di alcuna “filastrocca dei poveri negretti”.
Un delitto, comunque, consumato secondo i criteri narrativi del cosiddetto enigma della camera chiusa o, nella fattispecie, bagno, casa o altri ambienti, che indica una particolare varietà di romanzo poliziesco, in cui tutto si svolge in spazi e circostanze, apparentemente impossibili.

Da quel genere di letteratura, possiamo certamente catturare ipotesi e suggestioni. Ma non possiamo immaginare, pur condividendo rabbia e voglia di giustizia, quanto quella madre e quel padre stiano soffrendo, da quasi tre anni, e cosa realmente stiano provando sulla propria pelle, ogni giorno, ad ogni udienza, ad ogni trasmissione televisiva, ad ogni notizia o articolo di giornale.
Non possiamo sapere quanto siano stati distrutti prima e devastati poi. Nella testa, nel corpo, nell’anima e nella vita quotidiana. Né, da quanto dolore siano percorsi e quanta disperazione abbiano sentito e sentano, riascoltando infinite volte la registrazione impietosa di quei lamenti, di quelle urla soffocate del proprio figlio agonizzante - che commuovono e sconcertano anche tutti noi - rivivendone lo strazio, l’angoscia e la paura. E’ come uno stiletto che ogni volta ti trafigge e ti attraversa l’anima.
E tutto, all’apparenza, a causa di un “gioco” finito male, di uno scherzo macabro, di un fatale errore, degenerato per irresponsabilità, incapacità e colpevolissima inettitudine.

Nell’udienza dell’altro giorno, hanno testimoniato in aula il medico rianimatore dell’eliambulanza e l’infermiera, intervenuti quella notte, confermando che “Il ragazzo non aveva pressione arteriosa, ma sudorazione importante, presumibilmente dovuta a uno choc emorragico. Marco era molto sofferente e cercava la mamma”. Un’altra coltellata a quei poveri genitori, ormai senza parole, senza lacrime e pensieri.
“È stato angosciante - aggiunge l’avvocato dei Vannini, Celestino Gnazi - apprendere che Marco tentava di alzarsi aggrappandosi a chi gli stava intorno, chiedendo protezione e invocando l’aiuto della madre. 
Quel povero ragazzo non solo era sopraffatto dal dolore della ferita, era anche terrorizzato”.
E Marina Conte, sapendo che, secondo la perizia, il figlio avrebbe potuto salvarsi, se solo fosse stato soccorso e non avvolto in uno sporco straccio di omertà, ordito dai suoi insensibili aguzzini, non si dà pace e mai se la darà.

Il PM, nella sua requisitoria del prossimo 21 marzo, chiederà sicuramente il massimo, per avere forse il minimo di condanna per quei cinque colpevoli che in tutto questo tempo hanno cercato - peraltro a piede libero - di spalleggiarsi, di concordare dichiarazioni, di salvarsi da accuse e responsabilità, alzando un ridicolo muro di imprevisti e casualità, facendo catenaccio e riparandosi dietro un ombrello difensivo, strappato e inconsistente, ma capace di nascondere, confondere, sollevare dubbi e perplessità alla giuria.
Tutto appare così folle e inammissibile, contrario alla ragione, al buon senso, al sentimento di solidarietà.
Come il flop di una fiction mal riuscita e recitata peggio.
30 gennaio 2018 (Alfredo Laurano)


BATTAGLIE PERSE

E c’è qualcuno che ancora si lamenta, si dice stanco di tanta inutile retorica, che non ne può più di sentir parlare di olocausto, di nazismo, di persecuzioni e di sterminio. Che non vuole ricordare, né sapere, né studiare il peggior crimine consumato contro un intero popolo, la più atroce infamia di cui si è macchiato l’uomo a livello individuale e collettivo, il più abominevole dei genocidi. 
Perché continuare a tener viva, attraverso racconti, riflessioni, libri, testimonianze, ammonizioni, come abbiamo fatto anche in questi giorni, la memoria di quei fatti ignobili che fanno vergognare tutto il consorzio umano?
Perché continuare a rompere le palle, soprattutto ai giovani, perché sappiano, capiscano, non dimentichino e tramandino la consapevolezza della barbarie?
Perché, per esempio, sul portone d’ingresso della sua officina a Rimini, il titolare ha scritto: “Arbeit macht frei”, ovvero “Il lavoro rende liberi”.
Come è noto, era il motto che sovrastava l’ingresso di Auschwitz e di altri campi di concentramento nazisti, dove furono sterminati milioni di ebrei.
Ma lo scanzonato appositore del cartello ha spiegato di non conoscere il senso storico di quelle parole. “Io del nazismo non so nulla, sono nato nel 1979 e non ho una minima idea di cosa sia stato. Non conosco quella storia, non so dove sia e cosa sia Auschwitz. Quella frase mi piace per il suo significato, penso sia vero che il lavoro rende liberi”.
Beata ingenuità, quanta innocenza in quelle parole!

I casi sono due: costui o c'è, o ci fa.
Oppure, terza e più accreditata ipotesi, è un fascista travestito da cretino che, poi, è quasi una illusoria tautologia, giustificata solo in termini formali.
Ha quasi quarant’anni: non ha mai letto un libro o una riga di enciclopedia, non ha mai visto un film, una fotografia, un programma TV, una figurina o un disegnino, una qualsiasi nota sulla Shoah, dove quella scritta sia mai stata associata a quella tragedia?
Non è ignoranza, è evidente malafede, altrimenti il sempliciotto riminese non avrebbe appeso il cartello con la frase in tedesco, palesando nel gesto, oltre alla bugia, la provocazione. Anche perché sa bene quello che significa e gli piace pure.

Che non sappia nulla dell'olocausto, per quanto improbabile e inverosimile, ci può stare, ma, allora, dove avrebbe preso quella frase? Ovunque l'abbia pescata, nel Web o su qualsiasi pagina, sarà stata contestualizzata, spiegata, riferita a qualcosa.
Tanta disinvoltura è imbarazzante e penosa, quanto la sua ostentata ignoranza, ingiustificata anche come artificio o astuta furberia, che di per sé non è reato, ma colpa grave che offende il buon gusto, il buon senso e la comune intelligenza, non rispetta il dolore degli altri e resta, comunque, l'origine di tutti i mali e nefandezze.
29 gennaio 2018 (Alfredo Laurano)